Ultimo, si stampiGli editori irritabili e l’effetto Fontana di Trevi del commercio librario

Se l’editoria non è in bancarotta è solo perché con gli autori ha il rapporto economico che gli usurai hanno coi giocatori di poker, eppure tutti fingono di vivere ancora ai tempi d’oro

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«Intanto mi va di parlare di libri, in un momento in cui non sembra più così importante dirsi quali sono belli e quali no, litigarne un po’, pronunciarsi. Più facile che lo si faccia coi film, o con la politica. Eppure i libri sono ancora lì, a migliaia, e continuano a declinare una civiltà di piaceri pazienti che in modo piuttosto prezioso collabora a ridisegnare l’intelligenza e la fantasia collettive».

È il novembre del 2011 quando Alessandro Baricco inaugura su Repubblica una rubrica che durerà un anno, si chiama Una certa idea di mondo. Ogni domenica racconterà un libro che ha letto nei precedenti dieci anni, anche se la premessa con cui apre il primo degli articoli dice, appunto, che i libri sono un oggetto – o un tema di conversazione – un po’ démodé.

Il primo libro di cui parla s’intitola “Open”, adesso anche quelli che leggono solo i bigliettini dei baci Perugina e i messaggi WhatsApp della chat di classe sanno di cosa si tratti, ma all’epoca era la biografia d’un tennista, sì ben scritta, sì con un premio Pulitzer per autore-ombra, ma insomma. Tra l’edizione del 2011 e quella economica, “Open” vende mezzo milione di copie. Era dodici anni fa, in termini di evoluzione dei consumi culturali dodici secoli.

Come avete passato il sabato? Io a prendermi insulti da gran parte degli editori che conosco, che quando si parla del declino dei numeri dei libri reagiscono come le suocere d’una volta quando a tavola qualcuno era così cafone da mettersi a parlare di soldi o di sesso.

Avevo scritto, sabato, che i libri non contano più niente, non vendono più niente, non li legge più nessuno. Capisco il malumore. È molto antipatico dover contestare una lettura delle cose senza poter utilizzare un dato fattuale che sia uno. Nessuno che si occupi di editoria vi dirà mai un numero attendibile, e non lo dico per dire «io invece eroica mi sacrifico a urlare che il re è nudo», macché: anche io mi guardo bene dal dirvi i numeri veri, se riguardano me.

Lascio, come tutti, che le pubblicità dei miei libri siano fatte con le cifre delle tirature e non con quelle del venduto. Lo facciamo tutti, alcuni con più ragioni di altri. Ricordo ancora il favoloso momento in cui l’autore d’un certo bestseller venne intervistato da un settimanale che riportò un dato di vendita che non era né la tiratura (cioè: il numero che compariva nelle pubblicità pagate dall’editore) né quello dei Gfk (cioè: la rilevazione ufficiale del venduto di quel libro).

Chiesi all’intervistatrice dove avesse preso quel numero, mi disse che gliel’aveva detto l’autore. Un’altra volta apriamo la questione «giornalisti che riportano quel che dice l’intervistato come fossero Mosè cui vengono dettate le tavole della legge», oggi vorrei soffermarmi su quel che ci dice questa storia: i numeri non contano più niente, e quindi puoi tirarli da qualunque parte.

Non tutti quelli che mentono sono romanzieri parecchio venduti che mentono per vanità, la maggior parte di noi mente per non deprimere sé stessa e quei quattro lettori rimasti. Se vi svelassero che il saggio del momento, quello cui le pagine culturali dedicano centinaia di righe definendolo cogente e necessario, ha venduto tremila copie in tre mesi, voi non avreste l’impressione che allora tanto valesse occuparsi del libro autopubblicato da mio cugino?

Al cui proposito. In questi giorni ho letto gente – gente per cui tremila copie in tre mesi sono un obiettivo ambizioso – sbruffoneggiare dicendo che il generale incontinente le sue memorie se l’è dovute pubblicare perché non ha trovato uno straccio di editore. Gente che prende l’otto per cento di royalties da editori che ai suoi libri neanche tolgono i refusi si sente superiore a uno che ha fatto l’unica cosa ragionevole e non complessata che si possa fare scrivendo un libro oggi: darlo ad Amazon, che ti lascia il settanta per cento del prezzo di copertina.

L’ultima volta che ho fatto questa conversazione ho dovuto bloccare su WhatsApp un editore che mi voleva convincere, con tanto di apposite slide, che gli editori in realtà non guadagnino nulla dai nostri libri e siano generosissimi a concederci quelle miserevoli percentuali che arrivano al quindici nei casi più ricchi.

Nella slide, usata per insegnare a non so che corsi universitari (se penso che alcuni di voi pagano quelle università ai figli, mi viene da piangere), c’era il conto d’un libro, conto costruito in un modo che in confronto la vendita di Totò della Fontana di Trevi era da Nobel per l’economia.

Ogni libro ha, secondo quella slide, un costo fisso redazionale di seimila euro, il che – considerato che in Italia si fanno più libri che talk-show, e che ogni redazione produce decine di libri al mese – implica che ogni redattore prenda uno stipendio di, non so, cinquantamila euro al mese.

