Partner, competitor e rivaleAll’Ue manca ancora una visione univoca sulla Cina

La Commissione ha pubblicato una raccomandazione che, senza citare esplicitamente Pechino, individua quattro settori tecnologici (semiconduttori, intelligenza artificiale, tecnologie quantiche e biotecnologie) strategici: si richiede agli Stati membri una valutazione del rischio entro fine 2023

Il commissario europeo Breton in Conferenza stampa
Foto Valentine Zeler/Commissione europea

Tra le citazioni maoiste consegnate alla Storia e divenute di uso comune ce n’è una che si adatta particolarmente all’attuale atteggiamento europeo verso la Cina: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Di confusione sotto il cielo ce n’è, in effetti, molta.

Ieri la Commissione europea ha pubblicato una raccomandazione in cui si individuano quattro settori tecnologici (semiconduttori, intelligenza artificiale, tecnologie quantiche e biotecnologie) come strategici per l’autonomia europea, con gravi pericoli qualora si producesse una dipendenza dell’Ue da soggetti esterni nelle materie individuate. Per questo, si richiede agli Stati membri una valutazione del rischio da condursi entro la fine del 2023, con particolare attenzione al settore privato.

Da tempo, la Commissione sottolinea il rischio industriale e militare rappresentato dall’eventualità di rimanere indietro in questi campi, così come quello di dover dipendere in essi da potenze straniere, in primis la Cina. La pubblicazione del documento prosegue dunque in questa direzione, che ha nel Chips Act, con cui l’Ue vuole rendersi autonoma nella produzione di semiconduttori, il suo tassello più famoso.

Al di là degli intenti, però, le ambiguità europee verso la Cina rimangono molte. La definizione europea per Pechino è quella di «partner, competitor e rivale», una formulazione che tradisce la difficoltà di una visione univoca.

Difficoltà condivise anche dagli Stati membri: si pensi ad esempio alla Germania, il Paese europeo per il quale la questione cinese si è fatta più pressante nell’ultimo anno. La strategia di Sicurezza Nazionale tedesca, presentata a giugno, soffre di incertezze simili: afferma la necessità di diversificare le forniture economiche per non ripetere il caso del gas russo ma lascia il compito all’iniziativa individuale delle aziende, ribadisce l’importanza della Cina come partner commerciale mentre il governo tranquillizza sulla volontà di non voler danneggiare Pechino.

Questi esercizi di equilibrismo nascono da due necessità confliggenti: da una parte, proteggere i rapporti commerciali con Pechino (che pesa circa ottocentocinquanta miliardi di euro nello scambio commerciale con l’Ue e quasi trecento con la Germania); dall’altra, non alienarsi la Cina per evitare che questa si leghi troppo a Mosca sul piano internazionale.

È anche per questo che al de-coupling, il progressivo allontanamento dalla Cina, tanto il cancelliere tedesco Olaf Scholz quanto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno sostituito il de-risking, la minimizzazione del rischio. Un concetto, però, che ad oggi appare fumoso nelle sue implicazioni pratiche.

Le preoccupazioni, però, sono diffuse in tutta l’Unione, come dimostrano la difficoltà italiana nella decisione di abbandonare la Via della Seta o i toni netti con cui Macron, qualche mese fa, ha escluso l’ipotesi di una difesa europea di Taiwan in caso di invasione.

Chiunque oggi accusi un altro partner europeo di mancanza di chiarezza farebbe come chi, entrato in una sala fumatori e accesosi un sigaro, si lamentasse per il fumo passivo prodotto dalle altre persone nella stanza.

È significativo, del resto, che la contraddittoria formulazione di «partner, competitor e rivale» sia usata tanto dall’Ue quanto dalla Germania e altri Stati membri, così come il fatto che tanto nella Raccomandazione della Commissione quanto nella Strategia tedesca la Cina non sia mai citata esplicitamente.

Tutelare la propria autonomia, per l’Ue, è cruciale, così come è necessario al contempo mantenere un dialogo e uno scambio con Pechino. Coniugare esigenze contrastanti è complesso, e le spinte confliggenti che arrivano dagli Stati membri complicano il quadro, con il rischio di vanificare la già titubante azione europea.

Il documento presentato dalla Commissione risveglia, pertanto, interrogativi ricorrenti sul futuro dell’Ue: in che modo stabilizzare i rapporti con le potenze esterne (Cina in primis), fino a che punto si è disposti a proseguire sulla strada dell’autonomia in campo tecnologico, come comportarsi di fronte a reazioni esterne a quest’obiettivo europeo. Sono, a ben vedere, domande ineludibile per un soggetto sovranazionale che, sempre di più, è chiamato a trasformarsi in soggetto geopolitico compiuto.

La mossa della Commissione è il nuovo atto di questo percorso. Molte risposte dipenderanno soprattutto dagli Stati membri, cioè da quanto le priorità comuni riusciranno a superare quelle individuali, facendo più ordine sotto il cielo.

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