Quesiti linguisticiPerché i biscotti si possono «pucciare» nel latte? Risponde la Crusca

L’azione accomuna ogni giorno milioni di persone nel momento della colazione. Eppure il verbo non è univoco

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Farina, zucchero, burro, uova, un cucchiaino di lievito: per preparare dei perfetti “biscotti da pucciare” bastano pochi ingredienti e alcuni semplici passaggi. Così, almeno, assicura la conduttrice di un noto programma televisivo di cucina, inzuppando – proprio questo vuol dire, infatti, pucciare – il goloso risultato in una tazza di latte caldo. Attenzione, però, ai minuti in forno, che possono compromettere la giusta consistenza del nostro biscotto: un fattore evidentemente cruciale, assieme alla temperatura del liquido prescelto (latte, tè, cioccolata), per il calcolatissimo tempismo del “pucciatore” finale. La durata del tuffo dev’essere infatti di pochi istanti, sapientemente determinati: “se troppo pochi, il biscotto si offrirà ancora arido e friabile alle fauci, se troppi, la parte immersa si sfalderà, precipitando irrimediabilmente al fondo della tazza in una pappa immonda: troppo tardi arriverà il cucchiaino”. A scriverlo è l’autore di una bella pagina del blog Una parola al giorno (20/1/2022) dedicata proprio al verbo pucciare. Come osserva ancora lo stesso autore, l’azione appena descritta accomuna ogni giorno milioni di persone; eppure il verbo che la identifica non è univoco, come del resto spesso accade al nostro vocabolario dell’ordinario, com’è quello domestico, in particolare, o quello gastronomico. E in effetti quel pucciare – cui la conduttrice ricorre con molta naturalezza, senza avvertire in alcun modo la necessità di chiarire o di affiancare un sinonimo – rappresenta una voce di provenienza settentrionale, diffusa soprattutto nelle aree piemontese e lombarda (ma non solo) e pressoché sconosciuta al resto d’Italia. Almeno fino a qualche tempo fa. Il suo impiego sempre più frequente in numerose trasmissioni televisive e in rete, infatti, ne ha determinato la fortuna anche fuori del suo naturale habitat linguistico. Se si trascurano i testi e i vocabolari dialettali – questi ultimi infatti, come vedremo, registrano il termine sin dalle edizioni più antiche –, le prime testimonianze di un uso più esteso di pucciare affiorano alla stampa nazionale a partire dagli anni Settanta del Novecento (es. “con l’intingolo in cui pucciare il pane, ma quello di campagna, perché i cosiddetti ‘panini’ non sono all’altezza di questo nobile compito”: “L’Espresso”, 1979, p. 140) e si accrescono esponenzialmente nei decenni successivi, conquistando anche la narrativa. Tra i tanti esempi offerti dal motore di ricerca di Google libri, citiamo da un recente romanzo di Barbara Fiorio: “Irene è una dei pochissimi non genovesi che ho convinto a pucciare la focaccia nel caffellatte” (Vittoria, Milano, Feltrinelli e-book, 2018). L’attuale successo sovraregionale del termine ha indotto i primi segnali di reazione anche nella lessicografia italiana più recente. Non c’è ancora traccia di pucciare nel GDLI o nel GRADIT, e neppure nelle ultime edizioni del Devoto-Oli; tuttavia prende atto della sua fortuna lo Zingarelli, che registra l’uso del verbo proprio a partire dall’edizione del 2022, precisandone la provenienza dialettale: pucciare è infatti presentato come un settentrionalismo che vale ‘inzuppare’ e, per estensione, ‘immergere, bagnare’. L’entrata lessicalizzata è proprio “pucciare”, forma adattata alle norme fonomorfologiche dell’italiano standard con la quale, come già visto, la parola è impiegata in contesti non dialettali. Sul piano etimologico, lo Zingarelli propone un legame con puccia: tale sostantivo, che anticamente poteva indicare un tipo di pane povero a base di cruschello, identifica oggi, notoriamente, un pane dalla forma rotonda tipico della tradizione pugliese, in particolare di quella salentina. Per puccia, poi, lo stesso vocabolario suggerisce una derivazione dal lat. buccĕlla(m) ‘tipo di pane povero’, a sua volta originatosi da bŭccea ‘boccone’. Il collegamento è tuttavia preceduto da un “forse” che lascia immediatamente sospettare un quadro etimologico più complesso ed evidentemente ancora aperto.

