Granchi blu e altri nemiciIl dramma economico delle specie aliene invasive e il solito immobilismo all’italiana

Dal punto di vista economico, gli animali e le piante fuori dal loro areale originario fanno più danni dei disastri naturali. Il granchio blu è solo l’ultimo esempio di un problema generalmente sottovalutato in termini mediatici e politici, soprattutto in Italia (che pochi mesi fa è stata deferita alla Corte di giustizia dell’Unione europea)

AP Photo/LaPresse

L’approccio della politica italiana alla cosiddetta “invasione” del granchio blu – giunto in Europa dall’oceano Atlantico occidentale – sta rendendo quasi macchiettistico il delicato tema delle specie aliene invasive. In realtà, però, la questione è più seria del previsto, soprattutto dal punto di vista economico.

Quello delle specie alloctone, che sono aumentate del settantasei per cento negli ultimi trent’anni, è un argomento in grado di confermare la pervasività della sfida ambientale, ma è spesso sottovalutato all’interno del dibattito pubblico. Per definizione, parliamo di animali o vegetali trasferiti dall’uomo fuori dal loro areale naturale (il granchio blu è probabilmente arrivato nelle coste italiane tramite l’acqua di zavorra delle navi cargo) e che hanno un impatto negativo sul territorio in cui si insediano. I cambiamenti climatici – tra temperature tropicali e acque marine sempre più calde – stanno facilitando la diffusione di queste specie e riducendo la resilienza degli habitat alle invasioni biologiche. 

Il risultato? Rischi sanitari, perdita di biodiversità e danni economici ancora sottostimati. Basti pensare che il governo stanzierà 2,9 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza dovuta al granchio blu e che Luca Zaia, presidente di Regione Veneto, ha detto di aver fatto raccogliere trecentoventisei tonnellate di questi animali così insidiosi: si riproducono facilmente (gli esemplari femmina arrivano a deporre fino a due milioni di uova nel periodo di riproduzione, che dura da maggio a ottobre) e sono in grado di risalire i fiumi leggermente salati come il delta del Po. 

Ad approfondire gli impatti economici delle specie esotiche invasive è stato il nuovo “Rapporto di valutazione sulle specie aliene invasive e il loro controllo”, pubblicato di recente dalla Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ipbes).

Stando ai dati del 2019, il costo globale delle specie aliene invasive ha superato i quattrocentoventitré miliardi di dollari annui. Si tratta di una cifra superiore alle stime sui danni dei disastri naturali (duecentosettanta miliardi nel 2022), sempre più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale di origine antropica. Gli autori hanno mostrato che, dal 1970, i costi delle invasioni biologiche sono cresciuti del quattrocento per cento ogni decennio. Per rendere l’idea, gli incendi alle Hawaii sono stati alimentati anche dalle erbe non autoctone cresciute nella zona. 

Per quanto riguarda l’Italia, invece, non abbiamo ancora citato le nutrie, che stanno generando danni incalcolabili alle coltivazioni e agli argini dei fiumi (con tutti i rischi idraulici del caso). O, ancora, a tutti i costi sanitari connessi al ratto nero o alla zanzara tigre. Quest’ultima è originaria del Sudest Asiatico ed è stata introdotta accidentalmente in Europa tra gli anni Settanta e Novanta. Quando si parla di clima e ambiente è tutto collegato, e il tema delle specie aliene invasive ne è la triste conferma. 

Quello dell’Ipbes è uno dei report più autorevoli di sempre sull’impatto sociale ed economico delle specie alloctone invasive: è stato approvato al termine di una sessione plenaria a cui hanno partecipato centoquarantuno Paesi (Italia compresa) ed è stato redatto da un centinaio di scienziati provenienti da ogni angolo del mondo. In più, il documento è stato chiuso al termine di quattro anni di lavoro, durante i quali sono stati consultati circa dodicimila riferimenti bibliografici. 

Secondo l’Ipbes, il trentaquattro delle specie esotiche invasive segnalate si trova nelle Americhe; il trentuno per cento in Europa e in Asia Centrale; il venticinque per cento nell’Asia Pacifica; il sette per cento in Africa. Frugando nella banca dati dell’istituto, in Italia notiamo la presenza di 3.363 specie esotiche invasive. 

La preoccupazione degli esperti è legata alla cosiddetta “perdita di unicità delle comunità di vita”: l’aggressività delle specie aliene invasive – che ha contribuito al sessanta per cento delle estinzioni animali e vegetali registrate nel rapporto – rende le comunità biologiche sempre più simili e, conseguentemente, meno resistenti alle minacce esterne. E tutto ciò ha un impatto economico che negli anni si sta pericolosamente aggravando.

In questo scenario, solo il diciassette per cento dei Paesi vanta leggi o regolamenti nazionali pensati per arginare il problema. L’Italia, come se non bastasse, è tra i diciotto Stati membri dell’Unione europea a non aver applicato le norme comunitarie contro le specie alloctone. Per questo, nel 2021, è stata soggetta a una procedura d’infrazione aperta dalla Commissione europea. 

Nel gennaio 2023, il procedimento è poi sfociato in un deferimento alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La Commissione Ue, infatti, ha deciso di procedere in quanto l’Italia non avrebbe attuato le disposizioni del regolamento 1143/2014 per prevenire e gestire l’introduzione e la diffusione di queste specie. 

Nel nostro continente, svela Ispra, i danni provocati dalle specie aliene invasive ammontano a dodici miliardi di euro l’anno. Stando al report “Economic costs of invasive alien species across Europe”, coordinato dallo Senckenberg research institute di Gelnhausen, in Europa i costi totali hanno raggiunto quota 116,61 miliardi (tra il 1960 e il 2020). Il Paese più colpito è la Gran Bretagna (diciotto miliardi), seguita da Spagna (16,2), Francia (11,4), Germania (9,8), Russia europea (8,5) e Portogallo (quasi otto). 

«Sarebbe un errore estremamente grave considerare le invasioni biologiche come un problema di qualcun altro. Stiamo parlando di rischi e sfide con radici globali ma con impatti locali, che le persone di ogni Paese e di ogni comunità devono affrontare. Anche l’Antartide, per dire, è colpita», scrivono Helen Roy, Aníbal Pauchard Peter Stoett, che hanno guidato la ricerca dell’Ipbes.