Darsi il post sui piediQuelli che fanno più danni alla loro credibilità, usando i social, sono gli scrittori

In genere si dice che bisognerebbe togliere il Wi-Fi ai politici che si fanno i selfie ed elevano a interlocutori gli anonimi dell’Internet, ma avete mai letto i pensierini dei letterati di questo povero paese?

Unsplash

L’elenco di coloro cui andrebbero tolti i social lo facciamo tutti, tutti i giorni. Naturalmente quelli che sui social recano anzitutto danno a sé stessi non siamo mai noi, così come non siamo mai evasori fiscali, parcheggiatori in doppia fila, mitomani, stonati, cornuti. Il guaio sono sempre gli altri.

Di elenco ognuno ha il suo. C’è chi mette al primo posto proprio quelli che coi social ci lavorano, e poi però se gli accade un inciampo sbagliano il video, l’abbigliamento, i commenti chiusi o aperti, il tono contrito o svagato, e insomma le influencer le sapremmo fare molto meglio noi.

Molti ritengono che l’urgenza più urgente sia togliere i social ai politici, che stanno lì a baccagliare elevando a interlocutore Brocco81, si fotografano guardando tantintènzi l’orizzonte, e nei casi più gravi scrivono che le pistole mica sparano da sole, salvo poi ritrovarsi con una pistola che, ma pensa un po’, avrebbe proprio sparato da sola.

Tuttavia io vengo qui a formulare un’ipotesi dirompente, inaspettata, malandrina: e se quelli che fanno più danni alla loro stessa credibilità, usando i social, fossero gli scrittori? Lo so: finora avevamo tutti pensato che il problema fosse quello messo a fuoco da Jonathan Franzen: nessuno ha mai prodotto buona letteratura in presenza d’una connessione wifi.

Ma, in verità vi dico, il problema non è la letteratura. Il problema è l’engagement, pronunciato alla francese e non all’inglese, intendendo cioè l’impegno politico ostentato e non i cuoricini raccattati (anche se sappiamo bene che da un buon engagement francese discende sempre un ottimo engagement inglese).

Ieri Jonathan Bazzi, romanziere già finalista allo Strega, ha postato sui social una tirata contro Milano. Non so se l’attuale pessima reputazione di Milano presso il ceto intellettuale sia fondata o meno: ogni volta che vedo com’è ridotta Bologna mormoro «scusami, Beppe Sala, riaccoglimi tra le tue braccia», quindi forse soffro di disturbo post-traumatico e non so valutare.

A quel punto c’è sempre qualcuno che mi dice che le mie fantasie non hanno possibilità di realizzarsi, Milano è diventata cara come Londra, il mio splendido appartamento lo pagherei quattro volte quel che mi costava, a quel punto io canticchio «Milano, sii buona, almeno, almeno tu», e in genere i miei interlocutori chiamano la croce verde.

Come sa chi mi conosce, la mia fantasia proibita è vivere in una città in cui il sindaco non s’instagrammi, ma non credo ne esista più una; come seconda scelta, m’accontenterei di una il cui sindaco s’instagrammasse sì troppissimo, ma avesse anche organizzato una raccolta decente della spazzatura. Ciò include Milano ed esclude Bologna.

Comunque. Bazzi vive ancora a Milano, diversamente da me, e se ne lamenta come le mie amiche colà residenti. I mezzi pubblici non sono più puntuali come un tempo, non ci si sente sicuri a girare (qui siamo, temo, nel campo del percepito), le case sono carissime.

Tuttavia, l’innesco (in neolingua: trigger) che fa scattare l’invettiva di Bazzi sono le foto di Sala mentre controlla i nuovi tornelli nella stazione del metrò di San Donato. I nuovi tornelli sono in realtà porte che si aprono e si chiudono, e dovrebbero perciò rendere meno frequente il fenomeno di quelli che entrano senza biglietto, cioè praticamente tutti (almeno, a me sembra ogni volta di vederne tantissimi, ma è certamente il complesso del pubblico pagante che pensa sempre d’essere l’unico a pagare).