Eccoci dunque al quesito principale posto dai nostri lettori: da dove nasce pucciare? Una risposta univoca e dirimente da parte degli etimologi – sarà bene precisarlo subito – non c’è (ancora). Nel tempo si sono stratificate molteplici ipotesi, più e meno percorribili, che hanno alimentato una bibliografia piuttosto estesa e non facilmente districabile. Per scongiurare il rischio di restare disfatti, come un biscotto troppo lungamente pucciato, in questa sovrabbondanza di proposte, limitiamoci a raccogliere le soluzioni che appaiono oggi dotate di maggior credito.

In larga parte, la lessicografia dialettale più recente sembra convergere verso una soluzione onomatopeica, che giustificherebbe pucciare – o, meglio, le forme dialettali che ne sono all’origine – a partire dalla base espressiva *poc-/*puc-, imitativa del suono “che si fa sentire nell’andar per il fango” (così già Prati 1922, p. 427; cfr. anche Biella et al. 2001, s.v. pucià; Bondardo 1986, s.v. pòcio; Cornagliotti 2015, s.v. pocia; Membretti-Bracchi 2011, s.v. pocér, pucér). A questa radice onomatopeica, correlata alla più ampia sfera semantica del ‘molle’ e del ‘soffice’ (cfr. REW e REW Postille, § 6138b; DEI, s.v. puccia), vengono ricondotti non soltanto il verbo e la sua famiglia morfologica – e dunque i sostantivi e gli aggettivi da esso derivati, sui quali ci soffermeremo tra breve – ma anche altri esiti apparentemente lontani per significato o per diffusione geografica. In particolare, deriverebbero da tale radice pure la già ricordata forma puccia ‘panino, focaccia’, propria dell’area centro-meridionale della penisola, il calabrese pùcidu ‘fradicio’, nonché l’espressione salentina pùcciu pùcciu, che vale ‘soffice, cedevole’ (cfr. DEI, s.v. puccia). Una simile proposta vedrebbe così pucciare e puccia come due esiti collegati ma indipendenti, frutto di due sviluppi paralleli di una stessa base onomatopeica e caratterizzati da una diversa distribuzione geografica.

Godono di buon credito anche le soluzioni che guardano al latino, tra le quali sarà anzitutto da ricordare quella proposta da Salvioni nelle sue Postille al REW (§ 6177), che accosta le forme dialettali pucià ‘bagnare, intingere’ e pùcia ‘intingolo’ al latino parlato *palta(m) ‘fango, palude’, da cui anche l’italiano pantano. Si richiama a una base latina non attestata anche Emanuele Banfi in un saggio sul lessico giovanile di Milano e Trento, suggerendo una connessione tra pucciare e *punctiāre ‘intingere’ e ricordandone il facile riferimento all’atto sessuale (cfr. Banfi 1992, p. 129). Risulta generalmente esclusa, invece, la derivazione da pŭteu(m) ‘fossa, buca’, da cui le forme italiane pozzo, pozza e, con qualche incertezza, pozzanghera (cfr. DELI, s.vv.): sarebbe infatti inusuale, nei dialetti settentrionali, la formazione di un’affricata palatale sorda -c- [ʧ] dal nesso t + semivocale (cfr. Rohlfs 1966, § 290; Bondardo 1986, s.v. pòcio).

