«Cazzo, che lusso»Ascesa e caduta dei giornali dagli stellati del NYT alle pizzette di Giannini

Un bel libro sulla storia del quotidiano americano mi ha fatto venire in mente alcuni ricordi personali sul cibo, sui soldi che un tempo potevano spendere i giornali, sul prosecco alla Stampa e su quanto era bello il Novecento

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Poiché la vita è sceneggiatrice, ho iniziato a leggere “The Times: How the newspaper of record survived scandal, scorn, and the transformation of journalism” giovedì sera. Il libro è molto bello, e così mi sarebbe parso in qualunque altro giorno, ma la data d’inizio lettura è fondamentale per una certa associazione d’idee.

La storia del New York Times dal 1976 a oggi raccontata da Adam Nagourney, già giornalista proprio del NYT, ha infatti un prologo che si svolge nel 2018, alla festa per il pensionamento di Arthur Ochs Sulzberger jr., editore del giornale da quando, nel 1992, il padre gli aveva passato il ruolo (mica il capitalismo familiare è un’esclusiva italiana).

La festa, per duecentocinquanta invitati, si svolge al Modern. Lasciate che vi parli del Modern, ristorante a tre stelle Michelin al piano terra del Museum of Modern Art nel quale ho mangiato una sola volta, ovviamente una volta in cui il conto non lo pagavo io.

Era a pranzo, e a pranzo hanno una formula fissa. Se ben ricordo prevedeva dovessi scegliere un antipasto, un piatto principale, un dolce. Non volevo il dolce, chiesi se si potesse cambiare lo schema in due antipasti. Non si poteva (i ristoranti stellati hanno procedure operative che fanno sembrare la cardiochirurgia il trionfo dell’improvvisazione).

Prima che ci portassero i dolci ordinati a forza, arrivò un carrello. Era un carrello con decine, forse centinaia, di tipi di cioccolato dei quali potevamo gratuitamente servirci (come sapete, chi spende molto ha molte cose in omaggio, un meccanismo efficacemente stigmatizzato trent’anni fa da Geri Halliwell con la frase «Dov’era Estée Lauder quando non potevo permettermi le sue creme?»).

Osservavo il carrello dei cioccolati e, cercando di darmi un tono, dissi a colei che mi aveva invitato che mi pareva folle, il dolce prima del dolce; ma la verità è che il mio darmi un tono era quanto mai posticcio, perché stavo pensando a un impresentabile ricordo d’infanzia.

Stavo pensando alla me stessa cinquenne che a Montecarlo, all’hotel de Paris, si lancia su un carrello dei dolci gridando senza ritegno «cazzo, che lusso», e rendendo chiaro ai presenti che, per quanto ci dessimo un tono, eravamo una famiglia di borazzi arricchiti che non era uscita da un film dei Vanzina solo perché i Vanzina all’epoca erano troppo giovani per sceneggiarci.

Giovedì pomeriggio, prima che mi mettessi a leggere il libro di Nagourney, c’era stato un avvicendamento alla Stampa: il fin lì direttore Massimo Giannini era stato rimpiazzato dal fin lì vicedirettore Andrea Malaguti. Questo è il punto dell’articolo in cui coloro cui non sfugge niente noteranno il mio conflitto d’interessi: ogni tanto scrivo per Specchio della Stampa (ho anche scritto, nel 2017, un editoriale per il New York Times, che non mi è però valso un invito al Modern: se noterete una certa mia ostilità nei confronti della testata, dipende dal non aver mai superato quel mancato invito ai canapé a scrocco).

Quindi giovedì, prima di mettermi a leggere la descrizione del cameriere che porge a Sulzberger il primo di sette martini gelati (sette come i sette Pulitzer del NYT nel 2002), e degli altri camerieri che passano con vassoi di tartine al caviale e panna acida, o tartare di tonno e tartufi estivi, o minihamburger d’aragosta, o ceviche di capesante con pistacchi tostati, prima di mettermi a leggere mentre in testa mi rimbombava il solito vecchio «cazzo, che lusso», giovedì io avevo visto le foto dell’open space della Stampa.

Le foto dell’open space della Stampa neanche le avrei notate, non fosse stato per quello stronzo di Nagourney e per il suo riportare dettagliatamente il menu del Modern. Le foto dei saluti di Giannini erano uguali a mille altre immagini che abbiamo visto nei nostri uffici noi normali. Noi che mangiamo negli stellati solo se paga qualcun altro.

C’erano le bottiglie di prosecco del supermercato, e i vassoi con le pizzette del forno all’angolo, e le cose normali che, se tra cinque anni ne leggi la descrizione, non pensi «cazzo, che lusso», ma neanche: che stronzi, potevano invitarmi.

E allora, diranno i miei piccoli lettori, che senso ha occuparsi di qualcosa di distante da noi come un giornale che, invece di mandare qualcuno a prendere il prosecco da nove euro, invita tutti in un ristorante da quattrocento dollari a coperto. Che senso ha se loro sono ricchi e noi no. Che senso ha fare paragoni.

