Il male minorePerché l’Armenia sta cercando una pace preventiva con l’Azerbaijan

Per evitare che Baku possa cercare di espandersi ulteriormente dopo la riconquista del Nagorno-Karabak, in particolare nella regione del Syunik, il premier armeno Nikol Pashinyan potrebbe presto offrire un accordo per stabilizzare la regione e riaprire i collegamenti commerciali

LaPresse

Il premier armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia potrebbe firmare un accordo di pace con l’Azerbaigian, e scongiurare il rischio di un riaprirsi del conflitto. Il timore di Yerevan è che Baku, dopo la riconquista del Nagorno-Karabakh, decida di attaccare direttamente il suolo armeno per impadronirsi della regione del Syunik e creare una continuità territoriale con il Naxçıvan, l’exclave azera che confina con la Turchia. Nonostante la pesante umiliazione subita dal popolo armeno con la sostanziale cacciata dai territori del Nagorno-Karabakh, il premier armeno vuole porre fine a decenni di ostilità. Durante una conferenza in Georgia, Pashinyan ha detto che il suo governo potrebbe firmare un accordo di pace già nei prossimi mesi, presentando un progetto concreto per riaprire i collegamenti stradali e ferroviari bloccati per trent’anni a causa del conflitto latente con l’Azerbaigian e con il suo alleato più stretto, la Turchia. 

 

In base alla proposta “Crocevia per la pace”, l’Armenia diventerebbe il crocevia del Caucaso meridionale, permettendo a Turchia e Azerbaijan di costruire i corridoi di transito che unirebbero il “mondo turco”. In passato gli sforzi di mediazione promossi da Stati Uniti, Russia e Unione europea si sono incagliati su questioni secondarie, senza riuscire a prevenire la violenza. 

In teoria l’Azerbaijan dovrebbe essere ben disposto a un’offerta di questo tipo. Il  ministro degli Esteri azero ha detto che dopo l’azione militare in Nagorno-Karabakh ci sono possibilità reali per la firma di un trattato di pace tra Baku e Yerevan. Allo stesso tempo, ha sottolineato che l’Azerbaijan non ha intenzione di usare la forza per creare un corridoio con il Naxçıvan. 

Tuttavia, anche se Yerevan sta cercando di firmare una sorta di “pace preventiva” con Baku, le aspettative non sono ottimistiche. Secondo gli analisti armeni più realisti, un trattato di pace non sarebbe sufficiente a contenere le ambizioni dell’Azerbaijan, che dopo la vittoria nel Nagorno-Karabakh continua ad avere un approccio massimalista, e che insieme alla Turchia mira a ottenere il massimo dalla vittoria sull’Armenia. Preoccupazioni che l’Armenia condivide con la Francia, il paese europeo con la più grande comunità armena della diaspora, che non sta rimanendo in disparte. Parigi ha deciso di sua iniziativa – indipendentemente da accordi con la Nato e l’Ue – di dotare il paese di sistemi di difesa avanzati. 

Yerevan ha firmato un contratto per l’acquisto di tre radar Ground Master 200 prodotti dalla Thales (gli stessi consegnati all’Ucraina per respingere l’aggressione russa), e un altro con la Safran per attrezzature come binocoli e sensori. Firmato anche una piano d’intesa per avviare il processo di acquisto dei sistemi di difesa Mistral. 

Inoltre, nei prossimi mesi il governo francese invierà in Armenia un ufficiale militare a fungere da consulente per la difesa. La Francia addestrerà i soldati armeni, e aiuterà l’Armenia a controllare la propria difesa aerea. Una partnership quindi che va oltre la fornitura di armamenti, sorprendente se si considera che l’Armenia è ancora un membro dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), il patto di mutua difesa della Russia. 

La preoccupazione di un’aggressione dell’Azerbaijan all’Armenia è stata sollevata anche dal Segretario di Stato americano Antony Blinken, che teme che un altro atto di forza di Baku possa causare un conflitto più ampio nel Caucaso meridionale, in un’area in cui Turchia, Russia e Iran hanno grandi ambizioni geopolitiche e interessi strategici fondamentali.

Mosca, Teheran e Ankara stanno cercando di indirizzare un accordo di pace, ma non vedono di buon occhio l’avvicinamento di Yerevan all’Occidente poiché vogliono essere loro a dettare i termini. La Russia in particolare, ormai indebolita dall’invasione dell’Ucraina, si sta piegano alle pressioni dell’Iran e della Turchia, e ha perso credibilità nel suo ruolo di garante dell’Armenia

«I problemi della regione non possono essere risolti con l’intervento di forze straniere», ha detto il presidente iraniano Ebrahim Raisi. «La presenza di stranieri nella regione non solo non risolve i problemi ma complica la situazione», ha dichiarato e il suo ministro degli Esteri, Hossein Amir-Abdollahian. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha invece denunciato «I tentativi da parte dell’Ue, e degli Stati Uniti, di interferire nel processo di delimitazione del confine tra Armenia e Azerbaigian».

A settembre Pashinyan ha dichiarato alle testate internazionali che le forze di pace russe hanno fallito nel Nagorno-Karabakh, e che era ora di risolvere i problemi direttamente con i vicini del Caucaso piuttosto che dipendere dal sostegno di Mosca. Mercoledì scorso, in un’intervista al Wall Street Journal, ha ribadito la necessità di «diversificare le relazioni armene nella sfera della sicurezza», lasciando intendere che non vede più uno scopo per la presenza militare russa sul suolo armeno.

Una storia che sembra ripetersi, e un’altra sfida per il mondo occidentale, che ha il dovere di dare risposte e garanzie a un altro paese dello spazio ex-sovietico che cerca di liberarsi dalla morsa delle autocrazie. 

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