A prescindere dall’etimo, in ogni modo, nei dialetti settentrionali il verbo conosce una molteplicità straordinaria di esiti alternativi (non sempre equivalenti, sul piano del significato), capaci di generare, a loro volta, un ricco ventaglio di derivati. Cerchiamo, di nuovo, di limitarci ai casi più rappresentativi. In Lombardia predominano le forme pucià o pocià, talvolta registrate dai vocabolari con la doppia (come nello storico Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini: “Poccià: intingere, immollare”; Cherubini 1839-1856, s.v.). Sono segnalate, specie nella provincia di Sondrio, anche le varianti pocér e pucér (cfr. Antonioli-Bracchi 1995; Membretti-Bracchi 2011, s.vv.). Il senso prevalente è quello di ‘intingere’ in un contesto alimentare, benché risulti altrettanto diffuso quello di ‘bagnare, immergere (i piedi, in particolare, in una pozzanghera, nel fango, in un fiume ecc.)’. In tutti i casi, il valore del verbo può precisarsi anche attraverso una preposizione: per esempio, pucià gió ‘immergere (pane, polenta) nell’intingolo’; pucià sü ‘portare alla bocca quanto si è intinto’; pocér int o pocér ó ‘inzuppare (in un liquido), immergere’; in particolare, pocér ó i pè i la néf / i la pàlta ‘immergere i piedi nella neve / nel fango’ (cfr. Biella et al. 2001; Giorgetta-Ghiggi 2010; Membretti-Bracchi 2011, s.vv.). Troviamo ancora pucià in Liguria (dove, come già ricordato, s’inzuppa volentieri anche la focaccia nel latte e nel cappuccino) e pociàr a Trento, mentre i piemontesi si avvalgono generalmente delle forme pocé e pucé, talora in concorrenza con mojé ‘ammollare’ (cfr. Cornagliotti 2015; Fox 2014; Gribaudo 1996, s.vv.). Il nostro verbo ha poi una certa fortuna in Veneto e in Emilia-Romagna; per quest’ultima i vocabolari ricordano anche espressioni ormai in disuso, come puccià la penna in dal caramàl ‘intingere la penna nel calamaio’, e certi usi figurati, come puccià al nàz ‘ficcare il naso (in affari altrui)’ (cfr. Tammi 1998, s.v.). Nelle ultime due regioni citate, e segnatamente in Veneto, sono tuttavia ben radicate le alternative tociàr e tucér (cfr. Bondardo 1986; Durante-Turato [1975]; Gherardi-Moretti 2009; Lepri-Vitali 2009; Naccari-Boscolo 1982; Zanette 1980, s.vv.), di analogo significato, che condividono con pucciare una certa oscurità etimologica. Senza deviare troppo dal nostro percorso, ci limiteremo a segnalare che i dizionari di riferimento si appellano per lo più al latino tardo *tŭcciu(m), derivato di tŭcca ‘massa di grasso, strutto’, quindi ‘salsa, intingolo, brodo’, oppure, ancora una volta, a una base onomatopeica *tuc-, con la probabile influenza degli esiti di *poc-/*puc- (cfr. Doria 1987; Prati 1968; Durante-Turato [1975], s.v. tòcio; Plomteux 1975, s.v. tuku). Accanto al verbo si rilevano anche il sostantivo tòcio e il nome d’azione tociàda, che a molti richiameranno immediatamente alla memoria una strofa della celebre canzone popolare La mula de Parenzo (cioè ‘La ragazza di Parenzo’), notissima a tutto il Veneto e largamente diffusa in buona parte dell’Italia settentrionale – con numerose varianti – fino alle zone italofone della Slovenia e della Croazia. Nelle parole dell’innamorato dirette alla bella bottegaia si accumulano riferimenti a specialità gastronomiche locali (come i bigoli, la luganega, la polenta con il baccalà) che, nell’affamata immaginazione di quest’ultimo, raggiungono proporzioni colossali: “Se il mare fossi de tocio / e i monti de polenta / oh mamma che tociade / oh mamma che tociade / polenta e bacalà / perché non m’ami più”.

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