Pop art e self-expression Angelina Jolie apre un caffè nello studio di Andy Warhol

Abbiamo fatto visita all’Atelier Jolie, il locale un po’ boutique e un po’ café voluto dall’attrice e già forte punto di richiamo a New York sia per i creativi sia per gli appassionati di gastronomia

Atelier Jolie, foto di Stefano Vegliani

57 Great Jones Street, New York. Segnatevi questo indirizzo. Qui c’è un pezzo importante della storia della pop art, perché a questo indirizzo c’era lo studio di Andy Warhol, dove Jean-Michel Basquiat ha trovato rifugio quando non aveva alloggio, e purtroppo anche la morte per overdose il 12 agosto del 1988 a soli ventotto anni. Oggi in quell’edificio c’è Atelier Jolie, il nuovo spazio boutique e non solo di Angelina Jolie che ha aperto a metà dicembre dello scorso anno. Noi ci siamo stati.

Cosa resta della presenza dei grandi artisti in questo spazio? Assolutamente nulla perché chi acquistò l’edificio, datato 1860, negli anni Novanta non si preoccupò di cosa potessero essere certi disegni sulle pareti: tracce di un movimento artistico che sarebbe diventato famoso. Fu in verità l’inquilino che ripulì le pareti senza grande attenzione a quello che stava facendo, oggi sarà sicuramente pentito.

«In realtà noi non sappiamo con certezza che tracce fossero rimaste della presenza al 57 di Great Jones Street di Warhol, Basquiat, Keith Haring» racconta a Linkiesta Gastronomika Enrico Bonetti dello studio Bonetti/Kozerski Architect che ha curato la ristrutturazione su incarico di Angelina Jolie. «Sta di fatto che come si è sparsa la voce che l’attrice stava per aprire un atelier proprio lì il mondo della street art newyorkese si è scatenato: dovevamo ripulire la facciata ogni notte dai tag, e i ragazzi trovavano il modo di entrare per lasciare la firma mentre stavamo lavorando alla ristrutturazione». Insomma in questi locali, già iconici per la moda a New York, c’è anche una mano italiana.

Siamo a NoHo (North of Houston Street) che è stata fulcro dell’attività creativa della città, anche se oggi è assolutamente gentrificata. La facciata, ripulita dalle esternazioni notturne, è stata conservata perché è un grande omaggio al giovane artista che ha passato qui l’ultimo periodo della sua vita. Una targa posta dalla città lo ricorda e naturalmente Angelina Jolie ha voluto fortemente che il legame fosse più che presente, non solo sulla facciata esterna.

L’Atelier, che si può intendere come una boutique, nello spirito dell’attrice-regista ex ambasciatrice di buona volontà per l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, vuole essere ben altro. Vuole essere un centro culturale e un laboratorio fortemente legato a una moda che abbia al centro il recupero e il riciclo.

Gli abiti in vendita non sono eccessivamente cari per essere pezzi quasi unici, possono essere arricchiti con patch disegnati da giovani artisti. Nel basement c’è uno spazio con colori, pennarelli e quant’altro a disposizione per arricchire un capo che può essere acquistato sul posto, ma anche portato da casa. Un antro colorato con le pareti tutte disegnate, proprio come forse poteva essere lo studio di Warhol e Basquiat; l’uso di questo spazio costa appena dieci dollari a persona.

Entrando all’Atelier Jolie si capisce però subito che il motivo principale per cui la gente entra è una sosta al Café: l’ultima sala in fondo. All’ingresso ti fermano se al bar c’è troppa gente, allora puoi curiosare tra i capi di abbigliamento esposti fino a quando non ricevi il via libera.

Il bar è lo spazio dove si vede di più la mano dello studio di architettura Bonetti-Kozerski, con un accurato lavoro di ricerca degli elementi di arredo: «Jolie voleva assolutamente che i pezzi di arredamento fossero usati, per dare l’impressione che fossero lì da sempre» racconta sempre Enrico Bonetti. «Abbiamo cercato ovunque da New York alla California, sempre in contatto con Angelina Jolie che era impegnata a Parigi con il film sulla Callas: uno scambio fitto di email da un lato all’altro dell’oceano per avere l’ok su ogni piccolo particolare. Un lavoro non sempre facile».

Per la gestione del bar Angelina Jolie si è affidata all’organizzazione di Eat Offbeat che riunisce cuochi rifugiati a New York e richiedenti asilo, impegnati a celebrare e far conoscere le ricette dei loro Paesi di origine sotto la guida di Juan Suarez De Lezo, chef di origine spagnola che ha in curriculum presenze in alcune delle cucine più stellate del mondo, da elBulli, a Mugaritz fino a Eleven Madison Park.

Eat Offbeat ha due spazi in città, al Chelsea Market e su Madison Avenue con cinquantasettesima; organizzano corsi, eventi, catering, sul sito c’è un e-commerce di prodotti e hanno pubblicato anche un libro, “The Kitchen without Borders”.

Il menu prevede una piccola scelta di snack salati e dolci come una zuppa, un’insalata, la torta all’arancia e baklava alle noci. Tutti firmati dalla chef siriana di Aleppo Rala Ziadeh. Alle quattro del pomeriggio era rimasto poco, soprattutto era finita la cioccolata calda venezuelana con anice stellato e cannella che sembrerebbe super golosa.

Con un po’ di fortuna non è escluso di poter incontrare Angelina Jolie, come ci ha raccontato la ragazza dello staff che ci ha fatto da guida.

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter