Per manoPerché chi protesta per il clima dovrebbe unirsi ai cicloattivisti (e viceversa)

In Italia, l’azione combinata tra queste due forme di attivismo - così diverse ma così simili, anche nei temi trattati - sta trovando terreno fertile nelle grandi città, i nuovi laboratori di un’unione che gioverebbe a entrambe le parti (oltre ad alimentare le pressioni sul sistema politico)

Stefano Porta/LaPresse

La mobilità sostenibile è uno dei numerosi tasselli della lotta all’emergenza ecoclimatica, un tema sfaccettato che vede nel mezzo a pedali uno dei suoi simboli più forti e riconoscibili. Basti pensare alla scritta «this machine fights climate change» affiancata al disegno di una bicicletta proiettata su un ponte di Glasgow, in Scozia, a margine della conferenza delle parti sul clima del 2021. Uno slogan potente e virale, ma non accompagnato da una partecipazione concreta del “mondo bici” all’interno dei negoziati. 

Durante la Cop26, infatti, una rete di sessanta organizzazioni ciclistiche (tra cui l’European cyclists federation e la World cycling alliance) aveva inviato una lettera aperta ai delegati che hanno condotto le fasi negoziali, chiedendo più spazio e avanzando proposte concrete. Questa sorta di muro tra clima e mobilità ciclistica può in parte riassumere le differenze tra attivismo verde (specialmente quello nuovo e radicale) e cicloattivismo.  

Il primo tratta il riscaldamento globale in tutta la sua ampiezza e pervasività, portando in piazza le preoccupazioni di tutti, senza però omettere argomenti più spinosi come la finanza climatica. Il secondo, invece, abbraccia tematiche circoscritte (violenza stradale, mobilità attiva, democraticità dello spazio pubblico) che, per forza di cose, coinvolgono maggiormente chi risiede nei grandi centri urbani, dove il dominio dell’automobile è visibile in tutta la sua prepotenza. 

L’attivismo per il clima, una delle tante facce dell’ambientalismo, si è consolidato grazie a un movimento transnazionale, ossia i Fridays for future di Greta Thunberg. Sono passati gli anni, l’inazione climatica della politica è rimasta pressoché invariata e queste proteste si sono a tratti radicalizzate. Ci riferiamo, in tal caso, alle azioni dimostrative condotte da Ultima generazione (Ug) ed Extinction rebellion (Xr). Il primo movimento è nato nel 2021, mentre il secondo è stato fondato nel maggio 2018 in Regno Unito (ma in Italia ha preso piede soprattutto dopo le fasi acute della pandemia). 

Il cicloattivismo, invece, è più frammentato a livello locale e si dirama in tante piccole realtà, più o meno conosciute su scala nazionale; spesso tiene per mano le storiche organizzazioni ambientaliste e, comprensibilmente, non ha (e, forse, non avrà mai) i numeri dei grandi global strike per il clima. Le mobilitazioni degli attivisti pro-bici sono più frequenti e spesso estemporanee, in quanto dettate dalle novità della cronaca cittadina. Un esempio virtuoso è quello dei recenti presidi milanesi, organizzati ogni volta che un pedone o un ciclista si aggiunge alla (lunga) lista dei morti e dei feriti gravi sulle strade. Degno di nota è poi il dialogo costante – e talvolta proficuo – tra cicloattivisti, comitati e politici locali. Anche se, com’è avvenuto settimana scorsa con la contestazione all’assessora milanese alla Mobilità Arianna Censi, i momenti di scontro non mancano. 

Nel frattempo, la violenza stradale continua a mordere. Così come l’emergenza climatica, nonostante gli sforzi e una sensibilità sempre più diffusa. Alla luce della gravità di questi problemi differenti, ma contraddistinti da importanti punti di contatto, un’unione più solida tra ecoattivismo e cicloattivismo appare necessaria. Il primo può portare al secondo numeri, seguito e pubblico (molto) giovane; il secondo può portare al primo più esperienza e opportunità di confronto con le realtà locali. A livello nazionale, questa collaborazione sta trovando terreno fertile nelle grandi città, che possono diventare il nuovo laboratorio di una sinergia potenzialmente in grado di consolidare questi temi in cima al dibattito pubblico.

Ne è convinto anche Tommaso Goisis, volto di riferimento del cicloattivismo milanese e attivista della campagna di mobilitazione Sai che puoi, che sta portando sempre più persone a manifestare per la “città delle persone”. Il 17 aprile, per rendere l’idea, erano circa seicento i cittadini presenti a Palazzo Marino per chiedere all’amministrazione Sala più spazio e sicurezza per pedoni e ciclisti.

