The weightLa canzone di Robbie Robertson che evoca il senso di libertà americano (e il suo fardello)

Uno dei successi della Band è un brano gioioso come la corsa all’oro, come un bivacco davanti al falò nella prateria, come una festa con birra e ragazze. Le strofe misteriose racchiudono un’epoca irripetibile, e non a a caso è una delle tracce più importanti del film Easy Rider

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Le canzoni più iconiche dell’America degli anni Sessanta e Settanta, quelli tra la Nuova Frontiera e la fine dell’epoca hippy, sono a mio avviso due: Like a rolling stone di Bob Dylan e The weight della Band. Dell’inno cupo e al tempo stesso musicalmente solare di Dylan c’è poco da dire, è forse la più bella canzone mai scritta, mentre qui vogliamo parlare di The weight – il peso, il fardello – scritta da un genio della musica scomparso mercoledì, Robbie Robertson, fondatore e leader della Band. 

Questo pezzo non a caso è una delle tracce salienti di Easy rider, il celebre film di Dennis Hopper – con lui protagonista insieme a Peter Fonda ma vi compare anche un giovane Jack Nicholson – il più grande road movie mai realizzato che identifica a perfezione lo spirito di libertà di quel grande Paese fisicamente espresso dagli enormi paesaggi americani nel quale i giovani sono gli Eroi come i loro avi lo erano stati quando l’America divenne l’America: un film-mito, Hopper e Fonda come Achille e Aiace, le loro Harley Davidson come le navi di Ulisse lanciate verso un’Itaca di liberazione, ed ecco, sotto, la grande musica di Jimi Hendrix, dei Byrds, degli Steppenwolf: e della Band con questo loro pezzo gioioso come la corsa all’oro, come un bivacco davanti al falò nella prateria, come una festa con birra e ragazze. 

The weight ha una melodia felice, un suono limpido e come inevitabile, la perfezione del susseguirsi delle strofe, la gioia dell’inno ma senza retorica, le voci mischiate come in un coro di chiesa, il drumming e la voce di Levon Helm, il batterista celebrato anni dopo da Bruce Springsteen, il riff eterno di Robertson, le armonie degli altri, Richard Manuel, Rick Danko e Garth Hudson (l’unico del gruppo ancora vivo) e ha un testo oscuro su cui si sono interrogati per anni in molti: «I pulled into Nazareth, was feeling ’bout half past dead/ I just need some place where I can lay my head/ Hey, mister, can you tell me, where a man might find a bed?/ He just grinned and shook my hand, “No” was all he said» (Sono entrato a Nazareth, mi sentivo come se fossi mezzo morto/ Avevo proprio bisogno di un posto dove posare il capo/ “Hey, Signore! Mi potrebbe dire dove si può trovare un letto?”/ Lui accennò un sorriso, mi strinse la mano e, “No”, fu tutto ciò che disse). 

Questo loner cerca dunque un approdo dopo un girovagare tipicamente americano e via via incontra personaggi strani, un po’ come in Pian della Tortilla di Steinbeck – questi strani Carmen, Miss Moses, Luke, Crazy Chester – che in un modo o nell’altro scansano il protagonista, è questo il suo fardello (si tenga presente che la parola weight non compare mai), e in mezzo c’è il famoso ritornello: «Take a load off Fanny, take a load for free/ Take a load off Fanny, and you put the load right on me» (Molla il tuo fardello Annie, mollalo gratis/ Molla il tuo fardello Annie e puoi metterlo sulle mie spalle). 

Un testo surreale che rimanda a questa idea del peso, del gravame: ma peso, di che cosa? Forse quello del dover andare, sempre, altrove, far from here dicono tante canzoni, lontano, secondo l’inesorabile destino dell’Americano, verso un altro mondo dove piazzare temporaneamente le tende, ed è un bel fardello fisico ed esistenziale. Ma forse potrebbe trattarsi anche della liberazione del peso della responsabilità? C’è chi lo ha interpretato così, come un’evocazione della stanchezza di vivere dentro la fantasmagoria della vita e chissà del trascendente (la citazione di Nazareth secondo alcuni sarebbe un riferimento di tipo religioso), un modo per dire alle tante “Fanny” che puoi mettere il tuo fardello sulle mie spalle, qui ci sono io, Fanny, e insieme cammineremo fianco a fianco, e qui siamo tra Tempi moderni e John Fante. 

Poi alla fine si capisce qualcosa in più. «Catch a cannon ball now to take me down the line/ my bag is sinkin’ low and I do believe it’s time/to get back to Miss Fanny, you know she’s the only one/ who sent me here with her regards for everyone». Ecco, il nostro loner triste («my bag is sinkin’ low») aveva un compito, portare i saluti di Fanny a tutti («her regards for everyone»), ma tutti lo hanno snobbato perché non lo capivano, ed ecco qui il peso dell’America quando non ti ascolta, ecco la fatica del ritorno, ecco svelato il mistero di una giornata joyciana del protagonista, la sua missione fallita. Ma in ogni caso l’America c’è e c’è sempre una Fanny da qualche parte, non resta che andare. 

È molto probabile che neppure Robbie Robertson avesse chiarissimo il senso di quelle strofe, d’altronde è capitato migliaia di volte a gente non proprio sciocca tipo John Lennon o Paul Simon, per non dire di Dylan che se avesse dovuto riflettere su ogni parola che ha scritto gli ci sarebbero volute venti vite ma quello che è certo è che fin da questo pezzo, il primo successo della Band, Robertson mostra di essere dentro la letteratura americana di quegli anni, da Kerouac a naturalmente a Dylan, per il quale il gruppo diventerà la sacrestia in cui scendere a celebrare i momenti difficili, il teatro greco nel quale mettere in scena alcuni suoi capolavori: The basement tapes, il live Before the flood che contiene un lato, come si diceva quando i dischi erano i dischi, proprio della Band (anche qui c’è una perfetta esecuzione di The weight).

Il gruppo di Robbie Robertson è stato il miglior supporto per Dylan, perché la Band era l’America, lui era ed è molto di più, intendiamoci ma quello bastava. Lo capì Martin Scorsese che cercava e tuttora cerca di scandagliare l’ontologia dell’America e The last waltz, il film sul concerto d’addio del gruppo e dei loro amici canadesi («You know this guy», dice a Robbie, ed entra Neil Young per una struggente Helpless con Joni Mitchell che eleva la sua elegia nel coro), è giustamente un capitolo della storia dell’America, con il suo eterno fardello sulle spalle.

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