Alfa e omegaLa destra si finge Rambo per non mostrare il suo lato da armata Brancaleone

Tajani, Salvini e Meloni mostrano in pubblico l’unità del governo per superare indenni le trattative sul Patto di Stabilità e Mes, ma in vista delle elezioni europee le strategie divergono. E il leader della Lega non vuole essere escluso dalla prossima Commissione Ue a favore di socialisti e liberali

Unsplash

Giorgia Meloni cita Rambo per spiegare che il segreto per andare avanti in questo periodo «tosto» è vivere giorno per giorno in maniera pragmatica. Matteo Salvini riesuma Silvio Berlusconi per ricordare ad Antonio Tajani che il Cavaliere considerava l’unità del centrodestra un totem, in Italia come in Europa: non vuole essere scaricato dai Popolari che vogliono imbarcare solo Fratelli d’Italia e giustamente stanno alla larga dall’ultra destra anti europea e filo Putin. I tre leader della maggioranza fanno salti mortali per non mostrare le loro profonde divisioni. I primi due si detestano personalmente, da tempo, anzi da sempre, ma camuffano e governano insieme. La competizione elettorale in Europa potrebbe rivelarsi un affare mortale politicamente. Il sistema proporzionale eccita gli animi oltremodo. Tuttavia Giorgia e Matteo stanno cercando una via d’uscita se, come previsto dai sondaggi, verrà confermata una maggioranza Popolari-Socialisti-Liberali. 

Il centrodestra in versione adunata nera a Bruxelles è il sogno del leghista. La presidente del Consiglio ha altri progetti. Ha promesso la rinnovata fiducia a Ursula von der Leyen. E ieri a Roberta Metsola ha assicurato i voti di Fratelli d’Italia per un secondo giro sul più alto scranno dell’Europarlamento. La maltese ha ricambiato usando parole che corroborano l’intesa. Giorgia è «una donna pro-Ue molto forte. Io conterò non solo sulla sua amicizia ma sulla sua leadership». L’altro giorno era stato pubblicamente Antonio Tajani ad assicurare che Metsola rimarrà alla presidenza dell’Europarlamento. Il ministro degli Esteri ha tutto l’interesse a congelare nei posti di comando due donne del suo partito, il Partito Popolare europeo. Ma la mina Salvini deve essere disattivata per tenere unita la maggioranza romana. Anche di questo la presidente del Consiglio e il vicepremier hanno parlato, prima che arrivasse Metsola a Palazzo Chigi.

La sceneggiatura è stata ben confezionata con un’ostentata raffica di affermazioni. Salvini, appunto, ha ricordato, in un’intervista al Corriere della Sera, Berlusconi il federatore. Meloni ha detto a Rtl 102.5 che il centrodestra dovrà essere traghettato pure a Bruxelles. «Quello che siamo riusciti a fare in Italia si deve in qualche maniera tentare di costruirlo anche in Europa». È quel «in qualche maniera»che fa la differenza. Salvini non può portarsi dietro gli impresentabili che sono arrivati domenica a Firenze.

C’è una ipotesi per adesso solo accarezzata: anche la Lega potrebbe votare la fiducia alla nuova Commissione Ue, rimanendone però fuori. Proprio come fecero i Conservatori nel 2019. Meloni indicherebbe un commissario italiano gradito a tutta la maggioranza italiana. I piani teorici sono tali perché vengono fatti a tavolino, per evitare che i teorici si scannino e facciano implodere il governo dove sono molto comodamente seduti. Poi bisognerà vedere come tutto ciò verrà calato nella realtà. Per un partito il consenso è tutto. Se la Lega sprofonda, Salvini rimarrà a giocare con il plastico del Ponte di Messina e urlare nel deserto contro banchieri, Soros e tutti i cattivoni globalisti del mondo. Se invece supera la barriera del dieci per cento e non si fa scavalcare da Forza Italia allora quel piano di cui sopra è più facile da realizzare.

Ma la sceneggiatura della maggioranza coesa serve anche per uno scopo immediato, il più importante. Per dimostrare che l’Italia è unità all’ultimo miglio della trattativa per la riforma del Patto di Stabilità. Oggi e domani il ministro Giancarlo Giorgetti all’Ecofin dovrà girare le carte sul tavolo e tutti capiranno se quello italiano di porre il veto alla nuova governance dei conti comuni è un bluff, come è evidente, o una reale minaccia. Meloni afferma che non si può dire sì a un nuovo patto che poi non si può rispettare. Vuole spuntare le condizioni migliori per non avere le mani troppi legate nei prossimi anni quando dovrà far calare il debito e del deficit.

Che sia un bluff è chiaro a tutti. Torneremmo a regole peggiori, sarebbe una sfiducia definitiva nei confronti del commissario italiano Paolo Gentiloni, due dita negli occhi al presidente Sergio Mattarella. Per non parlare degli effetti sui mercati. Ma è assodato che Meloni a un finale così non voglia arrivare. E allora tratta fino all’ultimo centesimo. Al termine del match potrà dirà di aver fatto il possibile e di avere portato a casa questo e quest’altro. Finirà così pure con la firma del Meccanismo europeo di stabilità.

Che sia questa la tattica per nascondere le divisioni e presentarsi uniti, lo dice esplicitamente Tajani quando afferma che all’interno della maggioranza ci sono naturali sensibilità diverse ma «questo non ha alcun impatto sull’operato del governo e i negoziati in corso in Europa». La posta in gioco è troppo alta per mostrarsi come un’armata Brancaleone nella trattava con la Germania e i cosiddetti frugali sul Patto di Stabilità.

È questo l’alfa e l’omega che consentirà di fare prossime manovre finanzia espansive e mantenere almeno una parte delle promesse elettorali. Il traguardo è l’elezione diretta del premier del 2027. Meloni tra tre anni non può essere impopolare, continuare a gettare la colpa su chi l’ha preceduta, non assumersi la responsabilità di aver governato male con la scusa che soldi non ce ne sono. Prima o poi la polvere accumulata sotto il tappeto sarà troppa e qualcuno dovrà sollevarlo. L’opposizione veda cosa è in grado di fare per evitarci dieci anni di destra alla Rambo.

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter