Gente comuneIl fondotinta inclusivo e il destino dell’Occidente satollo

L’indignazione dei privilegiati che si sentono Mimì Metallurgico nei confronti dell’azienda che non produce il colore “dark skinned”, e la gogna per la vera vittima costretta a lavori umili

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Nel 1980 Robert Redford, complessato come tutti i bellocci d’essere considerato solo decorativo, esordisce alla regia con una storia di ricchi con figlio morto, altro figlio in reparto psichiatrico, tutta l’antologia delle disgrazie possibili. La intitola non “Anche i ricchi piangono”, ma “Ordinary People”. Vince una sleppa di Oscar ed esce in Italia col titolo “Gente comune”.

Finito il Novecento e con esso la consapevolezza di classe, finito il Novecento e risolti i problemi veri, siamo passati ai problemi immaginari, e più immaginario di uno degli scandalucci da un quarto d’ora della settimana scorsa io non ne avevo mai visti.

Una ragazza italiana di quelle determinate a diventare famose su Instagram accende la telecamera del telefono e, poiché ha la pelle scura e non ha trovato in una certa marca un fondotinta della giusta tonalità, fa un monologo di cinque minuti sulle discriminazioni. Una specie di rifacimento di “Mimì Metallurgico” in cui il grave sopruso che la società attua sui deboli è: non tutte le marche di fondotinta producono tutte le sfumature della razza umana.

È un grande tema del presente, la convinzione dell’occidente satollo che tutto ciò che non corrisponde perfettamente alla tua persona e ai tuoi desideri vada pubblicamente stigmatizzato: se la sala cinematografica non accoglie il neonato, non sei tu che sei imbecille a portare il neonato a vedere Pieraccioni, è il cinema che non è «inclusivo» – la mia preferita tra le parole che non significano niente ma che fanno percepire moderno chi le usa.

Torniamo agli esclusivi fondotinta. Ragazze anche loro determinate a diventare famose su Instagram – ma bianche – corrono a posizionarsi dalla parte dei buoni, che in questo caso – delirante ma ordinario, in un’epoca in cui esistono solo scandali deliranti – è quella di chi pensa che sia sulle sfumature di fondotinta che bisogna concentrarsi, per migliorare una società in cui i neri o sono campioni sportivi multimilionari o sono fattorini di Glovo. È il fondotinta che ci emanciperà.

(Questo è il punto in cui in genere rispondono che le priorità sono un falso problema, possiamo occuparci di tutto, degli stipendi bassi e dei fondotinta scarsi, dei neonati sotto le bombe e dei neonati al cinema, dell’eutanasia e del boicottaggio dei rigatoni. Solo che non è vero: le risorse – tutte, quelle economiche e quelle d’attenzione – sono una quantità finita. Non possiamo né vogliamo né sappiamo occuparci di tutto).

Il punto ovviamente non è il fondotinta, e la definizione di «discriminazione» che ormai viene usata completamente a casaccio, da tutti: da quelle cui chiedono di spostare le carrozzine dei pupi alla conferenza di Galimberti (questi neonati hanno una vita culturale più attiva della mia e della vostra); e tra un po’ anche da me che non trovo la taglia della gonna di Prada che volevo: come se ci potessimo permettere di slabbrare la parola e non trovarla più funzionante quando ci serve davvero, come non esistessero le vere discriminazioni.

Il punto non è neanche Instagram, e il suo mondo parallelo in cui s’è deciso che «di colore» è offensivo e bisogna dire «dark skinned», una locuzione che non è mai stata usata da alcun anglofono nella storia del mondo, così come nessun anglofono ha mai chiamato «smoking» l’abito da sera maschile o «smartworking» il lavoro da casa: siamo analfabeti in così tante lingue che ne inventiamo di inesistenti, per capirci ancora meno.

Nel 1982 Paul Young incide una canzone che già esisteva ma che fin lì noialtre ragazzine non ci eravamo filate, e che l’anno successivo diventa un grande successo. I primi versi dicono: Vivere di pasti gratuiti, nel latte l’acqua che sgocciola dal buco nel tetto, che ci puoi fare?

“Love of the common people” pratica la riappropriazione di classe del concetto di «gente comune», rispetto a Redford, ma tutto questo noialtre che la cantiamo alle scuole medie non lo sappiamo.

Quarantaquattro anni più tardi, lo scandalo su cui si basano il video della ragazza e i deliri a discendere si appiglia ai commenti sulla pagina nel marchio di cosmesi. Dove, determinate a posizionarsi coi buoni, sono andate a chiedere come mai non ci sia il mio colore, proprio il mio. La mia preferita ha chiesto non solo come mai non ci siano i fondotinta per le «dark skinned», ma anche per le albine.

