Drive InBologna non può rinunciare alla sua torre, altrimenti rimangono solo le tette e i tortellini

Ci vorranno dieci anni per mettere in sicurezza la Garisenda che rischia di crollare nel punto di svincolo del traffico cittadino. Il sindaco preferisce spendere milioni di euro per salvare un simbolo instagrammabile invece di investirli nella raccolta della spazzatura

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Tutti quelli che abitano in città italiane grossomodo note sono abituati a sentire, dai residenti di altre città, slogan della loro. Quando dici che sei di Milano, i romani non riescono a non rispondere che la cosa più bella di Milano è il treno per Roma. Venezia? Bella ma non ci vivrei.

Per Bologna, lo slogan unisce in sé due caratteristiche della città: il fatto che tutti ne parlino come d’un posto agognato, e il fatto che nessuno capisca perché. Bologna è come la gente giudicata dal “Signor giudice” di Vecchioni: così così. Non ha cucina particolarmente deliziosa ma è convinta di sì, non ha qualità della vita particolarmente auspicabile ma è convinta di sì, non ha monumenti – e qui la vita immaginaria diventa più difficile.

Cosa dici di visitare, a un turista a Bologna? San Petronio, che sarebbe dovuta essere più grande di San Pietro a Roma ma poi no? I portici, che almeno se piove non ti bagni? Il compianto sul Cristo morto, francamente bruttissimo? La sezione in cui morì il Pci, che neppure so se esista ancora?

Torri, tette, e tortellini. Lo slogan che la gente ti ripete con aria ammiccante quando dici che sei di Bologna unisce il cibo che sa cucinare la più impedita delle cuoche, le tette che non mi pare siano esclusiva locale, e le torri. Che, ti spiegano coloro che da grandi volevano fare le guide turistiche, nel Medio Evo erano centinaia, e ora no.

Ora quelle famose sono due, e una sta crollando. Quando si sono accorti che la Garisenda, già da sempre inclinata, si stava affossando più del previsto, si sono riuniti, il ridente sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni, lei ha detto «cerchiamo persone con esperienza internazionale» (PhD in torri medievali che crollano nel punto di svincolo di tutto il traffico d’una città), hanno transennato là attorno, la piazzetta in cui c’è la libreria Feltrinelli, la parte finale di via San Vitale che è quella che devi fare per forza per arrivare dai viali in centro, Lepore ha detto che per il lunedì successivo avrebbero risolto, e all’inizio della settimana dopo hanno detto eh, ci vorrà un paio d’anni.

Mentre io bestemmiavo perché se i taxi non possono passare da via san Vitale ci metto di più ad andare in stazione, Sgarbi andava a guardare la torre preoccupato, i vari PhD non si mettevano d’accordo preoccupati, Lepore s’instagrammava in visita ai negozianti là attorno preoccupati.

Va detto che i commercianti hanno capito come funzionava l’economia dell’attenzione molto prima dei giornalisti e delle influencer: da sempre vibratamente protestano per qualunque pedonalizzazione, consapevoli che nessuno è disposto a scegliere d’andare da loro, che se non comprano da loro perché passano lì davanti per caso non compreranno da loro mai.

Dopo qualche giorno della torre inclinata, che diversamente da quella degli Asinelli non si poteva visitare ma era comunque un simbolo della città, e sappiamo quanto questo tempo distratto tenga ai simboli, ha scritto persino il New York Times. L’articolo riportava un’agghiacciante previsione di dieci anni per mettere in sicurezza la torre storta, ma ciononostante Lepore lo instagrammava entusiasta, perché è quel genere di provinciale per il quale stare sul New York Times è comunque una conquista.

In questo d’un provincialismo milanese; al provinciale bolognese interessa se le cose stanno o no sul Resto del Carlino, mica sui giornali nazionali o forestieri. Quest’estate avevo un tavolo prenotato da Ahimé, ristorante fighetto bolognese, qualche giorno dopo la di esso comparsa in un articolo del New York Times. Pensavo l’avrei quindi trovato affollato di hipster egemonizzati dalla stampa estera, come sarebbe accaduto a qualsivoglia ristorante milanese allorché citato su pagine prestigiose. Era deserto.

Ai bolognesi avrebbe fatto più effetto un elogio in cronaca locale. Oppure, e non mi sentirei di dar loro torto, i bolognesi non si erano fidati delle cronache culinarie dall’Emilia d’un’americana che, in un altro ristorante bolognese, raccontava d’aver chiesto al cameriere di portarle un’insalata assieme ai tortellini in brodo.

Comunque. Dal pezzo del New York Times che diceva che la torre di Pisa è più famosa ma la Garisenda pende di più, dall’internazionalizzazione dell’handicap che tanto ha reso orgoglioso Lepore, sono passate tre settimane. Non si vede la fine del dibattito: pedonalizzare o no? Chiudere anche Strada Maggiore, cioè la strada che dal centro va verso i viali? E il traffico dove lo metti? La pedonalizzazione è il futuro delle città, ti spiegano gli urbanisti, ai quali il parrucchiere evidentemente non bestemmia mai perché l’autobus non lo porta più al negozio come fa il mio.

Gli esperti non concordano su niente, come sempre accade quando si è tutti PhD in torri che crollano ma uno con specializzazione geologica, uno architettonica, uno urbanistica, eccetera. Lepore ha comunicato che sono stati spesi dal 2018, per la torre storta che in epoche meno attaccate ai simboli sarebbe stata abbattuta, due milioni e mezzo, «ai quali vanno aggiunti 4,7 milioni di euro per la messa in sicurezza d’urgenza», e io ho capito perché non hanno i soldi per fare la raccolta della spazzatura come nei posti civili.

Poi ha aggiunto che ora daranno un iban per la raccolta fondi, e io ho capito che il mondo è ormai a forma di Instagram, un posto dove si vive a scrocco e mica puoi rinunciare alla torre pendente, perfetto sfondo per foto spiritose. Né si può pensare di rinunciare a un terzo del motto locale: se restano solo le tette e i tortellini, Bologna la dotta rischia una pericolosissima sovrapposizione culturale e identitaria col Drive In.

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