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AccademiaDa Nord a Sud, una mappa per capire come stanno le università italiane

Il “Rapporto sul sistema dell’informazione superiore e della ricerca” dell’Anvur fa emergere che il nostro è un sistema universitario in espansione, anche grazie agli atenei telematici. Ma resta poco attrattivo per gli studenti stranieri

di Samuele Giglio, da Unsplash

Tratto da Morning Future

Sapreste dire quante sono le università in Italia? Novantanove. E quante di queste sono quelle telematiche? Ben undici. E quante persone mediamente si laureano in Italia ogni anno? Oltre 300mila. Questi dati sono tutti presenti nel “Rapporto sul sistema dell’informazione superiore e della ricerca” con cui l’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, fa ogni anno un’ampia e dettagliata panoramica sul mondo universitario italiano, utile a comprendere quale sia il suo stato di salute, anche nel confronto con gli altri Paesi europei.

Il rapporto fa emergere un sistema universitario in espansione, in cui il numero di iscritti aumenta, dove le università telematiche attirano un numero maggiore di studenti, mentre il tasso di abbandono è tornato a crescere durante i mesi della pandemia, dopo aver toccato un minimo. Resta tuttavia una scarsa attrattiva verso gli studenti stranieri.

Per analizzare e commentare i dati, abbiamo intervistato Daniele Livon, direttore di Anvur e coordinatore del rapporto 2023, che include i dati dell’anno accademico 2021/2022 per quanto riguarda l’offerta formativa e il numero di iscritti e i dati del 2020/21 per le statistiche sui laureati.

L’andamento delle iscrizioni 
Il primo dato utile per capire come se la passano le università è quello del numero degli iscritti, che cresce ogni anno dal 2015. Secondo il rapporto, nell’anno accademico 2021/2022, risultavano iscritti all’università quasi due milioni di persone (1.949.481 persone), in aumento del 10% rispetto a dieci anni prima. Il tipo di corso universitario con più iscritti è quello triennale, cui si iscrive il 62,8% degli studenti, seguito da quello biennale (21,4%) e da quello a ciclo unico (15,8%).

«Tenuto conto che l’andamento demografico del Paese è in netto calo, la crescita del numero di iscritti passa attraverso diverse azioni sinergiche», dice Livon. «Sarà fondamentale aumentare l’attrattività internazionale, che dovrebbe essere supportata da appositi investimenti. Particolare attenzione va posta ai diplomati negli istituti tecnici e professionali che si iscrivono all’università: la loro presenza va aumentata con azioni di orientamento e con un’offerta formativa più integrata col mercato del lavoro. È necessario anche valorizzare il titolo di studio universitario in termini di salari d’ingresso, e su questo siamo ancora molto distanti dal resto dell’Europa. Tutto ciò passa inevitabilmente attraverso un adeguato livello di investimento in formazione terziaria, dove registriamo ancora importanti differenze con i principali Paesi europei».

Nel confronto con l’estero, il livello della spesa complessiva in formazione superiore rispetto al PIL è ancora troppo basso. In Italia si spende lo 0,90% del PIL, rispetto alla media OCSE dell’1,45%.

Dopo una costante crescita annuale tra il 2015 e il 2020, il numero degli immatricolati nel 2021/2022 è leggermente diminuito a 331mila persone dai 336mila nuovi iscritti nell’anno precedente. La maggior parte di questi ha un diploma di liceo (62,1%), il 23,5% quello dell’istituto tecnico e il 7,2% proviene dagli istituti professionali. Il numero di immatricolati con diploma straniero è ancora molto ridotto (3,6%).

La crescita delle università telematiche
Una grossa novità nel contesto accademico è che le università telematiche hanno intercettato buona parte dell’aumento degli iscritti: nel 2021 vi risulta iscritto l’11,5 per cento del numero totale degli universitari (223.937 persone). Il cambiamento è notevole se si pensa che dieci anni fa solo il 2,5 per cento degli studenti universitari sceglieva i corsi telematici.

«La crescita delle università telematiche è dovuta a diversi fattori», commenta Daniele Livon. «Negli ultimi dieci anni sono aumentati gli studenti lavoratori che si iscrivono all’università e molti di questi scelgono atenei telematici. In parallelo, questi istituti hanno avuto la possibilità di ampliare l’offerta formativa anche grazie alla maggiore flessibilità dei requisiti richiesti per l’accreditamento dei corsi».

