Su la testaLa devastante pioggia di missili russi sulle città ucraine non piegherà la nostra resistenza

Ogni nostra azione è dettata dalla volontà di resistere e di esistere alla faccia della foga russa di uccidere tutti gli ucraini. I detriti e le schegge dei loro razzi o dei catorci iraniani arrivano ovunque, penetrano sotto la pelle, tolgono la vita, il sonno, la sicurezza e la calma. Ma non la voglia di libertà

LaPresse

Al posto di condividere le foto con le tavole natalizie imbandite, i regali scartati e i fuochi di artificio di capodanno in arrivo, gli ucraini condividono foto di macerie, di palazzi in fiamme e di sangue sull’asfalto dopo il più massiccio attacco russo in due anni di guerra contro le città di Kyjiv, Lviv, Kharkiv, Odesa, Dnipro e Zaporizhzhia. Al posto di scambiarsi gli auguri per l’anno nuovo, gli ucraini si scambiano i «come stai?», i «siete vivi?», i «dove siete?», i «fatevi vivi». Non sono messaggi che si scambiano i militari tra di loro o le famiglie dei militari con i cari impegnati nell’esercito, sono messaggi tra civili che in questo incubo cercavano di ritagliare alla fine dell’anno uno spazio per una piccola festa e celebrare la vita.

Arrivare alla fine del 2023 per gli ucraini significa arrivarci vivi, avere ancora il proprio paese che – nonostante le ferite, le macerie, la propaganda su Putin che starebbe vincendo, sulla Russia aperta ai negoziati, sulla controffensiva fallita – sta ancora in piedi e nel 2023 è riuscito a liberare i territori occupati dalla Russia. Liberare i territori non è soltanto mettere solennemente la bandiera gialloblù sul punto più alto del paese, liberare i territori significa liberare la gente che non era riuscita a evacuare, che stava lì in attesa che arrivassero i nostri. I nostri arrivano, i russi ripiegano e poi bombardano alle spalle i territori appena lasciati, e lo fanno oggi a Kherson e a Kupiansk. Territori liberati non significa che finalmente siano lasciati in pace, in nessuno degli angoli dell’Ucraina si è lasciati in pace.

Il missile russo o il catorcio iraniano (così gli ucraini chiamano i droni iraniani per il suono fastidioso che emettono), i loro piccoli detriti, la loro piccola scheggia, arrivano ovunque, penetrano sotto la pelle, tolgono la vita, il sonno, la sicurezza e la calma. Oggi una scheggia è arrivata in Polonia a venticinque chilometri dal confine polacco-ucraino, un confine bloccato ai camion ucraini dal partito filorusso “Konfederacja”.

La Nato ha detto che resterà vigile. Ecco, la Nato e i paesi della Nato hanno ancora la possibilità di rimanere o non rimanere vigili, di bloccare o non bloccare il confine, di dare o non dare gli aiuti militari all’Ucraina (meglio sempre quelli umanitari perché vogliamo essere pacifisti). Gli ucraini questa scelta non ce l’hanno più. I russi, oltre che a togliere le vite, le case, le persone care, hanno tolto anche la libertà di scegliere.

Ogni nostra azione, ogni passo giornaliero è dettato dalla guerra, è dettato dalla volontà di resistere e di esistere alla faccia della volontà russa di uccidere tutti gli ucraini. Devi essere pronto ad alzarti di notte, a prendere lo zaino di emergenza e a spostarti nel rifugio antiaereo. Se non ce n’è uno vicino, devi spostarti in bagno o nel corridoio per rimanere distante due pareti dalla finestra. Nel rifugio, scrolli le notizie sui social e scegli a chi fare le donazioni, così la rabbia contro la Russia si trasforma in azione concreta: aiutare quelli che stanno al fronte, gli addetti all’antiaerea che in quel momento stanno abbattendo i missili che vogliono ucciderti. Ritagli e ristrutturi il budget giornaliero o mensile per le donazioni, capisci che potresti fare benissimo a meno di un caffè preso fuori, dell’ennesima maglietta o di qualche aggeggio che prenderà polvere nei cassetti. È meglio piuttosto donare le felpe ai soldati che oggi stanno al fronte in trincea tra il fango e la neve.

L’esercito ucraino non è una entità effimera, non è un gruppo di persone sconosciute, è fatto di figli e di padri di persone che conosci, sono i tuoi amici, sono i ragazzi e le ragazze con cui sei cresciuta, con cui prima del 2022 facevi palestra o andavi a fare le grigliate, perché prima del 2022 esisteva una vita nella quale si facevano grigliate e chiacchierate su niente, su musica, sui film visti, sui vestiti e sui brand della moda.

Dopo che l’allarme sul cellulare ha detto che puoi uscire dal rifugio, sali in superficie con la speranza che ci sia ancora una casa nella quale fare ritorno e che le cose nel tuo zaino non siano le uniche rimaste. La tua casa c’è ancora, ma quella del vicino no, allora tutti insieme si aiuta il vicino. Raccogli i detriti delle vite bombardate e distrutte e vai al lavoro, perché bisogna lavorare per sopravvivere, per guadagnare soldi, per donare, per sostenere, per aiutare, per curare, nonostante la mancanza di sonno e nonostante il dolore che stringe il petto.

Non puoi prenderti un anno sabbatico, non puoi fare un viaggio all’estero con la persona amata, perché gli uomini non possono più uscire dal paese. Non puoi mandare il tuo figlio alla scuola che ti piace, devi scegliere quella con il rifugio antiaereo. Non puoi fare il lavoro che ti piace, puoi fare quello che si trova in un paese che vive la guerra.

E ora non puoi nemmeno avere le feste da trascorrere in famiglia, perché mentre stavi addobbando l’albero di Natale un missile è entrato nella tua finestra. Non puoi fare niente, non hai una scelta, te lo ha detto la Russia e noi, ucraini, non possiamo fare altro che resistere alla dittatura dei missili, respingerla, ritagliare lo stesso piccoli spazi per sorridere, per un abbraccio e per qualche miracolo di Natale. Perché le feste sono la luce, la luce che vincerà oltre le tenebre, anche se le tenebre durano da quasi due anni e in questi giorni hanno fatto spegnere i nostri alberi di Natale.