
Il cambiamento climatico e l’iper-sfruttamento delle risorse da parte degli esseri umani rischiano di prosciugare i grandi laghi della Terra. L’ennesima conferma è giunta da uno studio, pubblicato su Science e realizzato da accademici americani, francesi e sauditi, che ha dimostrato come oltre il cinquanta per cento dei più grandi laghi del Pianeta stia sperimentando una diminuzione del volume d’acqua. I ricercatori sono giunti a questa conclusione confrontando i dati provenienti da trent’anni di osservazioni via satellite (1992-2022) con modelli che consentono di stimare la quantità d’acqua presente nei bacini. I risultati sono significativi perché è la prima volta in cui viene condotta una ricerca così approfondita sui laghi, spesso ignorati dalla comunità scientifica ma importanti dispensatori d’acqua per gli esseri umani e gli ecosistemi.
Il team di ricercatori ha reso noto che la desertificazione dei laghi è causata principalmente dall’uso insostenibile dell’acqua da parte degli esseri umani, dalla riduzione delle precipitazioni, dall’aumento delle temperature e dal processo di sedimentazione. Gli scienziati hanno stimato che due miliardi di persone vivono all’interno di bacini di laghi morenti. Questo dato dovrà essere considerato dai decisori per implementare politiche di gestione sostenibile dell’acqua che, a volte, si sono rivelate utili.
Il lago Sevan in Armenia, ad esempio, è tornato a crescere grazie a provvedimenti conservativi. Quanto accaduto, però, rappresenta un caso isolato perché molti bacini “in ripresa” sono situati in aree spopolate, come l’Altopiano Tibetano, e hanno beneficiato della costruzione di dighe. La maggior parte degli altri laghi ha invece accumulato perdite pari a una volta e mezzo il volume del lago di Garda e, nel caso degli specchi d’acqua artici e tropicali, sono stati registrati trend di desertificazione superiori a quanto stimato in precedenza.
In Italia la situazione è in linea con il trend, preoccupante, del resto del mondo come dimostrato dal report dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, diffuso in occasione della mobilitazione europea “Big Jump” 2023 e dedicato alla tutela dei corsi d’acqua. I bacini lacustri che soffrono di più a causa delle condizioni di siccità sono il lago di Nemi, il lago di Bracciano, il lago Maggiore e il lago di Garda, il lago Fedaia e il Massaciuccoli.
La triste vicenda che riguarda lo specchio d’acqua di Bracciano, che divide la provincia di Roma Capitale da quella di Viterbo, risale al 2017. Proprio in quell’anno, nel mezzo di una grave siccità, fu deciso di captarne le acque per destinarle a una Capitale sempre più assetata. La captazione del 2017, come riferito dall’Osservatorio dell’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi) e riportato da Roma Today, ha provocato danni significativi nel lungo periodo.
Nel maggio del 2023 il livello delle acque aveva raggiunto i -114 centimetri sullo zero idrometrico, un vero e proprio salasso rispetto ai -43 centimetri registrati tra il 2000 ed il 2016, i -15 centimetri degli anni Ottanta e i +8 centimetri degli anni Sessanta. Secondo il presidente dell’Anbi, Francesco Vincenzi, sentito da Roma Today, «questi dati confermano soprattutto due cose: l’urgente necessità di una legge che freni un sconsiderato consumo di suolo, aumentando la pressione su ecosistemi già fiaccati dalla crisi climatica. E la grande difficoltà della natura a recuperare autonomamente l’equilibrio idrico come dimostrato anche dalla persistente insufficienza dei livelli di falda in alcune zone del Nord Italia».
Le piogge, peraltro sempre più rare, non riescono a compensare quanto i danni prodotti dalle attività umane che hanno ormai alterato un ciclo naturale di perdite e compensazioni che poteva tenere in equilibrio il bioma del lago. Secondo il direttore generale dell’Anbi, Massimo Gargano, una possibile soluzione potrebbe essere quella di lavorare su «piani per invasi multifunzionali» e sui «bacini di espansione» che rispondono anche all’esigenza di «rimpinguare costantemente le falde, attraverso la percolazione dell’acqua» sul modello delle risaie.
Durante l’estate del 2023 hanno suscitato preoccupazione le condizioni del lago Maggiore. Il 23 agosto è stato misurato un livello delle acque pari a -33,9 centimetri sullo zero idrometrico e la sindaca di Verbania, Silvia Marchionini, ha evidenziato le difficoltà provocate dal lago in secca nei confronti delle attività e dei trasporti via acqua, importanti tanto per i residenti quanto per i turisti. L’instabilità climatica e la siccità prolungata rischiano di trasformare il lago Maggiore, che ad agosto ha visto la sua capacità di riempimento precipitare al 17,3 per cento del totale, in un piccolo specchio d’acqua. Vincenzi ha riferito che la spiegazione è da ricercare nell’andamento pluviometrico attuale che, dopo una stagione straordinariamente siccitosa, rende difficile la ricarica delle falde acquifere.
Il lago Maggiore è il secondo bacino italiano per dimensioni e alimenta una fitta rete di canali che garantisce l’acqua alle attività agricole lombarde e piemontesi, con un picco di domanda nei mesi centrali dell’estate. Per evitare che il livello del lago scenda eccessivamente bisogna sperare che l’afflusso garantito dai fiumi in entrata, che hanno come serbatoio i ghiacciai delle Alpi, sia maggiore dei deflussi in uscita. Questo scenario, influenzato dal clima che cambia, non si verifica con costanza, e quindi si deve intervenire sulla portata delle acque in uscita riducendone la disponibilità per le attività agricole.
Il quadro è dunque complesso e ha ricadute di tipo economico che devono essere tenute in considerazione. La vicenda del lago Maggiore chiarisce quanto l’uomo, la natura e il clima risentano l’uno dell’altro. Gli squilibri inseriti all’interno di questo sistema complesso tendono a portare svantaggi a tutti, imponendo un ripensamento in chiave sostenibile delle politiche idriche in un’epoca in cui il cambiamento climatico è ormai predominante.