Ma neanche loro sono più ricchi come prima, e persino noi a un certo punto lo siamo stati (o almeno benestanti). Qualche settimana fa su D di Repubblica c’era un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti. Era un’intervista stupenda, perché Sabelli raccontava senza timore d’infierire di quando era direttore di Panorama Mese e mandava Toni Capuozzo inviato per mesi non so dove. Leggevo e pensavo alle volte in cui Natalia Aspesi sospira «ti mandavano in prima classe: adesso, a piedi».

La settimana scorsa è sbucato dal disordine di casa mia un foglio. Un messaggio, lasciato nella mia camera del Four Seasons di Los Angeles dal concierge, che mi diceva di avermi come richiesto prenotato la piega da Chris McMillan, da cui la mitomane in me voleva farsi stirare i capelli perché era il parrucchiere di Jennifer Aniston. Non importa quale inutile intervista fossi andata a fare a Los Angeles, a spese di chi dormissi al Four Seasons, quali guadagni ridondanti mi permettessi di scialare in una piega da ricche. Importa che sembrano sette secoli fa, ma il biglietto del concierge è datato 2005.

Il New York Times della fine degli anni Settanta, scrive Nagourney, era pieno di soldi, «così tanto che poteva permettersi di finanziare le ambizioni di una redazione che mandava squadre di giornalisti in giro per il mondo non solo a coprire rilevanti momenti storici, ma luoghi, personalità, conflitti che potevano interessare solo a una manciata dei suoi più eclettici lettori».

Cos’è andato storto, poi? Sì, internet. Sì, i telefoni con la telecamera. Sì, la fine della verticalità, e tutto quel che ci sembra tipico di qui – i microfoni aperti di Radio Radicale, il popolo dei fax, i candidati scelti sul blog – ma che, come tutto, non è locale (niente lo è mai): fa parte d’una deriva mondiale.

Fa impressione leggere le pagine su quando, è il 1986, il giornale si arrende all’uso di «ms.», vocativo femminile neutro rispetto allo stato civile. Fino ad allora ritenevano che «ms.» non fosse abbastanza nel linguaggio comune da venire accettato dai loro lettori, e i poveri giornalisti che intervistavano qualche donna erano costretti a un imbarazzante momento in cui chiederle se fosse sposata o no, per capire se citarla come «mrs.» o come «miss». (Sento sorella la giornalista che dice che lei, per non doversi abbassare a quest’imbarazzante pratica, aveva smesso di riferirsi a donne nei suoi articoli).

Fa impressione perché abbiamo visto tutti con quale velocità e mancanza di selettività il NYT si è negli ultimi anni piegato a tutte le imposizioni linguistiche venute non dalla società e dalla necessità ma dai capricci della nicchia postmodernista. Cos’è andato storto?

Credo sia quel reperto storico che è la scena d’un colloquio del 1982. C’è un ragazzo che vuole fare il giornalista sportivo, e il direttore gli chiede se abbia qualche curiosità rispetto al Times. Il ragazzo dice sì, ecco, il giornale ha talmente tanti inviati in giro per il mondo, vi mandano così tante storie: come fate a decidere ogni giorno cosa ai lettori interesserà trovare sulla prima pagina?

Il direttore a quel punto è Abe Rosenthal, un uomo del Novecento: nato centoun anni fa, arriva al Times nel 1943, ne diventa direttore nel 1977 e lo resta fino al 1986. A un certo punto, riferisce Nagourney, ed è una buona sintesi di quel secolo che beato chi l’ha vissuto, ma anche un’ottima prima scena d’un eventuale film su come eravamo, Rosenthal dice a un giovane giornalista: quando una persona importante e istruita in America incontra un’altra persona importante e istruita, ognuna delle due darà per scontato che l’altra abbia letto il New York Times.

Adesso che non si può dare per scontato che nessuno abbia letto niente, perché non esiste più quella forma di cultura che ha costruito il Novecento, quella in cui leggevamo tutti gli stessi giornali, vedevamo gli stessi film e la stessa televisione, avevamo un tessuto condiviso e potevamo non essere d’accordo ma sapevamo di cosa si parlasse.

Adesso, temo che sì: l’internet, i telefoni con la telecamera, Brocco81 che vuol dire la sua convinto che la sua valga quanto quella dell’editorialista di prima pagina; ma siamo andati storti innanzitutto noi.

In quel colloquio del 1982, al giovane aspirante giornalista sportivo che chiede come facciano a decidere cosa al lettore interesserà trovare in prima pagina, Rosenthal risponde una cosa che a un certo punto abbiamo smesso di rispondere, di pensare, di fare, e da lì è finito tutto, anche i soldi per i canapé. «Gli diciamo noi cosa gli deve interessare».

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