In fondo a sinistraSpagna, Francia e Belgio guidano in Europa il grande partito antisraeliano

Un cordata trasversale socialista-iberica che va dal premier spagnolo Pedro Sanchez al segretario Onu Guterres, passando per l’alto Rappresentante Ue Josep Borrel, alimenta pubblicamente il suo odio contro Gerusalemme. Mentre in Italia questo sentimento filoarabo è oggi minoritario nel Parlamento

LaPresse

Il partito arabo antisraeliano esce ogni giorno di più allo scoperto. Il suo fine dichiarato: isolare e danneggiare Israele. Anche a costo di fiancheggiare e favorire Hamas. L’ultima sortita è stata del premier socialista spagnolo Pedro Sanchez e del premier liberale belga Alexander de Croo che hanno tenuto un comizio volutamente provocatorio contro Gerusalemme dal confine di Refah. Dopo poche, rapide e generiche parole di circostanza contro il terrorismo i due premier hanno addirittura intimato a Israele di cessare le operazioni militari tese a liberare gli ostaggi e a scardinare Hamas: «La morte dei civili deve cessare subito. La distruzione di Gaza è inaccettabile». E ancora: «Israele deve rispettare il diritto umanitario internazionale». Di fatto, l’accusa gravissima di violarlo, che è la stessa accusa mossa da Hamas che subito si è complimentata pubblicamente con i due premier antisraeliani: «Prese di posizione chiare e audaci». Scandaloso.

Non basta. Pedro Sanchez ha anche annunciato che la Spagna riconoscerà a breve e formalmente nella Anp lo Stato di Palestina, distaccandosi dalla politica del l’Unione Europea e ostacolando di fatto la futura trattativa con Israele. Inoltre, Pedro Sanchez ha forzato la sua posizione di presidente pro tempore della ottava riunione interministeriale della Unione per il Mediterraneo, che riunisce quarantatré paesi, che si è tenuta a Barcellona, imponendo un ordine dei lavori tutto finalizzato a criticare l’azione militare israeliana a Gaza. Risultato: per la prima volta Israele ha dovuto boicottare l’appuntamento.

È utile notare che Pedro Sanchez in questo suo schierarsi nettamente contro Israele e nel relativizzare la drammaticità del pogrom del 7 ottobre si è unito a una sorta di cordata trasversale socialista-iberica che ha visto sulle sue stesse posizioni oscenamente comprensive verso Hamas e nettamente antisraeliane il socialista portoghese António Guterres, segretario generale dell’Onu, il socialista spagnolo Josep Borrel, mister Pesc. Sulle stesse posizioni è il liberale belga Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo. Esponenti di vertice della diplomazia mondiale, dunque.

Non basta, anche il papa argentino Bergoglio si è posizionato sul fronte arabo e antisraeliano quando ha definito la guerra di Gaza, davanti ai familiari dei detenuti palestinesi in Israele, un «genocidio», affermazione poi smentita con evidente imbarazzo e poca credibilità dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Ennesimo esempio della ambigua posizione di questo pontificato nei confronti dell’islam.

Interessante poi guardare alla Francia dove il presidente Emmanuel Macron, che in un primo tempo si è totalmente schierato con Israele, arrivando a proporre una coalizione militare internazionale contro Hamas, si è poi dovuto rapidamente riposizionare su una collocazione critica contro Gerusalemme. Un ribaltamento provocato da una vera e propria rivolta dei principali ambasciatori del Quai d’Orsay che hanno firmato un durissimo documento filoarabo e di critica aperta della posizione filoisraeliana del presidente, ribellione apertamente appoggiata dalla neogollista ministra degli Esteri Christine Colonna che in sede Onu ha votato a favore della risoluzione che non cita il pogrom del 7 ottobre e chiede a Israele di bloccare l’operazione a Gaza.

In Italia, per fortuna, le vicende sconnesse della Seconda Repubblica hanno disarticolato il fortissimo partito filoarabo che, sin dai tempi di Aldo Moro e Amintore Fanfani, vedeva schierati compatti i democristiani – con Giulio Andreotti che approvava i kamikaze che uccidevano i civili ebrei – tranne Francesco Cossiga, Luigi Castagnetti, Michelangelo Agrusti e Sergio Mattarella, filoisraeliani. Nettamente filoarabi sono stati tutti i dirigenti comunisti, con la sola eccezione di Umberto Terracini e poi di Piero Fassino, e quasi tutti i socialisti. In seguito, tra gli ex comunisti fino al 2008 è stato egemone il filoarabismo spinto di un Massimo D’Alema che è arrivato sino ad andare a braccetto a Beirut con un esponente di Hezbollah. Dal 2008 in poi, però, lentamente, nel giro di pochi anni, la nuova generazione di dirigenti dei Democratici, grazie anche all’apporto degli ex Margherita di Francesco Rutelli e sempre al lavoro intenso di Piero Fassino, si è spostata verso Israele.

Oggi quindi, in Italia, grazie allo schieramento compatto del centro destra e dei centristi al fianco di Israele, il partito filoarabo è nettamente minoritario, anche se non certamente tra i diplomatici della Farnesina. È un partito filoarabo rappresentato in Parlamento solo da quei geni delle relazioni internazionali dei Cinquestelle e dall’estrema sinistra, incautamente appoggiata elettoralmente da Elly Schlein, che però ha portato il Partito democratico su una posizione equilibrata.