Il circolino del contagio socialeIl decalogo della maestra e i bambini sopravvissuti nella giungla (senza compiti)

I genitori fanno battaglie adolescenziali al posto dei figli, gli insegnanti non danno esercizi da fare a casa, ma consigli. Siamo arrivati alla fine del principio di autorità, che ha tenuto in piedi la baracca finora. In bocca al lupo

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Mentre quattro bambini di tredici, nove, quattro e un anno venivano trovati vivi dopo un disastro aereo e quaranta giorni passati nella giungla, su Twitter veniva pubblicato il mortale decalogo della maestra elementare che, come compito delle vacanze, assegnava quello di ballare sotto la pioggia. Tra qualche anno i nostri figli interpreteranno la stella danzante nata dal caos alla recita di Natale, ma non in italiano, realizzando così il grande sogno degli ex rappresentanti d’istituto ora diventati genitori, o insegnanti, o genitori insegnanti: dare vita alla borsina di tela con cui fanno la spesa. Ho anche una teoria su fatto che questi bambini siano figli di genitori che a vent’anni erano straight edge, che a Milano era un po’ il metodo Montessori per chi occupava il Leonkavallo con la casa di proprietà in Porta Genova, ma passiamo oltre. 

Insomma, alcuni di quelli che volevano cambiare il mondo e che invece si sono trovati a insegnare nella scuola pubblica ogni anno, ponte o vacanza devono per forza di cose dare dei compiti che i genitori possano mettere sui social e dire: la vita è anche altro. Mentre quattro bambini in fuga dai dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia facevano piangere gli sceneggiatori di Spielberg, gli alunni di queste elementari tutte italiane si preparavano a coltivare la noia in un’estate militante

Cari bambini sopravvissuti al disastro aereo, provateci voi a sopravvivere quaranta giorni in un centro estivo comunale di Milano oltre la linea della 90 senza aria condizionata, poi vediamo se Spielberg i diritti per un film li compra a voi bambini coraggiosi o a noi ceto medio. 

Oltre agli insegnanti illuminati, vive e lotta insieme a noi una frangia di genitori dissidenti armata di telefonino pronta a dare la vita in cambio della libertà dai compiti a casa con manifesti ciclostilati su change.org contro lo studio minorile. Una petizione risale al 2014, trentottomila firme e rotte, proposta dal Gruppo Facebook “Basta compiti” e firmata tra gli altri da: Associazione Genitori Democratici, Laboratorio Dislessia, Fondazione Montessori, Ast Sit – Associazione Sindrome di Tourette, Centro Diaconale “La Noce” – Istituto Valdese, Carlo Freccero. 

Sul gruppo Facebook “Basta compiti” si parla di «misure di protezione del minore e autodifesa della famiglia, a partire dalla consegna ai docenti di una dichiarazione del diritto alla vacanza», dichiarazione che parla del «diritto al riposo e allo svago – diritto inalienabile sancito dall’articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo», che a saperlo prima sapete quanti inalienabili strusci in viale Ceccarini a Riccione. Io onestamente non ho molto da dire oltre al fatto che non c’è niente di offensivo, nocivo o classista nei compiti a casa: se sappiamo l’italiano è perché abbiamo studiato e non perché abbiamo scritto i mandala sulla sabbia. 

Ho come il vago sospetto che ultimamente ci si inventino problemi dove non ci sono, perché questa è la fine che fai quando la massima aspirazione nella vita diventa essere vittime per sentirsi parte della grande narrazione della virtù, che inizierei a chiamare circolino del contagio sociale. E allora ci inventiamo che sia gravissimo che i maschi non siano rappresentati sulle confezioni dei Cicciobelli nello stesso periodo storico in cui ogni bambino in Italia ha in casa la cucina giocattolo della Lidl e dove i neonati vengono vestiti di beige per combattere gli stereotipi di genere, se non che poi i genitori se sbagli a capire se è maschio o femmina si incazzano.

Ho anche il vago sospetto che ci siano genitori che mettono in mano ai bambini maschi Cicciobelli per poi fare una foto da mettere sui social e gridare al mondo quanto sono bravi e quanto sono belli, così poi magari il Cicciobello glielo danno gratis, vengono invitati a fare conferenze sulla parità di genere e il bambino può tornare a giocare di nascosto con le macchinine. Ho come il vago sospetto che il problema siano i genitori narcisisti e non la società che fa i vestiti azzurri e rosa perché adesso sarà mica un problema che le femmine si vestano di rosa.

Tornando ai compiti a casa, il documento che girava su Twitter sul ballare sotto la pioggia -pare redatto da una maestra di terza elementare di Milano- suggeriva alcune divertenti attività: riordinare i cassetti, riordinare la libreria secondo un criterio (sicuro che a casa ha gli Adelphi divisi per colore), caricare la lavastoviglie, cucinare con un adulto, lavare la frutta, andare in giardino e fare una scheda botanica alle piante, dipingere un sasso, andare in libreria e farsi comprare qualcosa, guardare le stelle cadenti, assaggiare tutti i gusti di gelato, scrivere una lettera alla maestra, fare un’intervista a nuovi conoscenti, annoiarsi. 

Parere mio: meglio mettersi a fare le divisioni in colonna senza aria condizionata. «Chi è stato bambino prima di te si divertiva con tantissime attività che ora non si fanno quasi più. Per questo il National Trust, l’associazione inglese per la difesa del patrimonio naturale e culturale, ha stilato una lista di cose da fare prima di avere 12 anni. Leggi la lista, conta quante ne hai già fatte e quante te ne mancano e poi VAI».

Lista non esaustiva: correre sotto la pioggia, arrampicarsi su un albero, costruire un rifugio, fare una torta di fango, mangiare more raccolte dai rovi, dar da mangiare a un uccello dalla mano, piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla. Chiaramente qua sono esclusi tutti i bambini che passano le vacanze a Milano e questo sì che è classista, mica fare i compiti che avvantaggiano gli avvantaggiati quando siamo ancora «il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa» e al massimo friggiamo il glicine. Il documento si chiude con «ti consiglio di completare le seguenti pagine del libro» eccetera eccetera. «Ti consiglio», che i libri li usiamo per pareggiare le gambe del tavolo. 

È la fine del principio di autorità, che è quello che ha tenuto in piedi la baracca fino ad oggi: adesso i genitori fanno battaglie adolescenziali al posto dei figli, gli insegnanti non danno compiti ma consigli, e Paolo Crepet non può salvarci tutti.

Ieri leggevo su Repubblica di questa scuola elementare con metodo finnico a Chieri: «Non ci sono lezioni frontali o compiti a casa per preferire invece le attività in classe, individuali o di gruppo e i laboratori con giochi e miniquiz. E ci sarà l’appello delle emozioni per tutti gli studenti. «Vogliamo provare questa via per educare i bambini all’emotività», racconta Roberta Scalise, docente di italiano e matematica. Così chiederanno: «Come stai? Come ti senti oggi?», lasciando spazio a riflessioni un po’ più ampie che il solito «Presente». Potrete sapere come si sentono i vostri figli per la modica cifra di 4500 euro all’anno. Si possono esprimere emozioni che non si sanno scrivere? Forse sì, ma solo se sopravvivi quaranta giorni nella giungla dopo un disastro aereo.

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