Modello VannacciSe anche i generali cominciano a fare come i pm, poveri noi

Lo spettro di una candidatura alle Europee del militare-scrittore agita il governo, ma dovrebbe terrorizzare noi (per altri motivi)

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Il generale Roberto Vannacci, assurto agli onori delle cronache per un libro («Il mondo al contrario») intriso di espressioni sprezzanti verso omosessuali, femministe e migranti, formulate peraltro in un claudicante italiano, è passato in brevissimo tempo da caso editoriale a problema politico. Corteggiatissimo dalla Lega di Matteo Salvini, deciso a candidarlo alle europee per dare un altro schiaffo a Giorgia Meloni (anche se a metterci la faccia, in tutti i sensi, sarebbe in questo caso Guido Crosetto, che ne aveva subito stigmatizzato le affermazioni), il generale è l’uomo perfetto per portare a termine la strategia del sorpasso a destra su Fratelli d’Italia. Come dimostrano da ultimo le sue dichiarazioni di ieri a proposito del gioielliere condannato a diciassette anni per avere sparato a due rapinatori in fuga («Confermo che sono empatico verso una persona che è stata aggredita. La legittima difesa è sempre legittima»). E fin qui, legittimamente, ciascuno di voi potrebbe anche dire: e chissene frega.

Quello che invece dovrebbe preoccuparci tutti è la possibilità che la sua improvvisa trasformazione in personaggio pubblico, con lo spettacolare successo (anche economico) del libro autopubblicato, con la relativa girandola di presentazioni, interviste, recensioni, critiche ed elogi, rappresenti un modello per altri.

In breve, la domanda è se dobbiamo aspettarci che da un momento all’altro anche i generali comincino a fare come i pubblici ministeri, da tempo ospiti fissi in tv e sulle pagine dei giornali, autori prolifici e presentatori infaticabili di libri, romanzi e pamphlet, ma soprattutto costantemente impegnati in una sorta di pubblico controcanto rispetto a qualunque decisione di governo e parlamento, almeno fino al momento in cui, come non di rado accade, il magistrato in questione divenga egli stesso parlamentare, sindaco o ministro (come l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, ovviamente fermo sostenitore della necessità di una maggiore separazione tra politica e giustizia).

L’imprevisto successo del generale Vannacci ha indubbiamente molti padri, dall’involontaria pubblicità regalatagli dalla stampa progressista alle mosse forse non sempre avvedute del ministro Crosetto. Il titolare della Difesa, infatti, prima ne ha deciso la rimozione da un ruolo invero piuttosto defilato all’Istituto geografico militare (mi correggo, l’«avvicendamento», come lo stesso Crosetto ha tenuto a precisare ieri in Parlamento), salvo poi ritrovarselo capo di stato maggiore delle forze operative terrestri dell’Esercito (incarico che dalla Difesa assicurano non corrispondere affatto a una promozione, ma che certo suona assai meglio del precedente); mentre la tanto pubblicizzata inchiesta disciplinare, dopo ben quattro mesi in cui sembrava essere praticamente evaporata, giusto due giorni fa, in coincidenza con la presunta non-promozione, si è improvvisamente condensata, passando dallo stato «informale» allo stato «formale».

Può darsi che tutto questo rappresenti un insieme di condizioni fortunate (per il generale, s’intende), senza dubbio casuali e probabilmente irripetibili, ma forse anche non più necessarie, una volta che lui abbia aperto la strada, e dimostrato a tutti, e soprattutto ai suoi colleghi, che sì, si può fare. Come diceva il dottor Frankenstein.

Certo in un paese come l’Italia, con la sua storia recente e anche meno recente, l’idea di aggiungere un posto in tutti i talk show, per avere accanto al magistrato pure il generale o il colonnello o il caporale di turno che si scaglia contro la politica, ovviamente in nome del popolo e dei valori dell’Italia vera e onesta (peccato che «l’Italia dei valori» sia già occupato, sarebbe stato un brand perfetto per la lista Vannacci), non suona, come dire, molto rassicurante.