I colloqui di GeddaLa mediazione dell’Arabia Saudita per terminare l’invasione russa in Ucraina

Mohammed bin Salman organizza un incontro senza Mosca per stringere un accordo con Kyjiv da portare poi al tavolo di una eventuale conferenza per la pace. Dopo un anno e mezzo la guerra di Putin sta diventando insostenibile anche per gli Stati che finora non hanno apertamente contrastato il Cremlino

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Al di là delle polemiche di chi lamenta l’assenza dell’attività diplomatica per porre fine alla guerra in Ucraina, gli sforzi della comunità internazionale per arrivare a un negoziato non si sono mai fermati, coinvolgendo anche degli attori abbastanza inusuali nel ruolo di mediatori come la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e adesso l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman. Riad, che l’anno scorso ha mediato uno scambio di prigionieri  tra russi e ucraini, sta aiutando Kyjiv a cercare il sostegno di alcuni paesi del cosiddetto “Sud globale”, organizzando una conferenza per questo fine settimana a Gedda. Oltre a funzionari dell’Ucraina e di alcuni dei suoi alleati –  Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Unione europea – il governo saudita ha invitato i rappresentanti di trenta nazioni rivolgendosi soprattutto ai membri del G20, compresi India, Brasile, Sudafrica e Cina. Tra gli invitati anche paesi come Cile, Egitto, Indonesia, Messico, Zambia. 

I russi non sono stati invitati poiché non si tratta di un vertice per rivolgersi a Mosca, ma di colloqui in cui Kyjiv e i suoi alleati discuteranno con i partecipanti una base di partenza condivisa da portare al tavolo di un’eventuale conferenza per la pace, che Volodymir Zelensky vuole organizzare entro la fine dell’anno. L’incontro di Gedda segue un incontro simile a Copenaghen, più ristretto e discreto, che ha avuto luogo a fine giugno nelle stesse ore della ribellione della Wagner.

La proposta di Zelensky si articola in dieci punti in cui si chiede: il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina, il rilascio dei prigionieri di guerra e delle persone deportate in Russia (a partire dai bambini), garanzie per la sicurezza delle forniture alimentari ed energetiche, garanzie di sicurezza per l’Ucraina una volta terminati i combattimenti, il ripristino della sicurezza intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e un tribunale per individuare e condannare i responsabili dei crimini di guerra. 

I colloqui di Gedda sono un’altra dimostrazione degli sforzi di Kyjiv di per avviare un negoziato alle giuste condizioni che ponga realmente fine alla guerra, senza arrendersi alle violenze e ai ricatti, e senza cedere a una logica che risulti premiante per l’aggressore. A settembre Zelensky dovrebbe anche recarsi all’assemblea generale delle Nazioni Unite per presentare al mondo intero la sua iniziativa per la pace. 

Finora i paesi in via di sviluppo e le medie potenze hanno cercato di rimanere neutrali rispetto all’invasione russa dell’Ucraina. Dal punto di vista politico auspicando una soluzione pacifica al conflitto ma senza condannare nettamente la Russia, e sul piano economico non aderendo alle sanzioni occidentali ma cercando di non finire nella lista dei paesi che permettono al Cremlino di aggirarle per sostenere l’industria militare.

L’Arabia Saudita ha mantenuto i legami con la Russia, partner fondamentale per bilanciare il mercato petrolifero globale attraverso il cartello allargato dei paesi produttori noto come Opec+. Allo stesso tempo però Riad sta cercando di affermarsi nel ruolo di mediatore tra russi e ucraini. A maggio Bin Salman ha ospitato Zelensky a un vertice arabo, e il governo saudita ha promesso quattrocento milioni di dollari di sostegno umanitario per Kyjiv. 

Dopo un anno è mezzo infatti la guerra sta diventando insostenibile per tutti, un fattore di rischio non solo per i paesi più fragili ma anche per le medie potenze, apparentemente fuori dai giochi – almeno in termini mediatici e nel dibattito pubblico – e per certi versi in grado di approfittare delle opportunità offerte dalla guerra, ma in realtà chiamate ad affrontarne le conseguenze. 

L’India ha beneficiato della possibilità di comprare barili di petrolio russo a prezzi estremamente convenienti, ma guarda con preoccupazione il modo in cui la Russia aumenta la dipendenza dalla Cina e il crescente clima di ostilità tra superpotenze che impone a Nuova Delhi di rinunciare alla sua storica (e comoda) posizione di “terzietà”. L’Arabia Saudita deve affrontare lo sconvolgimento del mercato globale del petrolio e la nuova geografia delle esportazioni, e insieme alla Turchia e i partner del mondo arabo deve fronteggiare i rischi di una crisi alimentare in Nordafrica e Medio Oriente.

È dal perpetuarsi dell’instabilità che arriva la spinta a lanciare iniziative diplomatiche, come quella ambivalente della Cina, e quella più sincera dei paesi africani, che al vertice Russia-Africa di San Pietroburgo hanno detto a Putin che deve ripristinare gli accordi sul grano e dare seguito alla loro proposta per porre fine al conflitto. Mosca non è del tutto insensibile a queste pressioni, ne riconosce il rischio, e reagisce cercando di costruire una contro-narrazione in cui è la Russia subire un’aggressione contro cui non può fare altro che continuare a difendersi.

Dopo aver incontrato i leader africani Putin ha detto che le iniziative africane e cinesi potrebbero anche servire come base per raggiungere la pace, ma ha aggiunto che «non ci può essere nessun cessate il fuoco finché l’esercito ucraino è all’offensiva», e che Kyjiv «deve accettare la nuova realtà territoriale del paese». Inoltre, Putin continua a non nominare Zelensky, riaffermando la volontà di non riconoscerlo come il leader legittimo dell’Ucraina. Mosca osserverà con attenzione l’incontro di Gedda, ma il Cremlino ha già detto che per ora «non ci sono i prerequisiti per una soluzione pacifica».

Secondo il politologo tedesco Andreas Umland, analista presso il Centro di Stoccolma per gli Studi sull’Europa Orientale esperto della storia contemporanea della Russia e dell’Ucraina e delle transizioni di regime, Mosca non è disposta a impegnarsi in negoziati sinceri o a firmare un accordo di pace in buona fede, la spinta imperiale del Cremlino è troppo forte per raggiungere un accordo significativo e duraturo.

In un lungo editoriale su Politico, Umland spiega che anche se gli analisti e i leader politici occidentali non riescono a comprenderlo, la maggior parte dei politici, degli esperti e dei diplomatici dell’Europa centrale vedono l’invasione dell’Ucraina come l’incarnazione più recente di una lunga serie di conquiste militari intraprese nei secoli dall’imperialismo russo. «I popoli dell’Europa centrale, del Caucaso e dell’Asia centrale hanno tutti sperimentato più e più volte gli atteggiamenti coloniali della Russia», afferma Umland, che poi aggiunge «quando si tratta dell’Ucraina l’aggressività russa diventa particolarmente viscerale e chiusa ai compromessi, perché si rifiuta di riconoscere l’identità e la cultura nazionale ucraina». 

Pertanto, anche se l’idea di una tregua è desiderabile, le considerazioni storiche e strategiche impediscono a Kyjiv di fidarsi di Mosca, che userebbe il cessate il fuoco per preparare le sue forze armate, la sua economia e la sua popolazione a un’altra aggressione nel prossimo futuro. Qualsiasi strategia per sostenere a lungo termine l’Ucraina deve tenere conto di questa realtà.

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