Menzogna e sovranismoLa vittoria di Wilders e il trionfo del populismo nella democrazia senza verità

Lo stravagante politico olandese ha vinto le elezioni nei Paesi Bassi perché milioni di europei hanno imparato a credere alle bugie ripetute in questi anni sulla presunta sostituzione etnica, la globalizzazione, la società aperta. Una paralisi intellettuale e morale che sarà sempre più difficile contrastare

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Gli uomini di mondo, una volta, avevano fatto tutti il militare a Cuneo. Oggi, a quanto pare, hanno fatto in molti le ore piccole nei bar di Amsterdam e ne traggono (e vieppiù ne trarranno, di qui alle prossime elezioni europee) la conclusione che la vittoria di Geert Wilders è una giusta punizione per quanti si ostinano a liquidare la Vandea populista e sovranista, che assedia la democrazia, per così dire, euro-illuminista, come un fenomeno di grave sottosviluppo politico e non come l’espressione di ragioni, che sarebbe sbagliato iscrivere tutte dalla parte del torto. 

Questa lettura del trionfo di Wilders come di un tonfo tutto sommato salutare del mainstream europeista, liberal-progressista e liberal-conservatore non alligna solo tra gli zelatori del new deal melonian-salviniano, ma anche tra gli osservatori, analisti e studiosi formalmente indipendenti, che non sembrano neppure riuscire a nascondere un ghigno di soddisfazione e di scherno per le disgrazie della vecchia Casta politica euro-atlantica nell’Occidente prigioniero delle sue passioni tristi. Già pregustando peraltro la cavalcata del redivivo golpista americano, Donald Trump, contro il presidente statunitense Joe Biden.

Come Antonio Guterres ha sostenuto che il pogrom di Hamas del 7 novembre non era nato dal nulla, intendendo che qualche ragione e giustificazione si sarebbe potuta trovare anche nel comportamento delle vittime, così le letture “scientifiche” del sovranismo populista si accordano tutte nella conclusione che la malconcia democrazia europea queste dolorose bastonate, tutto sommato, se le sia cercate, denigrando le richieste di protezione e sicurezza del popolo negletto come fisime inventate e istanze parassitarie.

Se gran parte della classe dirigente italiana, non formalmente schierata dalla parte di Benito Mussolini, un secolo fa era riuscita a pensare che perfino l’ordine politico criminale del fascismo potesse omeopaticamente guarire, con una malattia uguale e contraria, la sindrome d’impotenza del vecchio e consunto stato liberale, non c’è in fondo nulla di strano che in Italia oggi si pensi che per salvare l’Europa e farne qualcosa di migliore e più efficiente possa pure funzionare il definitivo collasso degli equilibri ideologici e istituzionali dell’attempata Unione europea. Progetto che, al di là del suo prudente moderatismo diplomatico-governativo, è il vero obiettivo politico di Giorgia Meloni e non solo del suo alleato leghista.

Rimane però il fatto che il successo degli sfasciacarrozze dell’Europa e dei suoi stati membri non è il sintomo di una malattia, ma è esso stesso la malattia. Il paradossale statuto di verità ormai ufficialmente conquistato da tutti i capitoli dei nuovi Protocolli dei Savi di Sion di quell’internazionale reazionaria, che miscela nativismo, tradizionalismo e protezionismo in una pozione democraticamente velenosa, è il vero cancro politico del discorso pubblico occidentale ed europeo. Non è ciò da cui bisogna partire, per cercare soluzioni più moderate. È ciò che bisogna provare a distruggere per trovare proposte alternative.

Wilders non vince nei Paesi Bassi perché gli olandesi patiscono gli effetti dell’impoverimento, dell’insicurezza o della sottomissione, ma perché la cronicizzazione fobica di queste paure è la realtà politica attorno a cui si costruiscono e si distruggono i castelli di consenso. In Italia, peraltro, più che nei Paesi Bassi, visto che l’agenda politica di Wilders in Italia persuade ben più di un elettore su quattro, come è avvenuto invece in Olanda.

Milioni di europei (e in proporzione maggiore di italiani) credono davvero che sia in corso una sostituzione etnica programmata e che quanti più immigrati arrivano, tanti più delitti si compiono ai danni dei nativi; che la globalizzazione economica non risponda a variabili tecnologiche e demografiche non controllabili, ma sia un progetto organico di dominio teleguidato da un sinedrio di potenti senza volto; che il mondo chiuso degli stati nazionali possa moltiplicare i pani e pesci, di cui invece i meccanismi di integrazione politica ed economica internazionale fanno sottrazione e divisione; che la società aperta sia troppo vulnerabile senza acconce discriminanti politiche etnico-razziali, culturali e religiose ad assicurarne la coesione; che quel sant’uomo di Putin ha perso la pazienza, ma che gliel’abbiamo fatta perdere noi, ficcando il naso nel cortile della Russia e accerchiandola militarmente…

Milioni di europei credono a tutto ciò esattamente come in buona fede i due milioni di abitanti di Gaza credono che gli ebrei dominino il mondo, affamino gli arabi e quindi meritino di essere ammazzati. Lo credono perché, semplicemente, hanno imparato a crederlo.

La lotta a tutto questo e la probabilità, peraltro incerta, di scamparne gli effetti peggiori nel futuro prossimo venturo passa dalla contestazione, non dall’omaggio a questa montagna di inoppugnabile pregiudizio. Il populismo e il sovranismo, come il fascismo o il comunismo, non sono fenomeni reattivi, ma prodotti culturalmente e politicamente originali. Non sono una conseguenza di un male esterno, sono la causa di quella paralisi intellettuale e morale, che avviluppa i problemi nella rete della menzogna rendendoli, per questo solo fatto, razionalmente indiscutibili e democraticamente irrisolvibili.