Sala s’instagramma che vaglia l’altezza delle porte, che effettivamente ci vorrebbe LeBron James per saltare (ma LeBron James è nero: lo fermeranno pensandolo poveraccio che scrocca la corsa per andare a guardare i ricchi in Galleria?). Bazzi si irrita, e lo capisco: quando posta la sua invettiva ho ricevuto la foto di Sala già da almeno cinque elettori milanesi che giurano che al prossimo giro piuttosto votano Salvini (ma poi non lo fanno: «Questa destra, francamente, non si può» è l’assicurazione sulla vita della mediocrissima sinistra italiana in generale e dell’amministrazione bolognese in particolare; vale, temo, anche per Milano).

Solo che quel che scrive Bazzi è: «A saltare i tornelli non sono certo i padroni di questa metropoli implosa, in cui per affittare un bilocale uno stipendio mensile non è più sufficiente. Qualcuno dice che non dovremmo alimentare il lamento collettivo contro Milano per non finire in mano alla destra, ma cos’ha ormai di inclusivo e anticlassista questa città ripiegata senza coraggio né visione sul culto claustrofobico di sé stessa».

Non ho capito: non pagare il biglietto del metrò è esproprio proletario? Fare in modo che chi viaggia paghi il biglietto (cioè la sua parte di ciò che serve a continuare ad avere trasporti pubblici che forse stanno peggiorando ma sono comunque meglio che in molte altre città) è classista?

Ma, se così è, non dovrebbe Bazzi essere anche a favore, non so, dell’evasione di necessità? Anzi, meglio: non dovrebbe melonianamente ritenere le tasse un pizzo di Stato? Che differenza c’è tra il biglietto del metrò e l’irpef, a parte il fatto che dalla seconda detrai il guardaroba come spesa di rappresentanza e il primo lo paghi comunque per intero?

Nel frattempo, sempre su Twitter o come si chiama ora, lo scrittore Vincenzo Latronico, già semifinalista allo Strega, così si esprimeva a proposito della sparatoria di capodanno e del deputato che ha rinverdito i fasti della commedia all’italiana: «Poche cose gridano “cocaina” come “mi presento senza invito a una festa di capodanno all’una di notte con il bisogno irrefrenabile di mostrare a tutti la mia piccola pistola”».

Ora, io non voglio dire che poi quando vi querelano frignate e a noi tocca difendere la libertà d’espressione di scrittori dei quali nel sottoscala della dicibilità pensiamo «ammazza quanto ti esprimi male, figlio mio». Non voglio dire che prima o poi la società delle lettere si romperà i coglioni di dover difendere dalla destra brutta e cattiva gli scrittori che non sanno riconoscere un reato di diffamazione neanche se si fa loro un disegnino.

Non voglio dire niente, neanche che a un certo punto di queste vacanze mi è toccato pensare che aveva ragione Conte (il segnaposto, no il cantante), che aveva scritto una lettera a Repubblica lamentandosi di come avesse scritto di lui Stefano Cappellini. Dalle reazioni social, sembrava che una lettera a un giornale per dire che non si è d’accordo con un articolo di cui si è oggetto fosse una vessazione dittatoriale (a furia di urlare alle vessazioni dittatoriali per qualunque puttanata, perderemo la capacità di riconoscere quelle vere: o è già successo?).

Ci dovrà essere qualcosa che un porocristo che non si riconosce in un articolo possa fare, no? Scrivere al giornale, no. Querelare, no. Forse sfidare a duello l’estensore? Non so, ma scusate, sto divagando: non della lettera di Conte, parlavo, ma della plausibile querela che uno si piglia dando del cocainomane a qualcuno così, perché s’annoia tra una festività e l’altra, perché si sente sagace e vuole i cuoricini, perché mica le cose che dici sui social le dici davvero. Ecco: siamo proprio sicuri?