Cuore di canePutin ha ricordato all’Occidente che i suoi obiettivi imperialisti sull’Ucraina non son cambiati

Nella tradizionale conferenza stampa propagandistica di fine anno, il dittatore russo ha ribadito che Mosca combatterà fin quando non sarà rovesciato il governo di Volodymyr Zelensky, impedendo a Kyjiv di far parte della Nato

LaPresse

Di fronte ai risultati deludenti della controffensiva ucraina si è diffusa l’idea che sia arrivato il momento di spingere Kyjiv a negoziare con Mosca, dimenticando che al Cremlino non c’è il presidente di un’autocrazia che vuole la de-escalation con il paese che ha provato a distruggere, ma un dittatore che dopo aver consolidato il suo regime eliminando il signore della guerra Evgenij Prigožin e fatto sparire il leader delle opposizioni Alexey Navalny si sente più forte che mai. Vladimir Putin non ha rinunciato a nessuno dei suoi obiettivi in Ucraina, né alla volontà di rimodellare la Russia per farne un paese che vive di ideologia e belligeranza nei confronti del mondo occidentale.

Nella conferenza stampa di fine anno del presidente russo, un appuntamento famoso per la durata esagerata e il significato propagandistico, Putin ha ribadito che gli obiettivi della «operazione militare speciale» non sono cambiati, e che la pace con Kyjiv arriverà solo quando saranno stati raggiunti. Per assicurarsi di non essere frainteso, Putin li ha ripetuti. «Nelle operazioni dell’anno scorso la Russia ha formulato tre obiettivi: de-nazificare, de-militarizzare e neutralizzare l’Ucraina; quindi rovesciare il governo di Volodymyr Zelensky, smantellare le forze armate ucraine, e impedire a Kyjiv di entrare a fa parte della Nato», e poi ha aggiunto. «Se non vogliono fare accordi su questo, saremo costretti a prendere altre misure, come quelle militari: o ci mettiamo d’accordo, o la risolveremo con la forza».

Putin ha affermato – con un certo compiacimento – che il sostegno straniero all’Ucraina sta diminuendo. «L’Ucraina oggi non produce quasi nulla (in termini di armi), tutto arriva dall’Occidente, ma questo omaggio un giorno potrebbe finire e, a quanto pare, sta finendo», ha detto Putin, sottolineando che i leader come Viktor Orbán «non sono filo-russi, ma filo-nazionali». 

Questa assertività propagandistica fa parte del percorso che a marzo dell’anno prossimo porterà alla rielezione di Putin, una consultazione elettorale che non sarà solo la farsa di una dittatura che vuole vestirsi con una parvenza di legittimità democratica, ma una campagna per rimodellare in profondità la cultura nazionale della nuova Russia. 

Putin sta preparando il terreno per il suo quinto mandato presidenziale, che durerà altri sei anni, presentandosi come il difensore dei valori tradizionali della Russia contro l’Occidente “perverso“ e “liberale”, mentre la guerra in Ucraina dovrà proseguire senza possibilità di un soluzione pacifica. Vuole presentarsi come il garante di una civiltà russa che è sotto attacco da parte di un Occidente deciso a distruggere la famiglia tradizionale, la fede religiosa, l’orgoglio nazionale e la sovranità. Una retorica che non è difficile riconoscere tra le affermazioni di diversi partiti e movimenti populisti di estrema destra in tutta Europa. 

Ciò si traduce in una persecuzione più dura delle persone Lgbtq+, nella pressione affinché le donne di concentrino sulla maternità per dare figli alla patria, e sulla promozione di un’istruzione patriottica a partire dall’infanzia. «Stiamo difendendo le nostre tradizioni, la nostra cultura e il nostro popolo», aveva detto a ottobre Putin all’incontro annuale del Valdai Club. «Gli Stati Uniti cercano l’egemonia globale, mentre le nazioni europee stanno distruggendo le loro radici che crescono dalla cultura cristiana»

Un’ideologia che sta diventando legge. La Corte suprema russa ha approvato il 30 novembre la richiesta del Ministero della Giustizia di mettere al bando il “movimento internazionale Lgbt” definendolo un’organizzazione estremista, con una sentenza che permette di condannare a lunghe pene detentive chiunque promuova relazioni “non tradizionali”.

Il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill ha chiesto al parlamento di vietare l’aborto nelle cliniche private, trovando il consenso di una parte dei legislatori. Alle donne si chiede anche di non perdere tempo dedicandosi agli studi e alla carriera, ma di impegnarsi a mettere su famiglia. 

Putin si presenta come il mediatore tra la posizione più conservatrice e una visione più permissiva nei confronti delle donne, ma nel frattempo le cliniche private in diverse regioni russe stanno smettendo di offrire l’aborto. Tuttavia, la guerra resta in cima all’agenda propagandistica come il fattore unificante della Russia di Putin. 

Nelle scuole sono stati ripristinati i corsi di addestramento militare di base, mentre un nuovo libro di storia giustifica l’invasione dell’Ucraina, lamenta il crollo dell’Unione Sovietica, e accusa l’Occidente di cercare di destabilizzare la Russia. Secondo alcuni senatori russi, anche ai minori di quattordici anni va insegnato come riconoscere l’influenza occidentale, un compito che però non spetta solo allo Stato, ma anche alle famiglie. 

L’anno scorso Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina come un’operazione per de-nazificare un paese figlio della Russia che è caduto nelle mani degli occidentali a causa di un governo golpista e nazista. Ieri ha riaffermato ognuno di questi concetti. L’invocazione nazista ha un altissimo impatto psicologico tra i russi, attinge a vecchi risentimenti e ai ricordi dell’identità patriottica costruitasi nel dopoguerra con il racconto della sconfitta del nazismo in Europa. 

Ma nel caso del regime di Putin, serve a promuove una mentalità da guerra, a preparare i russi ai sacrifici necessari per uscirne vittoriosi, a fare del racconto dell’esistenza stessa della Russia “pura e sovrana” una  rivincita contro l’Occidente. Quando si pensa di poter negoziare con Putin, prima è necessario guardare negli occhi la realtà, e ricordare che la guerra in Ucraina non è mai stata una disputa territoriale.