Ora, considerato che la bozza «visto si stampi» – cioè quella corretta dai redattori rivista dai correttori e certificata con bollino blu – del mio ultimo libro, da me rivista perché conosco i miei polli, aveva nel testo uno splendido «il sms», avrei una domanda. Il redattore che, quando dico «cambiamo questo “messaggio” in “sms”», non ritiene di cambiare l’articolo determinativo, questo genio del purissimo presente quanto prende di stipendio?

Non voglio licenziarlo per prendermi io il settanta per cento, per carità: lo suggerisco per far avere un margine maggiore a questi poveri editori che con vocazione al sacrificio si ostinano a fare un mestiere per il quale non guadagnano niente. Come, d’altra parte, la maggior parte degli autori.

L’altro giorno ho visto su Instagram l’annuncio della presentazione d’un libro che non sapevo la titolare di quell’Instagram avesse scritto. Sono andata a controllare. È uscito lo scorso novembre. Da allora ha venduto milleduecento copie. Perché, disperata ragazza mia, ti sbatti a presentare un libro che ha venduto milleduecento copie in nove mesi? Per esistere? Possibile che siamo così novecentesche da pensare che dirsi autrici sia prestigioso?

Tuttavia, persino la disperatamente invenduta del caso contribuisce all’effetto Fontana di Trevi del commercio editoriale. Gfk mette, di fianco alle copie vendute, il lordo: prezzo di copertina moltiplicato per numero di copie. Ogni volta vederlo è un colpo al cuore. Persino il libro da milleduecento copie che la tapina si andrà a presentare con un treno di terza classe e il panino con la frittata al sacco, persino quello ha comunque fruttato all’editore ventimila euro (seimila dei quali sappiamo essere andati a un redattore che avrà aggiunto ghiotti refusi).

Quando gli editori s’innervosiscono e sibilano che l’editoria è un settore fiorente, che fattura più del cinema (primeggiare su un settore morto: che sogno), che non so di cosa parlo, devo fare appello a tutta la mia continenza per non dire che, se l’editoria non è in bancarotta, è solo perché ha con gli autori il rapporto economico che gli usurai hanno coi giocatori di poker.

La principale obiezione che mi è stata fatta, rispetto all’articolo di sabato, è che mi sarei sognata l’età dell’oro (parole loro, io sono meno propensa degli editori alle frasi fatte) in cui i libri si vendevano di più. Guarda “Zivago”, mi dicono, non lo sai che vendeva quarantamila copie ed erano considerate tantissime?

Sì, amore della mamma, ma all’epoca neanche c’era l’obbligo scolastico. I libri popolari d’un’epoca in cui l’Italia era analfabeta vendevano quanto i libri popolari di oggi che anche il mio fruttivendolo ha un PhD.

Tra allora e oggi, ci sono stati i decenni in cui siamo cresciuti. Non dico gli anni Settanta in cui si vendeva a vagonate persino Foucault (non che fosse un bene). Non dico la fine del secolo scorso, quella in cui un milione di copie lo faceva la Tamaro ma pure Umberto Eco.

Ma vogliamo paragonare i numeri d’un successo di oggi – non so: Murgia, Ammaniti – ai numeri degli stessi autori dieci anni fa? Il milione di copie di Gramellini con “Fai bei sogni”, o quello di Paolo Giordano con “La solitudine dei numeri primi”, oggi chi lo fa?

Fabio Volo pubblica un libro ogni due anni, e ogni due anni è primo in classifica. Solo che nel 2009 essere primo in classifica valeva seicentosettantaquattromila copie, nel 2021 centonovantaquattromila: fa meno d’un terzo, ve lo dico perché vi so deboli in matematica.

Nel frattempo quel che è successo è che, mentre stare a casa a leggere un libro diventava un’attività residuale e questi numeri qui inevitabilmente si contraevano, i numeri di tutto ciò che si può esibire si moltiplicavano.

Sabato un editore si è pubblicamente stizzito perché il paragone tra libri e concerti gli è parso improprio. Colpa mia: do sempre per scontato che i lettori conoscano il mondo in cui vivono, non tengo mai conto dei lettori culturalmente più svantaggiati, cioè gli editori.

Mi spiego meglio. Le tre sere in cui Ultimo (chiunque egli sia) riempie lo stadio di Roma, citate sabato, non servono a fare un paragone tra scrittori e rockstar (che peraltro si potrebbe fare e sarebbe parecchio più interessante dell’attuale dibattito su chi possa dirsi intellettuale).

Servono a dire che dieci o quindici anni fa, quando Gramellini vendeva quel milione di copie che oggi chiunque si sogna, un concerto in uno stadio italiano era una cosa che facevano in tre al mondo. Vasco. Madonna. Springsteen. E nessuno di loro per tre volte nello stesso stadio: era impensabile.

Adesso, persino Ultimo – che continuo a non aver capito chi sia – macina centinaia di migliaia di spettatori che sono disposti a pagare (nonostante si percepiscano in miseria) per andare a fare le storie di Instagram allo stadio, ma non a pagare (una frazione del costo di quel biglietto) per leggere lo scrittore di cui su Instagram è à la page dirsi fan.

Poi i libri sono ancora lì, come diceva Baricco all’epoca, e magari sopravviveranno persino ai telefoni con la telecamera. Lo auguro agli editori irritabili, ma soprattutto a me stessa, che non ho mai imparato a fare i video.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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