La crescente attrattiva delle università telematiche potrebbe cominciare a minacciare gli atenei tradizionali, sia pubblici sia privati. Tuttavia, Livon ritiene che il vero tema da affrontare «sia quello della formazione in modalità mista, dove coesistono la didattica in presenza e la didattica a distanza nello stesso corso di studi». Inoltre è necessario affrontare il tema della formazione continua, che rappresenta un ambito in cui la formazione a distanza sarà fondamentale.

Nel confronto tra università pubbliche e private, invece, il numero degli iscritti in quelle pubbliche è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi dieci anni, intorno al 1,6 milioni di persone, mentre in quelle private il numero degli iscritti è aumentato del 21,3%, a 123mila persone nello stesso arco di tempo.

Aumenta il numero dei laureati
Anche il numero delle lauree ottenute vive un momento positivo da vari anni. Nonostante in Italia il numero di laureati resti ancora basso, nel 2020/2021 si contavano 345mila lauree, leggermente in calo rispetto al picco di 372mila dell’anno precedente, ma in crescita del 16% rispetto al 2010/2011.

Anche in questo caso, una parte dell’aumento è dovuto alle università telematiche, dove nel 2020/2021 è stato ottenuto il 9,9% delle lauree totali, in crescita rispetto all’1,7 % di dieci anni prima.

Secondo Livon, la crescita è dovuta «all’attenzione degli atenei nell’individuare nuovi corsi in grado di attrarre studenti e rispondere alle esigenze dei contesti di riferimento. Anche se probabilmente non si è posta la stessa attenzione nell’armonizzare la nuova offerta formativa a quella già presente e consolidata».

La distribuzione delle aree disciplinari è rimasta sostanzialmente uguale tra l’anno accademico 2020/2021 e quello 2011/2012. Il 35,8% dei diplomi viene ottenuto nell’ambito economico, giuridico e sociale, il 26,6% nell’ambito STEM (acronimo inglese che include scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), il 20,2% in quello artistico, letterario ed educativo, il 17,4% nell’ambito sanitario e agro-veterinario.

Gli spostamenti
Il rapporto conferma la tendenza degli studenti a spostarsi verso le università del centro e del nord Italia. Nel 2021/2022, con riferimento alle università tradizionali (non telematiche), il saldo tra immatricolati e immatricolati residenti negli atenei del Centro-Nord si attesta al +15,1%, a fronte di un saldo negativo del 19,3% per le università del Mezzogiorno.

Per quanto riguarda la mobilità con l’estero, invece, nel 2020 si registra complessivamente un saldo negativo di circa 20mila studenti nel confronto tra italiani iscritti all’estero e studenti stranieri in Italia.

Il tasso di abbandono e gli effetti della pandemia
Resta ancora alto il tasso di abbandono degli studi universitari. Dall’anno accademico 2021/2022, il tasso di abbandono tra il primo e il secondo anno si è ridotto progressivamente per tutte le lauree (triennali, biennali e a ciclo unico), fino a toccare il minimo nell’anno accademico 2019/2020 (la media di abbandono tra le tre tipologie di lauree era pari al 7,7%) ma ha registrato un significativo aumento nel 2020/2021, quando la media è salita al 10%.

Entro la durata legale del corso, invece, circa uno studente su cinque lascia gli studi universitari e uno studente su quattro rinuncia agli studi dopo sei anni. Secondo il rapporto, sono «dati preoccupanti, che dimostrano come il fenomeno degli abbandoni non sia limitato solo al passaggio tra il primo e il secondo anno e come sia pertanto necessario porre attenzione non solo all’orientamento in ingresso ma anche alle politiche e alle azioni di tutorato nel corso dell’intero ciclo del corso di studi».

Sul tasso di abbandono ha probabilmente influito la pandemia, come conferma anche Livon, secondo cui molti studenti si sono iscritti senza una vera motivazione, ed è stato molto più complesso fare azioni di orientamento e tutorato a distanza. «C’è stato anche un aspetto più positivo dovuto alla pandemia», conclude Livon. «Gli atenei hanno improvvisamente fatto un salto in termini di capacità di organizzazione della didattica a distanza che probabilmente in regime ordinario non ci sarebbe stato».

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