«La sinergia tra attivismo per il clima e cicloattivismo è cruciale, e mi sento di dire che a Milano si sta già vedendo. Quando abbiamo lanciato Città delle persone, insieme a noi di Sai che puoi erano coinvolte Fiab ciclobby, Cittadini per l’aria e Genitori antismog. Queste due sono realtà che storicamente si occupano di ambiente e non di ciclabilità, tanto che Città delle persone parla anche di qualità dell’aria, sicurezza stradale e preferenziazione dei mezzi pubblici», spiega a Linkiesta Goisis. 

«Nel corso delle varie mobilitazioni è stato bello vedere come i mondi ambientalisti e ciclistici si siano uniti. Alle nostre manifestazioni ha aderito anche Fridays for future Milano, e viceversa. Questa sinergia c’è anche con Ci sarà un bel clima, che sta gestendo gli Stati generali dell’attivismo climatico. Quando sono venuti a Milano abbiamo organizzato assieme una biciclettata finita poi alla Darsena, dove abbiamo parlato di temi ambientali», aggiunge. 

L’apertura dei Fridays for future ai temi della ciclabilità è incoraggiante soprattutto perché non si sta limitando alla città di Milano. A Bari, per esempio, un gruppo di attivisti del movimento fondato da Greta Thunberg ha creato una bike lane umana per chiedere un’accelerazione verso la Città 30, che Bologna ha recentemente implementato. In Italia, quella delle ciclabili umane è una forma di protesta divenuta popolare nella prima metà del 2023, ed è stata in grado di connettere più realtà provenienti da mondi diversi. 

I passi avanti necessari per consolidare questa sinergia sono due: uscire dalle città e coinvolgere anche gli attivisti green più “radicali”, Ultima generazione ed Extinction rebellion su tutti. Secondo Tommaso Goisis, il primo obiettivo è tecnicamente più complesso: «Questa unione funziona bene a livello urbano, perché in città la sicurezza stradale passa dalla ciclabilità, e i temi ambientali delle città sono principalmente legati alle emissioni dei trasporti. Diffonderla su scala nazionale mi sembra più difficile: mentre l’attivismo ambientale abbraccia temi validi per chi vive in città o nelle aree rurali, l’oggetto delle nostre richieste è principalmente valido per l’agenda urbana. Anche se parlare di Città 30 ha sempre senso. Ciò detto, Legambiente è tra le associazioni promotrici della Legge nazionale sulla città a trenta all’ora». 

Cecilia Fabiano/LaPresse

Il secondo obiettivo, invece, è meno utopico ma più delicato, perché il cicloattivismo si basa su mobilitazioni che non sempre toccano la disobbedienza civile (aspetto che contraddistingue Ultima generazione, per esempio). Le ciclabili “clandestine” disegnate durante le ore notturne, però, confermano la distanza sempre più sottile tra questi due universi. «Tempo fa, alcune di noi avevano partecipato, assieme ad attiviste di altri movimenti, a un’azione notturna in cui era stata tracciata una pista ciclabile lungo una via trafficatissima», racconta a Linkiesta una attivista della sezione bresciana di un noto movimento ecologista. «In generale, questo è un tema di cui parliamo moltissimo nel nostro gruppo», aggiunge.

Spostandoci a Bologna, la protesta contro il Passante – la cui realizzazione prevede il potenziamento del nodo autostradale e tangenziale – ha aggregato cicloattivisti ed ecoattivisti, tutti contrari all’allargamento delle infrastrutture dedicate ai mezzi a motore. Già nel 2019, Fridays for future, Extinction rebellion, Legambiente e Salvaiciclisti (ma non solo) avevano pedalato assieme per manifestare contro il progetto.

Ma non si tratta di una peculiarità italiana: nel 2022, in Inghilterra, Xr ha protestato contro la collaborazione tra British cycling e il colosso petrolifero Shell. I collegamenti, insomma, sono spesso difficili da intercettare e categorizzare, ma possono rivelarsi potenzialmente infiniti. Ciò non significa snaturare i metodi delle varie forme di attivismo – anche perché, a differenza di Ultima generazione e Xr, i movimenti pro-bici sono molto meno divisivi -, ma unire le forze laddove sia possibile e necessario. 

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