In mia compagniaIl piacere della solitudine e la romanticizzazione della povertà

Sui social ci spiegano che andare al cinema o al ristorante senza compagnia, per una donna, è empowerment, ma in realtà fare le cose con qualcun altro è un ripiego rispetto a farle da soli

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Alla fine di “Mad Men”, Joan vuole mettersi a fare la produttrice, e chiede a Peggy Olson di farle da socia, giacché per far prendere sul serio una società servono due cognomi. Peggy non se la sente, e nella scena successiva una segretaria risponde al numero della nuova società con «Harris e Holloway», ovvero i due cognomi della stessa Joan: quale miglior socia, per Joan, di Joan?

Sere fa ero a cena con un’amica, e parlavamo male degli assenti (esistono forse altre forme di conversazione?). A un certo punto commentavamo le foto delle vacanze d’un conoscente che va sempre nello stesso posto, ostentando noia per scelte non nostre: non ha voglia di cambiare?, diceva lei che ogni anno varia le mete di villeggiatura.

E poi, dicevo io, sempre con la stessa moglie e gli stessi figli che già tutto l’anno vede tutti i giorni. A questo punto l’amica mi ha guardato come fossi deficiente: ero dunque arrivata alla mia vegliarda età senza rendermi conto che metter su famiglia è esattamente questo, frequentare tutti i giorni della vita la stessa gente?

Ho quindi passato il resto della serata a cercare di convertirla a un mio convincimento filosofico profondo: fare le cose con qualcun altro è un ripiego rispetto al farle da soli. Tutto. Sempre. Andare al cinema. Andare al ristorante. Andare in vacanza. Quando Woody Allen diceva che la masturbazione è fare sesso con qualcuno che stimi veramente, stava dicendo questo: quale miglior compagnia, per me, di me?

L’amica – che come me vive sola, ma diversamente da me non ritiene gli esseri umani un fastidio e anzi ha un fitto carnet di ballo e per trovarla libera per cena devi prenotarla con settimane d’anticipo – evitava di farmi notare che le stavo praticamente dicendo che sì, ero al ristorante con lei, ma avrei preferito essere al ristorante da sola.

La domenica prima, sull’Independent c’era un articolo che mi aveva fatta annuire fortissimo. L’autrice prendeva spunto da un video di TikTok in cui una signora che usciva dal cinema da sola dopo aver visto “Barbie” veniva descritta come un’eroina.

Il cinema è il contesto in cui quelli che non sanno stare da soli mi fanno più pena. A cena magari vuoi fare conversazione, ma al cinema cosa te ne fai d’una persona di fianco? È mai successo che, al cinema con qualcuno, quel qualcuno non ti parlasse (quasi sempre dicendoti qualcosa d’inutile) nel momento sbagliato, facendoti perdere un dialogo fondamentale e non facendoti capire più niente del film?

Anni fa un tizio particolarmente incapace di stare solo mi disse che lui andava al cinema da solo solamente se si trovava all’estero, e improvvisamente fu tutto chiaro: non hai mai superato le prese in giro delle scuole medie, e quindi non vuoi che ti vedano. Non vuoi che qualche conoscente possa dire «Ho visto Tizio all’Anteo da solo, poverino, evidentemente non ha amici» (più «amico» perde di senso come parola, più ci teniamo a dire di noi che abbiamo tanti amici).

L’autrice dell’articolo dell’Independent è giovane, e lamenta che il video della tizia che va a vedere Barbie sia parte d’una tendenza delle ventiequalcosenni a spacciare tutto per empowerment, per performance dell’amore per sé stesse, per simbolico gesto d’indipendenza. Dice che c’entrano i social e la tendenza a romanticizzare la propria vita, il che probabilmente è vero. È una generazione che, essendosi trovata con le vere questioni di genere come il diritto di voto o il divorzio già risolte dalle generazioni precedenti, si è dedicata a puttanate quali: sono una donna forte perché mi compro i fiori da sola senza aspettare che me li porti lui.

Ma il dramma sono le adulte: non c’è giorno che sui social non si veda qualcuna che racconta un mondo di fantasia in cui non si può mangiare al ristorante da sole senza che ti guardino strano. Mangio al ristorante da sola da più di trent’anni, quasi tutti i giorni (quasi: alcune volte purtroppo sono costretta a ripiegare sul mangiare in compagnia), e posso assicurare che non ti si fila nessuno, ma proprio nessuno.

Non è mai successo, in nessuna città o nazione, che nessun cameriere o proprietario o avventore alzasse mezzo sopracciglio di fronte al mio essere da sola.

Certo, c’entrerà anche il fatto che non passo pranzi e cene a guardarmi intorno alla disperata ricerca di sguardi compassionevoli dei quali poi potermi lamentare sull’internet, ma insomma è il 2023: a nessuno fa impressione una donna da sola in un luogo pubblico.

La domenica successiva, la copertina di Specchio della Stampa parlava di quelli che fanno le vacanze da soli. Ho ripensato al mio posto preferito, le cui camere hanno terrazze che danno sugli scogli e sulle quali ti puoi far portare i pasti: posso stare lì e fare il bagno e mangiare cose buonissime, e il tutto senza mai vedere nessuno (i camerieri passano dagli scogli per apparecchiarti in terrazza: se sei abbastanza accorta da chiuderti in camera mentre ti portano da mangiare, puoi riuscire a non vedere mai neanche il personale dell’albergo).

Ne avevo parlato con la mia amica proprio durante quella cena, mi aveva chiesto di questo posto che sa essere il mio preferito, e ci eravamo, come ogni anno, rammaricate che dormire lì costi così tanto e che quindi io non ci possa restare per mesi come desidererei.

Alla fine la questione è la romanticizzazione dell’esistenza ma soprattutto quella della povertà. Chi non si può permettere i metri quadri necessari ad avere due camere da letto ci spaccia per segno d’amore il fatto di dormire con qualcuno; io, che non mi posso permettere cento notti ogni estate in isolamento sugli scogli, finirò per fotografarmi a cena con altri esseri umani, e mettere il cancelletto #friends fingendomi fortunata invece che poco ricca.

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