
L’altro giorno ci siamo svegliati con la «guerra in Israele». La guerra che non era guerra mentre diecimila missili erano lanciati sui civili ebrei in quanto civili e in quanto ebrei, né mentre gli squadroni terroristi prelevavano dalle loro case i civili ebrei in quanto civili e in quanto ebrei, per assassinarli in strada e per rammostrarne i cadaveri vilipesi all’obiettivo degli smartphone che registravano il circostante tripudio di urla festose.
La guerra che non era guerra mentre andavano in rassegna le immagini dei prigionieri ebrei macellati, le scene degli uomini, delle donne e dei bambini ebrei caricati sulle camionette o trascinati con le mani legate dietro alla schiena tra filari di “combattenti” che ringraziavano dio infierendo e sputando su quegli ostaggi terrorizzati.
La guerra che non era guerra mentre i dittatori del mondo vi inneggiavano, salutando la coraggiosa santità dei bombardamenti e delle incursioni sicarie che facevano giustizia dei discendenti delle scimmie e dei maiali.
E invece era guerra, diventava guerra, quando questa parola era pronunciata dal primo ministro israeliano.
Era guerra di cui dolersi e da condannare, da fermare, da combattere con le armi della pace opposte non a quella pioggia di missili ma alla difesa israeliana che faceva escalation interponendovisi, le armi della pace puntate non contro i terroristi che abbattevano i civili ebrei per le strade, ma contro la “rappresaglia” che interveniva per fermare la mattanza, le armi della pace agitate in faccia a una democrazia che si difende, non al cospetto delle tirannie e delle organizzazioni terroristiche che hanno per statuto di raderla al suolo e di sterminarne gli abitanti.
E con le armi della pace, quelle rivolte contro la donna soldato che neutralizza due sgozzatori, non contro la belva che tiene per i capelli una donna disarmata che perde sangue dai genitali, con le armi della pace è immediatamente cominciata la guerra anche qui da noi.
La guerra di sempre. La guerra che si appella alle risoluzioni dell’Onu quando gli ebrei, in quanto ebrei, sono massacrati, fatti esplodere, accoltellati, decapitati non solo in Israele, ma nelle strade e nei bar e nelle stazioni e negli aeroporti e nelle scuole dei Paesi in cui ottant’anni fa erano messi sui vagoni piombati.
La guerra che indugia sulla discutibilità delle maggioranze parlamentari israeliane quando il sicario antisemita spara alla testa dei bambini all’uscita delle sinagoghe. La guerra non condannata ma lasciata correre, accettata, che mette a rischio l’incolumità e la stessa vita degli ebrei in quanto ebrei non solo in Israele ma qui, in Europa, e anzi in Europa più che laggiù.
La guerra che le armi della pace finanziano nei convegni, nelle televisioni, nei libri, nei giornali, nei social in cui si racconta di un altro lavoro che rende liberi, il lavoro degli assassini degli ebrei che rende libere le vittime del complotto sionista. Il lavoro per l’annientamento degli ebrei che un’altra volta libera le armi della pace contro gli ebrei.