Alto mareIl governo Meloni traccheggia sulla Bolkestein (e a pagare saranno i contribuenti)

Palazzo Chigi sostiene che i criteri tecnici per determinare la scarsità delle spiagge non sono ancora definitivi, sperando che la Commissione europea non proceda con la procedura di infrazione per la mancata attuazione della direttiva. Ma così sta esponendo gli imprenditori balneari italiani al rischio di multe e gli enti locali a potenziali contenziosi

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Nell’ultimo giorno utile, il governo Meloni ha replicato alla lettera di messa in mora della Commissione europea sull’annosa questione delle concessioni balneari. Palazzo Berlaymont aveva infatti sollevato diversi dubbi rispetto alla veridicità di quel trentatré percento di spiagge occupate emerso dalla mappatura del tavolo tecnico istituito da Palazzo Chigi. La questione è ormai nota: l’Italia mira a dimostrare che la risorsa spiaggia non è scarsa facendo venir meno, in questo modo, uno dei presupposti principali per l’applicazione della direttiva. Nella replica alla Commissione, il Governo sostiene che il giudizio espresso dai tecnici Ue sulla mappatura è limitato perché basato solo su una parte dell’apparato documentale e conoscitivo esaminati. Mancano alcuni elementi che non sono stati inviati a Bruxelles e il compito del tavolo verrà esaurito solo una volta che verranno definiti i criteri tecnici per determinare la scarsità. Parafrasando: la Commissione non può ancora esprimersi oggettivamente perché la percentuale individuata è solo preliminare, tiene conto di elementi parziali ed è inoltre basata su criteri tecnici generali e non definitivi. Il dato potrebbe quindi essere ben diverso.

Da quanto si evince dalla risposta italiana, per completare la mappatura in maniera puntuale non sono stati sufficienti gli oltre otto mesi trascorsi dall’istituzione del tavolo tecnico. Per questo il Governo ha chiesto alla Commissione europea un’ulteriore proroga di quattro mesi per concludere un primo confronto con la conferenza unificata e sottoporre a Bruxelles i risultati dell’attività istruttoria. Solo dopo questi passaggi si potrà poi procedere all’adozione dei provvedimenti normativi di riordino del settore. Palazzo Chigi vuole quindi dare continuità alla strategia individuata ormai un anno e mezzo fa: procrastinare. Questa volta però c’è anche un orizzonte temporale ben definito che sposterà eventuali provvedimenti, ça va sans dire, a dopo le europee. 

Durante la conferenza stampa di fine anno Meloni ha detto che per prima volta è stato fatto un lavoro serio di mappatura delle coste italiane. Questa affermazione non è del tutto vera visto che le mappature vengono fatte già da diversi anni da Legambiente e non solo. Inoltre, come sottolineato nella stessa lettera di Palazzo Chigi, allo stato attuale i dati emersi sono limitati e approssimativi. La Presidente del Consiglio ha poi stressato il fatto che il lavoro del tavolo tecnico sarà fondamentale per mettere ordine nella giungla di interventi susseguitisi in questi anni e darà certezza a operatori ed enti locali. Il tutto, ovviamente, «dopo un confronto con la Commissione europea». Proprio questa sembra la parte più controversa: le interlocuzioni con Bruxelles di fatto ci sono già state e Palazzo Berlaymont ha espresso molto chiaramente la propria linea sulla mappatura. Ed è per questo che la risposta del Governo è sembrata un po’ raffazzonata, con il solo evidente obiettivo di continuare a prendere tempo rimandando la decisione a dopo la scadenza elettorale.

Le conseguenze di questo immobilismo ricadono, in primis, sugli imprenditori che ormai da anni si trovano nell’impossibilità di fare investimenti a causa di un orizzonte temporale limitatissimo. Ma anche gli stessi Enti locali che nell’ultimo periodo hanno dovuto fare i conti con il vuoto normativo lasciato dall’esecutivo si sono trovati in grossa difficoltà. Le amministrazioni comunali hanno provato a metterci una ‘pezza’ fino a fine 2024 avvalendosi dell’anno di slittamento per oggettive difficoltà previsto dalla legge 118/2022 del Governo Draghi. Qualche Comune proverà a sfruttare questi mesi per predisporre un sistema di gare, nella consapevolezza che senza una legge quadro nazionale il lavoro potrebbe essere vanificato.

Ne ha parlato a Linkiesta Roberta Frisoni, Assessora al demanio del Comune di Rimini, la prima destinazione balneare d’ Italia: «Rimini ha approvato un atto di indirizzo per prorogare la validità delle concessioni per la stagione 2024 e dato mandato agli uffici preposti di preparare i bandi per la riassegnazione dei titoli tramite gare pubbliche. Si tratta di ben 470 concessioni raggruppate per tipologia: stabilimenti turistico-balneari, associazioni sportive/dilettantistiche, eccetera. D’altra parte, aldilà degli annunci, il Governo non ha emanato atti normativi e noi non potevamo rimanere inerti. I Comuni sono stati lasciati soli e si sono dovuti muovere in autonomia per dare delle certezze almeno per il 2024. Il rischio è che si crei un patchwork legislativo difficile da gestire e purtroppo sappiamo che queste circostanze genereranno tanti contenziosi. È una situazione impensabile, non è possibile che il Governo non abbia fornito un quadro normativo del settore lasciando i Comuni ad affrontare singolarmente questa partita. Ma tant’è». 

Una soluzione si sarebbe dovuta trovare entro fine 2023, ora potrebbe essere già tardi. Non decidendo, Palazzo Chigi ha fatto delle scelte politiche ben precise: ha scelto, con la procedura d’infrazione in corso, di rischiare di far pagare ai contribuenti italiani l’ennesima multa salata. E ha anche scelto di abbandonare gli Enti locali al proprio destino, esponendoli a un numero altissimo di potenziali contenziosi. Il tutto nella piena consapevolezza di stare solo spostando avanti nel tempo una decisione che sarà inevitabile. Non potrebbe essere altrimenti, a Bruxelles lo hanno detto in tutte le salse.