Per le albine. Io ogni tanto penso che Monicelli si sia buttato dalla finestra perché aveva visto il futuro. Un futuro in cui la gravissima discriminazione del mancato fondotinta per le albine superasse in corsia d’emergenza qualunque idea si potesse far venire un commediografo.

A un certo punto accade questo. Che qualcuno del servizio clienti risponde a una di queste invasate, e risponde non dicendo la verità. La verità è che, poiché non vendi nelle profumerie di Londra ma in quelle di Vicenza, i fondotinta neri non li produci perché se li produci ne vendi tre, e siccome non ne puoi produrre tre significa che te ne restano migliaia sul groppone, e gli invenduti per un’azienda sono un problema, per il passivo di bilancio sono un problema, per il mondo reale sono un problema.

La verità è indicibile perché ti risponderebbero che la sensibilità della ragazza nera che esige che proprio quella marca lì faccia il fondotinta proprio per lei vale più dei profitti che permettono a un’azienda di esistere e impiegare gente: il capitalismo è insensibile, il pareggio di bilancio è il nemico di classe. D’altra parte costoro credono che il fondotinta sia un bene primario, e che all’abolizione del capitalismo seguirà il fondotinta passato dalla mutua, in duecentosettantacinque sfumature personalizzate.

La verità è indicibile perché alla verità, per essere letta e capita, serve che chi la leggerà sia consapevole della realtà fatta di aziende e commercio e profitti e posti di lavoro, non solo di quella di filtri, cuoricini, indignazione, parole inventate, engagement all’inglese confuso con l’engagement alla francese (questa su Instagram non la capiscono).

Quindi questa persona, che nella vita non scinde l’atomo ma risponde ai commenti sull’account Instagram d’una ditta di cosmetici, forse il lavoro meno qualificato che si possa avere in questo secolo (e tuttavia c’è stato un tempo in cui a sinistra ci si preoccupava di tutelare chi faceva i lavori umili), questa persona risponde con quel che le sembra un compromesso diplomatico.

Scrive che le tinte (tra di loro le chiamano «shade», perché come già detto sono analfabeti in tutte le lingue del mondo) sono poche perché è un prodotto per «persone comuni». Intende: non per i truccatori professionisti bisognosi proprio d’ogni sfumatura esistente.

Quando capisce che quello, «persone comuni», è il gancio cui s’attaccheranno per percepirsi Mimì metallurgico, cancella il commento, con le conseguenze che chiunque conosca la letteratura sugli schianti dell’internet immagina: screenshot accusatori, imputazioni di viltà, disinvolto uso della parola «razzismo» (ormai slabbrata anch’essa: si vede che non serviva averne cura). Persino l’accusa di tradimento di quella trovatina lessicale senza senso: non siete inclusivi, puntesclamativo.

E adesso, dopo averci detto che non sono persone comuni, non vi azzardate a far uscire dei fondotinta più scuri in ritardo, le nostre sorelle nere non possono venire dopo, arringano le metallurgiche che ci possiamo permettere, che vivono in una terza elementare permanente in cui per tutta la vita ti offendi tantissimo se ti danno la merenda quando il compagno di banco sta già mangiando la sua.

Nessuno, ma neanche mezza persona tra centinaia di commenti, si preoccupa di chi ha scritto «persone comuni», della vera vittima che dubito sulla busta paga di questo mese troverà un premio produzione. A nessuno viene il sospetto che il soggetto debole non sia la ragazza nera abbastanza privilegiata da non dover fare lavori umili, da accendere la telecamera del telefono e offrire la consulenza della sua associazione perché i fondotinta non siano mai più razzisti (che buona causa sarebbe, se non ci fosse da fatturare).

A nessuno viene il dubbio che quella da tutelare e per cui preoccuparsi sia la lavoratrice che non è abbastanza studiosa delle isterie dell’internet da aver previsto che «persone comuni» le sarebbe costato quanto una bestemmia in diretta. Una che – beata o povera lei – non si era ancora accorta che, nel delirio analfabeta chiamato «diversità e inclusione», sono state abolite le parole che significano «rappresentativo della media».

Non puoi più dire che la cliente bianca, in una società in cui il commercio è fondato sulla clientela bianca, è normale o comune. Nella schizofrenia dei desideri satolli, ci percepiamo speciali ma contemporaneamente pretendiamo d’essere la common people con l’acqua che cola dal soffitto: anche chi non lo è, specialmente chi non lo è.

Dev’essere bellissimo vivere in un mondo in cui i problemi veri non esistono, in cui il razzismo vero è un così remoto ricordo ormai così radicalmente risolto che ci si può concentrare sul trauma immaginario del fondotinta che va comprato d’altra marca, in cui la gente comune forse è un insulto o forse un vantaggio ma nel dubbio m’offendo. Quasi quasi prendo la residenza su Instagram anch’io.