Scrittori e popoloChiara Gamberale, Gwyneth Paltrow e la mania dei ricchi di vivere da poveri

La giornalista e scrittrice ha raccontato la sua disavventura con la low-cost Volotea. Ma se io vendessi i libri che vende lei, spenderei tutte le royalties per viaggiare solo in modi che mi tenessero lontana dall’umanità

AP/Lapresse

Di recente ho comprato un cappellino con la visiera. Di norma sono contraria a questi fessi giovanilismi, e guardo con disprezzo gli adulti che girano conciati come utilizzatori d’autotune, ma la scritta su quel cappellino era irresistibile.

A marzo, ve lo ricorderete, il palinsesto di tutti noi era costituito dai filmati – inspiegabilmente non trasmessi dalle piattaforme cui paghiamo l’abbonamento – del processo in Utah nel quale era coinvolta Gwyneth Paltrow. Un tizio diceva che lei l’aveva investito sulle piste da sci, lei diceva che era stato lui a investire lei.

Il processo è stato pieno di momenti stupendi e ha rianimato il giornalismo americano, che ci ha fatto quasi più articoli di quelli che mesi dopo avrebbe fatto su Barbie: l’avvocato di lui che ci manca poco che chieda un autografo a Gwyneth, i vestiti di Gwyneth, le risposte di Gwyneth.

Sul cappellino che ho comprato all’inizio dell’estate c’è la risposta forse più bella, data da Gwyneth quando l’avvocato del tizio le ha chiesto se fosse vero che la sua percezione fosse che, per colpa del tizio, non aveva potuto godersi «quella che era una vacanza piuttosto costosa». «Well, I lost half a day of skiing».

Ci ho ripensato venerdì, quando il turno sul palcoscenico di quest’estate, quest’estate che ricorderemo come quella il cui cartellone tematico era «Ricchi che vivono da poveri», è toccato a Chiara Gamberale.

Chiara Gamberale racconta, sui suoi social e poi al Corriere (giacché il compito dei ricchi ormai sarà pure vivere da poveri, ma quello dei giornali è decisamente rilanciare tutto ciò che possiamo leggere gratis il giorno prima sui social, o a pagamento il giorno dopo sulle loro pagine), che è arrivata in Grecia molte ore dopo il previsto.

È infatti accaduto che l’aereo sul quale doveva partire fosse in overbooking (invero una cosa imprevedibile, in agosto), e che la compagnia low-cost Volotea abbia estratto due passeggere che non sarebbero partite: Gamberale e un’altra tizia.

A quel punto Gamberale perde la pazienza, non perché come tutti noi abbia l’insensata ambizione di arrivare dove aveva previsto nei tempi previsti; bensì perché quella era «l’unica settimana dell’anno in cui lascio Vita con i nonni e con il suo papà per impostare il mio nuovo romanzo».

(Un giorno dovremo parlare dei guasti della mistica della maternità in questo secolo. Un secolo in cui non puoi lavorare concentrata una settimana se non metti migliaia di chilometri tra te e i rompicoglioni che hai generato. Un secolo in cui se non vuoi essere disturbata da tua figlia devi giustificarti e dire che è solo per una settimana l’anno: per cinquantuno settimane è simbiosi, amore assoluto, devozione senza deroghe. Un giorno ne parleremo, ma non oggi).

Gamberale perde la pazienza ma, capendo qualcosina di comunicazione, inquadra il suo spazientirsi come un moto di generosità nei confronti dell’altra tizia, la quale ha tutte le caratteristiche per venire presa a cuore dal grande pubblico: è una madre separata che sta andando a prendere il figlio dall’ex marito; se non arriva ad Atene in tempo ci sarà un problema di coincidenza per New York per l’ex (che, immagino, mica può imbarcarsi lasciando lì la creatura); quando si mette a piangere, il perfido personale aeroportuale minaccia di cacciarla (Gargamella era la fata turchina, in confronto).

Tuttavia, quando la intervista il Corriere, Chiara lascia intravedere la Gwyneth in sé: «Ho perso un giorno di lavoro per colpa di Volotea, chi mi risarcisce?». Certo, a day of work non è half a day of skiing, ma d’altra parte te la vedi la Paltrow su un low-cost?

Ecco, non vorrei che ci perdessimo il vero punto, quello drammatico: quand’è che i ricchi hanno iniziato a vivere da poveri? Perché Alain Elkann prende Italo? Perché Chiara Gamberale in Grecia non ci va con un aereo privato?

Non dico con una linea non low-cost, perché quelle spesso non ci sono proprio: l’anno scorso ho tentato invano di tornare dalla Sardegna con un volo normale, ma esistevano solo aerei di compagnie improbabili che ti facevano pagare teoricamente trenta euro e, per arrivare ai trecento finali, consideravano anche il non salire a bordo scalzi come un extra. (È stato allora che ho visto per la prima volta il nome di questa Volotea, che ha reso Gamberale protagonista dell’estate dei ricchi che vivono da poveri).

La classe media è scomparsa, e con essa i voli di linea di cui avevamo le tessere punti fino all’inizio di questo secolo, quelli di compagnie che non trattavano i passeggeri come bestiame. Ma, se io vendessi la quantità di libri che vende Chiara Gamberale, spenderei tutte le royalties per viaggiare solo in modi che mi tenessero lontana dall’umanità.

O forse, per vendere quanto Chiara Gamberale, con l’umanità ti tocca sporcarti un po’? Si può diventare autrici di bestseller viaggiando in aereo privato? Se è a noleggio invece che di proprietà, è sufficientemente vicino al popolo? Quando Alain Elkann prende un treno che passa da Benevento, lo fa come esperimento sociale?

«Sono una scrittrice e una giornalista», racconta Gamberale di aver urlato al culmine del suo smarrimento di pazienza. Non solo nessuna tv italiana ha trasmesso le udienze di Gwyneth, ma nessun citizen journalist ha filmato Gamberale che faceva la sua cover di “Sono una donna, non sono una santa”. Meno male che viviamo nell’epoca della comunicazione.

Mi torna in mente quel ritorno da Bari che Trenitalia, causa linea ferroviaria adriatica devastata dall’alluvione, mi ha diviso in due tratte, costringendomi a pagare alberghi in cui passare notti impreviste, e soprattutto facendomi trascorrere le quattro ore tra Bari e Roma su un Frecciargento senza wifi.

Sono mesi che aspetto che mi rimborsino l’executive del Frecciarossa che avevo pagato e sulla quale non mi hanno fatto viaggiare. Quasi quasi mando una seconda mail che contenga frasi più minacciose di quelle con cui ho inizialmente chiesto il rimborso: sono una scrittrice, mi avete fatto perdere mezza giornata di wifi.

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