Campo altroLa sceneggiata di Conte contro Israele per qualche voto in più (da rubare al Pd)

Il leader grillino cerca consensi in vista delle elezioni europee, cercando di apparire intransigente e populista ai danni del Partito democratico. Schlein intende batterlo o vuole blandirlo in vista di una sostanziale unificazione politico-elettorale? 

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Con il chiaro obiettivo di rubacchiare un po’ di voti al Partito democratico, Giuseppe Conte si è messo la kefiah erigendosi, come diceva la vecchia formula dell’Olp, a unico e legittimo rappresentante della Palestina. «Basta dare armi a Israele!», ha urlato a Montecitorio. Una sceneggiata. L’Italia semmai ha dato più soldi ad Hamas e comunque dopo il pogrom del Sabato nero non ha più dato un euro a Tel Aviv; era il Conte presidente del Consiglio che gli dava un po’ di fondi. 

La scena è risultata penosa persino per uno come lui abituato a gettare le idee nel pantano delle convenienze politiche. Ma poiché in questi giorni va di moda travestire il pacifismo con l’odio anti-Israele, ecco che l’avvocato foggiano che mai ha avuto a che fare con la questione palestinese ha teso uno sgambetto a Elly Schlein mascherandolo per una polemica con il governo «codardo» e lo ha potuto fare sfruttando l’ondeggiamento del Pd che più si allontana il 7 ottobre e più dà l’impressione di basculare tra opposte linee. 

È uno schema di gioco abbastanza elementare che Conte seguirà in ogni circostanza fino alle Europee con un unico obiettivo: scavalcare il Pd, a sinistra ma anche a destra, a seconda. Più che campo largo è proprio un campo altro. Se Elly dice una cosa lui ne dice una e mezzo o addirittura due. È il famoso «più puro che ti epura» di nenniana memoria.

Il capo del Movimento 5 stelle è come un rabdomante che cerca voti nel deserto della politica, che è un po’ la stessa cosa che alla sua maniera fece Beppe Grillo quando si incuneò nella prima crisi del Pd dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Solo che il comico e Gianroberto Casaleggio avevano un respiro molto diverso dal politicismo dell’avvocato del popolo, tra l’altro abbastanza sbeffeggiato proprio da Grillo da Fabio Fazio («Era bello, non si capiva bene quello che diceva il che in politica va benissimo»). Ma Conte è  l’incarnazione di un politicismo trasformista con punte di clientelismo tale da ricordare più gli aspetti peggiori della Prima Repubblica che la visionarietà grillesca, per quanto a-democratica. Solo tattica e distintivo.

Il M5S di Conte si chiama allo stesso modo del M5S di Grillo ma è un’altra cosa, un partito che non è un partito ma nemmeno un movimento, non è niente se non il riferimento politico-elettorale di un segmento dell’elettorato spoliticizzato, arrabbiato e in cerca di ammortizzatori sociali di qualunque tipo a cui egli cerca ora di giustapporre l’area grigia del pacifismo imbelle o peggio ancora degli antisionisti di ogni ordine e grado. 

Cerca di pescare, il rabdomante di voti, nelle frange a sinistra del Pd e anche interne al Pd. Vuole mangiare nel suo stesso piatto. Qui sta il punto non risolto della strategia di Schlein: intende batterlo, questo populista, o vuole blandirlo in vista di una sostanziale unificazione politico-elettorale? Ma tutto questo Elly non lo sa. E intanto Giuseppe Conte, come fu anche per l’Ucraina, attacca Israele per un pugno di voti ovunque essi siano, «from the river to the sea», l’importante è superare il Pd, poi si vede. Chiamatelo «campo altro».

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