Dal Manzanarre a FedezTaylor Swift, l’intifada e il dramma della sintonia con le emozioni dei giovani

Siamo un generazione così stupida da sceglierci come interlocutori i figli e i cani. I parametri intellettuali diventano quelli delle canzonette, delle minacce su Twitter e delle lezioni di geopolitica da chi non ha mai nemmeno aperto una cartina geografica

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Al tavolo a fianco ci sono due ventenni. Fanno dei discorsi da ventenni, cioè da gente cui non s’è finito di formare il cervello. Ogni volta che ribadisco questo concetto, che è un’attenuante, la generazione più stupida della storia umana lo scambia per un’aggravante.

La generazione più stupida è la mia, quella troppo imbecille per avere conversazioni sensate, e che quindi si sceglie come interlocutori i figli e i cani. Ma, siccome è troppo imbecille per sospettare d’essere imbecille, è convinta d’avere figli (e cani) particolarmente arguti.

L’altro giorno ho risposto a non so quale picchiatello di Twitter (o come si chiama ora) che non gli avrei spiegato non ricordo più cosa perché, se avessi avuto vocazioni didattiche nei confronti di gente priva degli strumenti per capire il mondo, avrei fatto dei figli.

Di lì a poco, fiorivano le risposte di adulti che, percependosi taglientissimi, spiegavano che quello era il tweet col quale ammettevo che, se avessi avuto dei figli, essi sarebbero stati scemi – come la madre. La mia preferita è una che, quando qualcuno ha provato a spiegare che veramente c’entra lo sviluppo neurologico, un bambino tutte le facoltà cerebrali non le può proprio avere, ha risposto che sua figlia era già intelligentissima alla nascita. Pensa essere un’adulta e avere come parametro intellettuale una neonata.

Sarà che sono meno complessata dei miei coetanei che si sono riprodotti, ma dalle ventenni del tavolo a fianco non mi aspetto nulla, e le origlio con interesse zoologico. Ci tengono moltissimo a ribadirsi l’un l’altra che loro non sono di quelle che seguono qualcuno solo perché quel qualcuno vince Sanremo.

Madame, dice eroica una delle due, non ha mai vinto ma io la seguo lo stesso. E poi procede a dettagliare l’impatto sulla sua vita di Madame, una cantante poco più che ventenne di cui ricordo solo che a Sanremo cantò scalza, e un qualche scandalo vaccinaro che liquiderei ribadendo che non ha l’età del pieno sviluppo cerebrale.

«L’amore è solamente di chi prova amore, non è di chi lo riceve», spiega la ventenne del tavolo a fianco alla sua coetanea che annuisce fino a slogarsi il collo, è un verso di cui io ho capito l’importanza solo mesi dopo. Pensa avere vent’anni e scoprire per la prima volta il giochino retorico su chi ama e chi è amato, scoprirlo per la prima volta in una canzone sanremese, e passare mesi a rimuginarci. Pensa avere vent’anni e non conoscere niente e nessuno, da sant’Agostino in avanti, essere il deserto dei riferimenti culturali su cui persino Madame può attecchire. Pensa avere vent’anni.

Qualche giorno fa un professore di scienze politiche ha scritto sul Wall Street Journal di aver commissionato un sondaggio tra duecentocinquanta studenti per sapere se quelli che nei cortei scandiscono «Palestine free, from the river to the sea» sappiano di che fiume e che mare stanno parlando (dopo le domande retoriche, i sondaggi retorici).

Le cifre che riportava erano: tra gli studenti che appoggiano lo slogan, il cinquantatré per cento riesce a dire cose come il mar dei Caraibi o il mar Morto.

Racconta il professore che gli studenti, se gli si mostra una cartina in cui si fa loro notare che dal Mediterraneo al Giordano non significa «due popoli due stati» ma l’eliminazione di Israele, cambiano idea. Non è colpa loro: è che, pur avendo Google nel telefono e tenendoci abbastanza al tema da andare a manifestare, non avevano mai visto una cartina di quelle zone.

Che il quarantasette per cento dia da subito, senza che il sondaggista faccia la lezioncina, la risposta giusta sul Mediterraneo e il Giordano mi sembra tantissimo: se non ripeti slogan a caso a vent’anni, quando?

Di recente ho ritrovato una foto di quando ne avevo sedici. Indossavo un paio di jeans sui quali, con un pennarello, avevo disegnato una stella a cinque punte. Giovane brigatista? Non sovrainterpretatemi: sempre stata una pippa a disegnare, già la svastica era troppo complessa, e quindi sui jeans stella brigatista e sullo zainetto celtica fascista. Chiunque si meravigli non ha mai avuto sedici anni (o è un mio coetaneo convinto d’avere figli intelligenti, o è Enrico Letta che alla me che era al contempo fascista e brigatista e inconsapevole di entrambe le ideologie avrebbe dato il diritto di voto).

Il dramma dell’audizione delle tre presidi del Mit e di Harvard e di Penn non è che siano in balìa delle mode e che quindi non rispettare l’identità di genere gli sembri più grave che essere antisemiti: è che non sono abbastanza adulte per dire «ma quali antisemiti, ma secondo voi qualcuno di quelli che invocano “Lunga vita all’Intifada” sanno cos’è l’Intifada e vogliono davvero lo sterminio degli ebrei? Hanno vent’anni, sono ontologicamente scemi».

Nel sondaggio raccontato sul Wall Street Journal, i miei preferiti sono quelli secondo cui Yasser Arafat è stato il primo premier israeliano. Probabilmente parenti degli invasati che da giorni si dilaniano a discutere sui social: non si può essere fan di Taylor Swift, non ha preso posizione sulla Palestina, ed è amica di Selena Gomez che è sionista.

A una stavo per rispondere chiedendole se veramente decida che canzonette ascoltare dopo aver fatto l’esame ideologico alle cantanti. Poi ho cliccato sul profilo per vedere la bio: ha quattordici anni. Uno dei principali problemi dei social è che non tieni presente che la gente che compare nel tuo telefono illudendoti di meritare una risposta alla pari è gente alla quale nella vita reale diresti «Vai in camera tua».

Se un ventenne twitta che investirebbe in una pallottola per far fuori il figlio cinquenne della Ferragni, ci vuole un principe del foro per capire che quella è una minaccia? No, però forse ci vorrebbe qualche ora di codice penale a scuola acciocché i ragazzini imparassero a non farsi querelare da gente alla quale vorrebbero solo dire «brutta merda», ma nessuno ha insegnato loro a distinguere loro tra l’ingiuria e la minaccia, l’ingiuria e la diffamazione, il divieto di sosta e l’abigeato.

Aiuterebbe anche che gli adulti in questi casi non si dividessero tra chi condanna il ragazzino che minaccia perché è suo avversario di tifo (la foto del figlio della Ferragni era a una partita del Milan, il ragazzino tifa Inter: poi, quando vi dico che il mondo è ormai diviso in curve, mi dite che è una fissazione mia); e chi va a ritrovare i tweet scemi di quando il marito della Ferragni aveva anche lui vent’anni, per dimostrare non si sa bene cosa.

Intanto Taylor Swift, che di anni ne compie 34 la settimana prossima, racconta a Time di che terribile momento fu quello in cui Kayne West fece credere al mondo di avere la sua autorizzazione per il verso d’una canzone che diceva «quella stronza di Taylor Swift l’ho fatta diventare famosa io». In modalità Belén, dice che la gettò in un abisso psicologico, che si nascose all’estero, che aveva troppa paura anche per stare al telefono, che la sua carriera le fu scippata da quell’incidente.

Era sette anni fa. Se vi sembra che non ci sia stato, negli ultimi sette anni, un momento in cui Taylor Swift non sia stata in cima al mondo, è perché non siete una ventiseienne che pensa che qualunque intoppo sia gravissimo, né una trentatreenne per la quale dai ventisei non sono passati abbastanza anni da dire a un intervistatore: ma ti rendi conto di quant’ero scema e melodrammatica?

Figuriamoci se può obiettare qualcosa l’intervistatore, che ne ha trentacinque e lavora per un’industria morta qual è quella dei giornali di carta e conta sulle fan di Taylor Swift per vendere questo numero con la loro beniamina in copertina, come ha sentito dire accadesse quand’era all’asilo e noialtre andavamo in edicola.

E infatti si sdilinquisce a dire che sì, in effetti non sembra che la sua carriera abbia avuto alcun danno dalla vicenda West, ma conta solo la percezione e il fatto che Taylor dica alle giovani donne che le loro percezioni contano, valgono, come si dice in doppiaggese «sono valide».

Non conta che tu sappia le cose, o che le cose per cui soffri siano accadute davvero, o che tu abbia mai visto una cartina del Medioriente, o che tu abbia letto su un bigliettino dei Baci Perugina «Ama e fa’ ciò che vuoi»: conta solo che tu senta che il fiume da cui deve partire la liberazione è la Senna e il mare al quale finire l’oceano Indiano.

Il mondo non esigerà da te nozioni, ma si adeguerà al tuo sentire, perché nessuno vuole sembrare il vegliardo non in sintonia con le emozioni dei giovani. Cosa potrà mai andar storto.

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