Enigma climaticoLa carbon tax globale è una soluzione logica ma difficile da applicare

La tassa globale sulle emissioni di CO2 potrebbe risolvere il principale difetto di quelle locali, ossia il carbon leakage (perdite di carbonio). Questa misura, per non risultare escludente, deve essere accompagnata da politiche di redistribuzione. E c’è un altro problema: andrebbe a contraddire il principio base dell’accordo di Parigi

AP Photo/LaPresse

Il recente Africa climate summit di Nairobi ha dimostrato ancora una volta come la questione climatica sia sempre più una questione di finanza internazionale. Che si tratti di mitigazione o adattamento, le politiche climatiche servono soprattutto a questo: mobilitare, sbloccare, indirizzare risorse finanziarie lì dove sono necessarie. Ed è per questo che la notizia principale del primo summit africano sul clima è stata proprio una richiesta finanziaria: l’adozione di una tassa globale sul carbonio «da applicare al commercio di combustibili fossili, al trasporto marittimo e all’aviazione». 

È questa la strada scelta dai Paesi africani per navigare la crisi climatica ed è questa la posizione che porteranno alla Cop28 di Dubai. È un nuovo moonshot diplomatico dell’Africa, un obiettivo così ambizioso da sembrare visionario, visto che si parla di carbon tax globale da decenni, ha avuto il supporto di decine di premi Nobel (è la grande battaglia di William Nordhaus, nobel per l’Economia nel 2018), ma alla fine è sempre rimasta una richiesta astratta, senza una via politica praticabile. 

È giusto però ricordare che prima di Cop27 sembrava diplomaticamente impossibile anche l’istituzione di un fondo internazionale per compensare danni e perdite da crisi climatica (il Loss and damage), e abbiamo visto come è andata. I nuovi equilibri tra nord globale, sud globale e grandi economie emergenti possono sbloccare stalli incancreniti da decenni. E poi c’è la realtà climatica, fatta di shock sempre più grandi che costringono i leader ad aggiornare i limiti del possibile. 

Nel 2022 il fondo Loss and damage divenne all’improvviso più vicino dopo il monsone da tremila morti in Pakistan di settembre. Il disastro di Derna, in Libia, pochi giorni dopo il summit e a pochi mesi da Cop28, potrebbe avere lo stesso effetto sull’ipotesi inerente alla carbon tax. L’Africa è a corto di risorse di adattamento, che secondo il Global center on adaptation devono aumentare di dieci volte entro un decennio per reggere il passo della crisi. Undicimila morti dopo il collasso di due dighe durante un uragano mediterraneo sono l’applicazione pratica del significato di questi numeri. 

È questo il contesto in cui i sostenitori di una tassa globale sulle emissioni di carbonio giocheranno la propria partita da qui a Dubai. Non si tratta di reinventare la ruota, dal momento che secondo il Fondo monetario internazionale esistono nel mondo già quarantasei Paesi che applicano tassazioni nazionali o di area sulle emissioni, ma di rendere questo strumento globale, armonico e scalabile. Durante il summit sulla finanza di giugno a Parigi il presidente francese Emmanuel Macron si era esposto a favore di una tassa sulle emissioni del commercio marittimo. Più prudente l’inviato per il clima degli Stati Uniti John Kerry, che a Nairobi ha spiegato come diverse soluzioni sono allo studio dell’amministrazione. Gli Stati Uniti stanno per entrare in un complicato ciclo elettorale, non esattamente il momento migliore per parlare agli americani di nuove tasse internazionali. 

Il meccanismo base è semplice: si fissa a livello internazionale un prezzo per tonnellata di CO2 emessa, da applicare upstream (su estrazione e produzione di combustibili fossili). Questo servirebbe sia ad accumulare risorse, sia a spingere aziende e consumatori verso l’adozione di tecnologie più pulite e non tassate. Il rischio delle carbon tax è che siano però regressive, perché i costi di molti beni e servizi aumenterebbero, soprattutto nel breve periodo, e chi ha redditi o margini più bassi spende una quota maggiore delle proprie risorse in energia e rischia di sentirne maggiormente l’impatto. È per questo che con una carbon tax devono essere adottate delle misure di redistribuzione. 

Un modello diverso è quello applicato all’interno dell’Unione europea con il sistema Emission trading scheme (Ets). Una carbon tax ha un prezzo fisso del carbonio ma non un obiettivo di riduzione prefissato, mentre uno schema come quello europeo (chiamato cap and trade) funziona nel modo inverso: prevede un obiettivo di riduzione prefissato, mentre il prezzo del carbonio risente dell’andamento del mercato, dal momento che i crediti per emettere CO2 possono essere comprati e venduti. 

L’effetto di una carbon tax globale sarebbe anche risolvere il principale difetto di quelle locali: eliminare il carbon leakage, le «perdite di carbonio». Se un Paese fissa una tassa sul carbonio, la produzione ad alta intensità inquinante semplicemente ha la tendenza a spostarsi altrove, dove le regole sono più lasche e quindi i margini di profitto maggiori. Le esperienze degli ultimi decenni hanno dimostrato che l’unica tassa sul carbonio che può davvero ridurre le emissioni senza fughe verso economie più compiacenti è una tassa globale. Secondo i dati Imf, gli attuali schemi di tassazione (compresi quelli di tipo cap and trade) coprono il 30 per cento delle emissioni globali, anche se usano modelli radicalmente diversi tra loro, ma soprattutto mettono un costo troppo basso alla CO2: in media sei dollari per tonnellata, quando il prezzo giusto (secondo questa analisi del 2022) sarebbe di 75 dollari. 

Il meccanismo di redistribuzione di una tassa globale, nella logica del summit di Nairobi, andrebbe proprio a favore dei Paesi più poveri e climaticamente vulnerabili, che ancora oggi ricevono molte meno risorse di quante ne servirebbero per fare le transizioni, allargare i consumi energetici (ci sono centinaia di milioni di africani che ancora non hanno accesso regolare all’elettricità) e adattare le proprie infrastrutture alla crisi climatica. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, l’Africa ha il sessanta per cento del potenziale di sviluppo dell’energia solare, ma riceve solo il tre per cento degli investimenti. 

L’accesso alle risorse sul mercato del debito è catastrofico, i costi per le economie africane sono otto volte più alti di quelli dei Paesi più ricchi. Nello scenario attuale l’unico effetto è peggiorare la crisi del debito senza intaccare quella climatica. Mettere in condizioni il sud globale di svilupparsi saltando la fase dei combustibili fossili è uno dei grandi dilemmi internazionali, la carbon tax è la soluzione proposta dai diretti interessati per risolvere l’enigma. 

Come evidenziato da un’analisi dell’economista Alice Pirlot per Oxford university centre for business taxation, uno dei problemi di una tassa globale sul carbonio è che andrebbe a contraddire il principio base dell’accordo di Parigi, il cambiamento dal basso secondo le possibilità e le scelte dei singoli Paesi, senza imposizioni dall’alto, quelle che fecero fallire il protocollo di Kyoto. 

Il mondo post-Parigi è un equilibrio fragile, in cui ogni policy nazionale deve riflettere «la più alta ambizione possibile», senza obblighi prefissati. Il problema è che sono passati otto anni da quell’accordo, e le emissioni hanno continuato a salire, l’approccio inclusivo e dal basso scelto nel 2015 ha lasciato troppi vuoti e margini per sottrarsi, e questo rende allo stesso tempo l’adozione di una carbon tax globale una soluzione logica ma difficile da praticare, perché i Paesi più inquinanti dovrebbero rinunciare volontariamente a questo margine di azione per scegliere di tassarsi.

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