La sera andavamo a 50 all’oraL’orgoglio della Pro loco emiliana da Fabio De Luigi a Cameron Diaz

La generazione che ha inventato il feticismo dell’adolescenza e il narcisismo dei politici glocal in un film da cantare a squarciagola, con o senza Lambrusco

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Chissà se, all’inizio dell’anno prossimo, sarò ossessionata dalle canzoni del 1984 come ora lo sono da quelle dell’83. Plausibile: l’84 è stato tra gli altri l’anno di “Purple Rain” e di “Born in the USA”, e insomma ci sarebbero buone ragioni di baloccarsi col quarantennale.

E io mi accorgo degli anniversari sempre in ritardo, e quindi potrei passare il prossimo gennaio a soffermarmi su quello appena scaduto, come sto facendo in questo gennaio con le quarantenni canzoni dell’83.

Il film di Fabio De Luigi, per esempio, l’ho passato a chiedermi se avrebbe prima o poi usato “Deviazioni”, quella di «e non mi dire che sei puro come un giglio, che sei un padre perché c’hai un figlio: credi che basti avere un figlio per essere un uomo e non un coniglio?», che sarebbe stata la canzone perfetta ma che è una canzone che Vasco non potrebbe mai scrivere oggi, che dice come eravamo quarant’anni fa.

Quando i figli potevi averli senza curartene, quando la paternità non era la vocazione invalidante di ora, non era il ruolo cui nessuna persona decente potesse decidere di sottrarsi. In “50 km all’ora” il padre di De Luigi e di Stefano Accorsi, Alessandro Haber, è stronzo dalla prima scena all’ultima; ai figli non è concesso lo stesso lusso, giacché i figli sono della mia generazione: quella per la quale è inconcepibile che a un padre non importi niente d’un figlio dall’inizio alla fine, quella che ha inventato il feticismo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Della propria, innanzitutto. Stiamo qui a rimestare le canzonette di quarant’anni fa, e non solo. I due fratelli ormai cinquantenni trascorrono il film sui motorini di quando ne avevano sedici, con gli zainetti. Una volta sarebbe stato un caso d’infantilismo perpetuo, adesso è la norma.

Adesso, quando arriva “Girls just want to have fun” e ci fanno pure il balletto, è solo l’artrosi che affligge la sedicennitudine perpetua di noialtre in platea a impedirci d’imparare e riprodurre le mossette come avremmo fatto allora. A restare sedute, si finisce a riflettere su che truffa fosse quella canzone. Che diamine di manifesto di rivendicazione femminista era mai quello che diceva che le ragazze volevano solo divertirsi e tornare all’alba e non combinare niente di costruttivo nella vita?

Ci credevamo perché avevamo undici anni e Cyndi Lauper aveva i capelli strani, certo. Ci credevamo perché le canzoni le squarciagoli anche se dicono cose assurde, certo. Ci credevamo perché esiste un’età della scemenza in cui le rivoluzioni che ti propone il pop più sono sceme più ti entusiasmano, e ai tempi nostri quella era l’età delle scuole medie e in questo secolo è un’età che sta più intorno ai trenta, ma d’altra parte la vita media si è allungata.

Ho visto “50 km all’ora” a una prima bolognese, una serata tutta incentrata sul carattere locale della storia. L’Emilia Romagna che i due attraversano in motorino richiamata nel cibo offerto agli invitati, che a seconda dei codici postali lo chiamavano ognuno diversamente (vai a spiegare a uno di fuori che nella stessa regione non ci si capisce perché quello che uno chiama «gnocco fritto» per l’altro è «crescentina», e può scoppiare una guerra di religione tra chi «tortellini» e chi «cappelletti»).

Quarant’anni fa non sarebbe successo perché quarant’anni fa tendevamo all’ignoto, si trattasse di fare l’interrail, di ascoltare le canzoni forestiere, di volerci sentire più grandi di quanto fossimo. Poi è successo non so bene cosa, forse il crollo del muro di Berlino ci ha convinti che non ci fosse alcun bisogno di uscire dai nostri codici postali, potevamo restare qui, col conforto dei cappelletti, delle crescentine, dei cantanti di “Amici”, delle Pro loco.

Le uniche pagine che vengono lette, dei giornali, sono ormai quelle della cronaca locale: siamo diventati i nostri nonni che leggevano i necrologi, però lo facciamo sentendoci moderni, con la app, con espressioni tipo «glocal», sembriamo Guido Nicheli ma non ci viene da ridere.

Quella sera della prima del film la gente applaudiva ai nomi dei paesini da cui erano passati i personaggi di Accorsi e De Luigi in motorino, e Google Maps avrà pure sostituito le cartoline illustrate che mandavamo dal mare ma sempre quelli siamo, pronti ad applaudire quando il cantante urla «ciao Nonantola, siete carichi?».

Mi è tornato in mente ieri, quando ho visto un tweet di Stefano Bonaccini che riprendeva entusiasta una foto di Cameron Diaz perfetta per il mio dossier «cosa sei ricca a fare, sarei una ricca migliore di te». La Diaz si era fotografata con del Lambrusco, un vino che il mio gusto per l’orrido ama ma di fronte al quale gli enologi si raccapricciano, in una flûte di plastica. Invece di invitarla a bere qualcosa di meglio in sua compagnia, Bonaccini si deliziava: un vino della sua regione, Cameron sì che andrebbe scelta come testimonial delle nostre Pro loco.

Mentre mi chiedevo come fosse possibile che la mia coetanea milionaria Diaz avesse dei consumi enologici così da quindicenne squattrinata e senza papille gustative, mi sono resa conto che tutto tornava. Mi sono ricordata della me quindicenne che beveva il Brachetto, vino che non avrebbe entusiasmato il presidente di regione non solo perché all’epoca i politici non avevano Instagram e non andavano in giro a esaltarsi se le ragazze bevevano vini locali, ma anche perché era piemontese. Eppure, era esattamente la stessa roba: vini dolci, vini schiumanti, vini che non sembrassero vini.

Perfetti per le noialtre adolescenti che volevano ubriacarsi sì, ma con roba dolciastra: se non era Moscato d’Asti era crema di whisky. Cameron sta chiaramente rievocando la propria adolescenza, ed è plausibile che il Lambrusco lo beva squarciagolando “Girls just want to have fun”. È stato allora che la Pauline Kael in me ha capito cosa manca al film di De Luigi: una scena in cui lui e Accorsi, all’inseguimento della perduta quindicennitudine, si ubriachino con la vodka alla pesca. Esattamente come – ci scommetto: abbiamo avuto tutti le stesse adolescenze pasticciate – avranno fatto quarant’anni fa sia lui sia Accorsi.

Gli sarà sembrata una scena troppo documentaristica. L’avrà tagliata vergognandosene. O forse qualche film commission locale gli ha fatto presente che la vodka alla pesca non è di produzione romagnola. Ricordati del territorio, gli avranno detto. “Remember the promise you made”. Che è dell’85, quindi passerò il 2026 a canticchiarla.

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