Che barba, che noiaRóisín Murphy, i tifosi di Barbero e i social come curve dello stadio

Una cantante messa al bando perché dice frasi di buon senso, le critiche a Fiorello e il dibattito pubblico su Internet simile a quello sul Fantacalcio

Unsplash

C’è una differenza tra la tifoseria sportiva e la fede religiosa? E, soprattutto, si ha alcuna speranza che la propria comprensione del mondo generi prosperità economica per sé e per gli eredi quando si è incapaci di capire cosa conduca la gente a tifare per l’esistenza d’un dio o per la vittoria d’una squadra?

È una domanda che mi sono sempre fatta – non diventerò dunque mai un’autrice di bestseller, se quelli che guardano la partita di calcio mi sembrano con ogni evidenza degli imbecilli, e quelli che guardano la partita di calcio costituiscono il grande pubblico? – ma me la faccio molto più spesso da quando è diventato impossibile sfuggire alla tendenza collettiva a formare le squadre.

La gente sta sull’internet per fare le squadre. Per schierarsi con qualcuno. Per offendersi a nome di qualcuno. Per tenere contro qualcun altro. E questo qualcuno e questo qualcun altro praticamente sempre sono gente che la gente che tifa non ha mai incontrato: sono gente che sta dentro al telefono.

Ho visto un video di Fiorello al festival di Camogli, imitava Alessandro Barbero, non importa se l’imitazione fosse bella o brutta, ostile o affettuosa (può un’imitazione essere ostile? Secondo me no, ma: non è questo il punto). Sotto c’era un pieno di commenti di barberisti offesi. Come si permette. Come osa. È un poveretto, lui, Barbero invece sì che. La gente forma spontaneamente curve di stadio, e quella era di tifosi di Barbero.

Barbero che probabilmente neppure sa che questi disperati che lo tifano come diversivo nelle loro vite di silenziosa disperazione esistano, ma se lo sapesse neppure potrebbe dar loro dei deficienti, giacché dare dei deficienti ai propri tifosi non è remunerativo (il mio commercialista può confermavelo).

Lo so che questa dinamica – religiosità, tifoseria, chiamatela come volete – è sempre esistita, che gli antichi romani che andavano al Colosseo per tifare per i leoni o per i gladiatori erano uguali, ma quando non eravamo così tanto in contatto con l’umanità, quando vivevamo in una bolla in cui tutti leggevano Dostoevskij e Camus e non li recensivano pubblicamente e l’umanità non aveva modo di sciorinarci le sue convinzioni morali – insomma: nel Novecento – potevamo credere che i film in costume fossero film in costume, e nella realtà e al presente non ci tenessimo tutti tanto alle squadre (a parte quegli imbecilli che guardavano Novantesimo minuto).

Adesso è tutto squadre, tutto posizionamento morale, tutto stai con Togliatti o con Vittorini, con la gricia o con la matriciana, con Pasolini o con la Morante, con quelli che credono che le donne abbiano il cazzo o con quelli che credono che un carboidrato benedetto sia il corpo di Cristo, con Valentino o con Dior, con Taylor Swift o con Kanye West – è tutt’una contrapposizione senza la quale la disperatissima umanità di questo secolo non pare sentirsi viva.

Róisín Murphy, cantante irlandese di cui non ho mai sentito una canzone, ha detto che forse non è una buonissima idea castrare chimicamente i bambini che sono convinti d’essere d’un altro sesso con lo stesso cervello con cui credono d’essere Batman o che esista babbo Natale (sintesi mia, lei l’ha detto in maniera più presentabile).

Apriti cielo, le sono toccate stroncature su gazzettini del postmodernismo per i quali non credere nella religione del genere sessuale come porta girevole è gravissimo, e rimozione dalla lista dei cantanti socialmente abbastanza presentabili da essere trasmessi dalla Bbc, e specularmente articoli in difesa del fatto che Murphy ha diritto di dire quel che dice non perché chiunque abbia diritto di dire qualunque cosa, ma perché, santo cielo, Murphy ha ragione. Ma il punto, dio delle opposte curve di stadio, non è la ragione (che è un concetto mutevole quanto le mode culturali).

Il punto non è che “transfobica” sia una categoria fessa (lo è) perché non significa niente (a meno che una non tema la vista di gente con la barba e i tacchi come teme quella dei ragni) e perché le donne non possono avere il cazzo (non lo possono in effetti avere).

Il punto è che l’unica ragione per non trasmettere una canzone in una radio è che quella canzone è brutta. Che può voler dire molte cose – anche che è una canzone bella per un certo pubblico che non è quello di quella radio – ma non: chi se ne frega di come suona la canzone, noi selezioniamo la personalità della cantante.

Il punto è che se Róisín Murphy fosse entrata con un mitra in una scuola elementare e avesse aperto il fuoco, o se fosse il dittatore d’un paese del terzo mondo che affama il suo popolo, o se avesse una passione per i tailleur blu elettrico, insomma, se Róisín Murphy avesse tratti universalmente riprovevoli, sulla cui riprovazione tutte le curve di tutte le tifoserie concordano, sarebbe comunque assurdo non trasmettere per questo le sue canzoni.

Sarebbe un disservizio per i propri ascoltatori, prima che un’ingiustizia nei confronti d’una cantante. Il punto è che invece sappiamo solo dividerci tra quelli convinti che la signora abbia moralmente ragione, e quelli che pensano abbia moralmente torto, e far discendere da quello la nostra decisione circa cosa leggere, ascoltare, indossare.

Il punto è che, da quando i moralizzatori sono in servizio permanente effettivo, a noi tocca sorbirci decisioni creative e metri quadri di giornali e qualunque cosa compresa la vendita dello shampoo, tutto, proprio tutto, in chiave ideologica.

Chiave ideologica di cui non ci frega niente nientissimo, che ci annoia tanto tantissimo, ma che qualche genio del marketing ha deciso essere indispensabile. Dite che questo shampoo è per le famiglie queer, vedrete come vendete. Dite che la selezione musicale in questa radio è fatta con criteri morali, vedrete come vi ascoltano. Dite che se una non crede che quello sia il corpo di Cristo la mettete al rogo, vedrete come ne beneficia la modernità della vostra immagine.

Presto, prestissimo, la collezione primavera/estate ispirata a Giovanna d’Arco e al Lanerossi Vicenza, ormai uniche categorie critiche con cui interpretare il mondo. Ogni tanto mi viene il sospetto che la miglior critica culturale di questo secolo fosse, vedendoci lungo già dal secolo scorso, Sandra Mondaini: che barba, che noia.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter