Radicalità. È questo il titolo del breve documentario su Marco De Vincenzo, incentrato non tanto su di lui, bensì sul suo lavoro e sull’idea che lo sospinge innanzi in un mondo della moda complesso, caotico e inflazionato come tutto è, oggi, in una certa misura. Il regista Beniamino Barrese intende raccontare uno spaccato, non una storia. Le riprese indugiano sulle concitate giornate che precedono la sfilata della collezione femminile invernale del 2023. Allora, Marco De Vincenzo era solo al suo secondo debutto in passerella, essendo stato nominato direttore creativo di Etro nel maggio del 2022. Solo, si fa per dire. Dato che Marco De Vincenzo, si sa, ha cominciato insieme a Fendi, vicino a entrambe le sorelle, ha lanciato un’autonoma collezione prêt-à-porter nel 2009 ed è stato insignito del premio “Who is On Next” di Vogue Italia. Si percepisce, si intuisce la pressione che De Vincenzo prova, a prescindere dall’esperienza che pure conserva alle spalle, all’alba di un appuntamento con il pubblico, quando gli abiti che ha concepito «diventeranno prodotto», spiega, «e dovranno piacere».
La domanda che in effetti sorge spontanea e che De Vincenzo stesso si pone, sebbene celata all’interno di sospensioni, di interrogativi, di immagini in bianco e nero dei preparativi, dove tutto sommato regna anche una certa calma, una certa fiducia, un lavoro di squadra continuamente esibito, è come rapportarsi alla moda oggi. Alla moda e a ciò che la moda rappresenta, a ciò che la moda implica, una produzione cioè incessante di contenuti, di prodotti, come li chiama giustamente De Vincenzo, un’offerta che segua una domanda, che la preceda o la segua, che la anticipi e continuamente la rincorra. In un momento storico dove invece sembra parallela l’esigenza, la spinta a rallentare, a riconcepire un certo modello, un certo approccio all’esistenza e ai consumi, come si cerca il perché, il che cos’è di tutte le cose? A maggior ragione se sono creative, dunque, in un certo senso, votate all’ispirazione, alla vocazione, a una propulsione del tutto personale, soggettiva, altalenante?

Bisogna chiederselo, sì, e De Vincenzo ci prova, forse inconsciamente. Il quesito involontario che pone è quello di un’intera generazione, che tenta di interpretare i codici del presente e spesso si trova confusa, smarrita, esausta, proprio perché quegli stessi codici non sono ancora sufficientemente all’altezza dei cambiamenti, dei movimenti che la storia reclama a gran voce. De Vincenzo ha preparato la scorsa collezione in sole tre settimane. In un’intervista per Vogue, l’aveva definita un’esperienza convulsa. Aveva aggiunto: «La questione del tempo è centrale». Anche in questo breve documentario, sorridendo, guardando di volta in volta a destra oppure a sinistra, fugando cioè l’occhio della macchina da presa, confessa: «Non si capisce se sto preservando qualcosa da un possibile crollo, oppure se lo sto restaurando. Oppure se lo sto lasciando così com’è». E non è questo il tentativo da parte di tutti i giovani, che si apprestano a guardare un sistema che pare arrivato al culmine delle sue potenzialità espressive, all’apice delle sue risorse, al punto da averle già forse quasi erose, quasi esaurite? Come ci si incastra, come ci si regola? Come si fa, in breve, a fare le cose? Le si cambia, le si salva o le si preserva?
«È molto difficile essere quello che deve rinnovare. Soprattutto per uno come me che è molto attratto dal passato. E lo guarda con un po’ di nostalgia. Non so che cosa posso portare di contemporaneo», ammette schiettamente De Vincenzo. Nel suo caso, e lo abbiamo visto, la collezione autunno/inverno ha presentato scialli dal deciso calore cromatico, così tipico per Etro, gilet maschili, bluse, il tutto esaltato da trucco e da acconciature dall’effetto punk, come gli ha suggerito Bianca Balti, in una breve apparizione durante le riprese.
Già, dopotutto la moda mescola insieme elementi del passato, li pesca da epoche lontane, li decontestualizza, li isola e li rivisita. L’amore per l’heritage non tramonta mai, così come l’amore per il retrò. Ogni stagione contiene degli inni, degli omaggi ad atmosfere perdute, quelle delle vecchie corti imperiali ad esempio. Spalline, corsetti ci rimandano subito a Versailles, alla Francia del Settecento. L’estetica di ogni marchio segue, a modo suo, un momento, una fase, che si sono incastonati nella memoria collettiva: per Dolce&Gabbana è l’Italia da cartolina, l’Italia che ancora si annida in qualche angolo del Sud della penisola, la Sicilia gotica, la Napoli del centro storico. Nella sua precedente campagna, Marco Di Vincenzo aveva raffigurato le donne dei dipinti preraffaelliti, ammantate da seduzioni fiabesche e quasi bibliche, essendo il perno della narrazione la mela, la mela del peccato e della lussuria.
Ma rifugiarsi in un altrove patinato, esclusivo, beato è un istinto che evita di affrontare la realtà, le sue contraddizioni, le sue sporgenze. Sforzarsi di trovare innovazione senza soccombere alla saturazione, al già detto, al già fatto, con il rischio di essere trascinati nell’oceano di residui che il sistema trascina, porta con sé e infine deposita come la marea, è la sfida davvero attuale dei giovani stilisti di oggi.