Food-techA che punto è oggi la tecnologia applicata al cibo (e quanto stiamo investendo)

Soluzioni innovative e start-up che utilizzano tecnologie digitali per la produzione, la conservazione, la lavorazione, il confezionamento, il controllo, la distribuzione del cibo

Foto di ThisisEngineering RAEng su Unsplash

Il futuro è qui, in un segmento di mercato molto ampio e in costante espansione che include il settore agricolo o agri-tech: dall’utilizzo di macchinari automatizzati per la produzione di colture o di modelli di apprendimento automatico per prevedere i cambiamenti di qualità negli alimenti, fino all’ingegneria genetica per lo sviluppo di nuove varietà di animali e piante e di tecnologie per la tracciabilità e la sicurezza alimentare.

Dall’ideazione di nuovi macchinari ed elettrodomestici, come ad esempio gli smart fridge, i frigoriferi intelligenti, alle soluzioni per soddisfare nuovi modelli di consumo, come le proteine alternative, fino alla creazione di nuovi prodotti alimentari, di packaging e di sistemi di consegna che consentono un trasporto più rapido ai clienti.

E naturalmente, l’IA, l’intelligenza artificiale, che sta svolgendo un ruolo importante fornendo approfondimenti sul comportamento dei consumatori e sulla loro capacità di gestire le risorse in modo più efficiente.

I numeri complessivi sono importanti: a livello planetario, nel 2022 sono stati ben 51 miliardi gli investimenti di venture capital (fonte AgFunder), dieci miliardi è la quota europea (fonte DigitalFoodLab) mentre in Italia, tra privati e venture, sono stati superato i 156 milioni di euro (fonte TheFoodCons). Diventando così, secondo Ivan Farneti e Niccolò Manzoni, due dei partner del fondo di venture capital Five Seasons Ventures, uno dei punti di riferimento per il food-tech.

Nel dettaglio, in Italia i comparti del digital food, con il 41,6 per cento, e l’agri-tech, con il 38,9 per cento, fanno la parte del leone. Nel primo caso, il cibo “instagrammabile” è decollato con il lockdown, quando l’immagine del prodotto è diventata definitivamente dominante e vincente. Ed efficace: secondo una ricerca del dipartimento di psicologia della Aston University di Birmingham «vedere come e cosa mangiano gli altri condiziona anche le nostre scelte».

E nascono anche realtà di aggregazione per chi vuole lavorare e creare impresa come il Future Food Institute, che svolge un ruolo di stimolo verso una cultura del cibo più sostenibile e innovativa, o Edible Planet Ventures, una piattaforma collaborativa nata per connettere player e influencer del settore con l’obiettivo di rivoluzionare il sistema alimentare in un’ottica di sostenibilità, anche attirando fondi per finanziare l’innovazione.

Lo stato del food-tech in Italia è raccontato da una survey di B-PlanNow, acceleratore di start-up per progetti in fase di avvio: il 41 per cento delle start-up si trova in una fase “early” (equamente suddivise tra early stage e early growth), solo il 14 per cento è in una fase più matura.

Se parliamo di round singoli, nel 2022 l’Italia vanta comunque il primato del più cospicuo series A del settore a livello europeo (i trenta milioni di Planet Farms) e uno dei round più notevoli di sempre nel campo dell’agricoltura digitale (il Series B di xFarm Technologies).

Nel complesso, l’ecosistema italiano si mostra più propenso a innovare nei processi (69 per cento) che nei prodotti (31 per cento) ma, mentre il nostro comparto agroalimentare raccoglie 575 miliardi di euro di valore (il 25 per cento del Pil) e 60 miliardi di export, i nostri vicini europei investono molto più di noi sul fronte dell’innovazione funzionale (2,7 miliardi la Germania nel 2021, Regno Unito 1,1 miliardi e Francia 860 milioni).

In termini assoluti, il Paese presenta un importo mediano di 324.755 euro contro i 1.505.000 euro europei. Più precisamente, undici milioni di euro rappresentano l’importo minimo di finanziamento raccolto necessario per essere per rientrare nel top cinque per cento delle aziende in Italia, mentre lo stesso importo minimo si attesta a 38,2 milioni di euro in Europa.

Secondo l’analisi, nel food-tech italiano pesa molto la scarsa propensione al rischio degli investitori e la debolezza strutturale del nostro ecosistema di venture capital, con una scarsa presenza sia di fondi dedicati alle start-up early stageche di fondi “verticali”.

«Le start-up food-tech in Italia – afferma Nicola Zanetti, Ceo e founder di B-PlanNow – stanno cambiando radicalmente il mercato alimentare, offrendo una vasta gamma di prodotti e servizi innovativi. Mentre alcuni modelli di business delle start-up food-tech hanno già dimostrato di essere estremamente redditizi, altre devono affrontare diverse difficoltà nell’entrare nel mercato italiano. Ma dalla nostra ricerca emergono gli enormi margini di crescita. La ricerca dei mercati, la disponibilità di capitali di investimento, la competenza nel settore e la conformità alle normative sono solo alcune delle sfide che le start-up food-tech devono affrontare in Italia. Le start-up dovrebbero anche affrontare la presenza di grandi marchi internazionali, che hanno già un forte impatto sul nostro mercato alimentare».

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