Rottura totaleNetanyahu prova a rimediare ai suoi errori, ma non ha capito che la sua carriera politica è già chiusa

Il premier israeliano ha dovuto allontanarsi dai suoi alleati di estrema destra, esclusi dalle cariche ministeriali e ha convenuto di formare il nuovo governo diretto da un gabinetto di guerra: arriverà fino al termine del conflitto a Gaza, poi ci saranno nuove elezioni

AP/Lapresse

Golda Meir e Moshé Dayan non chiesero alle opposizioni di formare un governo di unità nazionale il 6 ottobre del 1973, quando apparve subito chiaro l’enorme errore strategico che avevano commesso, non prevedendo l’attacco militare congiunto di Egitto e Siria – che aveva distrutto le difese israeliane sul Canale di Suez e premeva drammaticamente sul Golan. Diressero la guerra alla testa del governo responsabile del disastro: la vinsero. Poi, finiti i combattimenti, si dimisero e chiusero sommessamente la loro carriera politica.

Invece, il 7 ottobre 2023 Bibi Netanyahu, appena apparso chiaro il disastro combinato dal suo governo che aveva tolto il presidio militare al confine di Gaza, ha chiesto alle opposizioni di formare un governo di unità nazionale. Si è cioè reso conto di non potere reagire alla più grave sconfitta militare e politica della storia di Israele col governo che l’aveva permessa con una serie tragica di errori militari e politici.

Doppio segno di débâcle politica personale da un lato – per un decennio, come spiega Le Monde, la sua strategia si è basata sulla certezza che la crisi di Gaza andasse congelata e che Hamas era di fatto contenibile nonostante i razzi –, ma anche presa d’atto di avere spaccato in due Israele con la sua politica. I due milioni di israeliani, su una popolazione ebraica di sette milioni, che hanno manifestato contro il governo Netanyahu nelle piazze di Israele per decine di settimane hanno dimostrato che per la prima volta nella sua storia Israele è, era, drammaticamente spaccato in due parti in conflitto tra loro. Una spaccatura che ha messo in crisi persino i rapporti con gli Stati Uniti e personalmente con Joe Biden.

Immediatamente i leader dell’opposizione, Benny Gantz, Yair Lapid e Avigdor Liebermann hanno mostrato la loro disponibilità al governo di unità nazionale, senza avanzare alcuna critica – e ne potevano contestare centinaia – alle responsabilità di Netanyhau nel disastro. I conti si faranno a guerra finita.

Un’unica pregiudiziale è stata avanzata da Benny Gantz: i due leader dell’estrema destra, particolarmente responsabili del disastro, Itamar ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale – che ha sguarnito il presidio dei militari israeliani al confine di Gaza per spostare ben ventitré brigate (su settantacinque di Tsahal) a difesa dei coloni di una Cisgiordania che intende annettere a Israele – e Bezael Smotrich, ministro dei Coloni, non dovranno partecipare all’esecutivo.

Sin dal primo momento Netanyahu e i leader dell’opposizione hanno trovato un’intesa di massima su un punto cruciale: le operazioni di guerra a Gaza e sul fronte nord saranno comandate da un ristretto “gabinetto di guerra” composto da cinque-sei ministri, presieduto dallo stesso Netanyahu. Ma il nuovo governo ha tardato a formarsi, con riunioni decisive che Netanyahu ha continuato a procrastinare, nello sconcerto di Benny Ganz, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – facendo ritardare la stessa operazione di terra su Gaza – per due ragioni di bassa lega.

La prima ragione sono (o erano) le bizze di Itamar ben Gvir, che non intende essere escluso dal nuovo esecutivo e minaccia di non votare il nuovo esecutivo se non ne farà parte. La seconda – grave – ragione è legata all’indecisione di Netanyahu, che ha continuato a rimandare le riunioni decisive con i leader dell’opposizione.

Il nodo, per lui, è la sua rottura con ben Gvir e Smotrich avvenuta mercoledì sera, al quinto giorno di guerra, dopo estenuanti trattative: il premier ha dovuto cedere in toto alle richieste di Benny Gantz, ha dovuto separarsi dai suoi alleati di estrema destra, esclusi dalle cariche ministeriali e ha convenuto di formare il nuovo governo diretto da un gabinetto di guerra di cui faranno parte loro due, il generale Gadi Eizenkot, un tecnico, successore di Gantz quale capo di stato maggiore dell’esercito, l’attuale ministro della Difesa del Likud Yoav Gallant, un ex generale che nel marzo scorso ruppe con Netanyahu contro la sua riforma della giustizia e Yair Lapid. Quindi, tre alti ex generali in posti chiave. Il gabinetto di guerra e il governo, si è concordato, termineranno al termine della guerra a Gaza. Dopo, sicuramente, nuove elezioni. E non ci sarà più la coalizione che ha governato negli ultimi mesi.

Insomma, per meschini calcoli di interesse personale, Netanyahu ha dilapidato il patrimonio di credibilità della sua eccellente leadership liberale e i suoi altrettanto eccellenti governi, alleandosi nel 2022 con l’estrema destra razzista e para fascista, per di più del tutto incapace di garantire la sicurezza di Israele, pur di conquistare il governo e proteggersi dai due processi che lo vedono imputato.

Di fatto, Netanyahu non ha mai compreso che il disastro combinato dal suo governo il 7 ottobre ne ha concluso, malamente, la carriera politica. Il precedente della fine della carriera politica di due leader pur straordinari come Golda Meir e Moshé Dayan dopo il disastro del 1973 è ineludibile.

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