Non è successo nienteLa colpevole indifferenza del governo per gli incendi della Sicilia

Cinque morti, centocinquanta milioni di euro di danni calcolati, la scorsa estate le fiamme hanno fatto danni enormi sull’isola, ma Meloni e la sua squadra non lo ritengono sufficiente a certificare lo «stato di calamità» e mandare aiuti

Lapresse

Potrebbero andare a Cefalù, magari nel maneggio dove una donna è morta intossicata mentre cercava di salvare i suoi cavalli. O dall’altra parte della Sicilia, a Cinisi, dove un uomo è morto in attesa di un’ambulanza che non arrivava perché l’autostrada era chiusa per le fiamme. Potrebbero andare tra le Riserve naturali distrutte dagli incendi, i boschi anneriti, al parco archeologico di Segesta, ridotto in cenere. E in ognuno di questi posti mettere un cartello: «Qui non è successo niente».

Perché, effettivamente, per il governo Meloni, in Sicilia questa estate niente è successo. Cinque morti, centocinquanta milioni di euro di danni calcolati, le immagini delle fiamme intorno ai villaggi turistici e ai siti archeologici che hanno fatto il giro del mondo non bastano per certificare lo «stato di calamità» nell’isola e dare il via all’aiuto da parte dello Stato.

È l’ultimo fronte dello scontro Roma-Palermo, una nuova puntata dopo la beffa dei finanziamenti del Ponte sullo Stretto – in sintesi: tra un annuncio e l’altro, si scopre che il governo decide di finanziare l’opera sottraendo le risorse per le infrastrutture destinate alla Sicilia. Adesso il governo non riconosce lo stato di calamità alla Sicilia per i devastanti incendi di quest’anno. Con un particolare ancora più beffardo (che fa capire, ancora una volta, quanto la partita interna al centrodestra sia politica e fratricida, sulla pelle dei siciliani): il ministro della Protezione Civile è infatti quel Nello Musumeci che è stato proprio il predecessore dell’attuale presidente, Renato Schifani, alla guida della Sicilia. Che tra i due non corra buon sangue è noto. Schifani è stato candidato alla guida della Regione Siciliana proprio perché il centrodestra isolano cercava un’alternativa autorevole e istituzionale per dare il benservito all’uscente Musumeci, al quale fu offerto il premio di consolazione di un posto sicuro per sé e per i suoi fedelissimi in Parlamento e un ministero.

All’inizio il dicastero era, pomposamente, il «Ministero del mare». Roba che neanche l’ammiraglio Nelson. Poi, via via, tutte le deleghe furono levate e a Musumeci, ed è rimasta la sola delega della Protezione Civile. Un anno tra nubifragi, frane e disgrazie varie, con la vendetta da servire fredda dopo l’estate più calda che la Sicilia ricordi: non ci saranno i soldi per gli i danni degli incendi. Perché? La documentazione arrivata dalla Regione è incompleta.

La nota è arrivata in sordina, tra Capodanno e l’Epifania. Niente stato di emergenza nazionale. Niente ristori per case, attività produttive, infrastrutture danneggiate. «Sulla base della documentazione fornita e degli esiti dei sopralluoghi tecnici – scrive il capo della Protezione civile nazionale, Fabrizio Curcio – pur riscontrando numerose situazioni di disagio, prevalentemente temporanee, e di puntuali danneggiamenti, si è valutato che gli eventi non siano stati tali da giustificare l’adozione di misure che trascendono le capacità operative e finanziarie degli enti competenti in via ordinaria».

Il ministro Musumeci mette le mani avanti: «È una valutazione tecnica, non politica». Ma è chiaro a tutti che si tratta dell’ennesima polpetta avvelenata di uno scontro che va avanti da tempo. La reazione dell’isola è stata affidata dapprima al capo della Protezione Civile regionale, Salvo Cocina: «È una decisione ingiusta – scrive –, basata su formalismi, la documentazione fornita è molto più sostanziosa rispetto al 2021 quando l’Isola, assieme ad altre Regioni, chiese e ottenne i ristori per gli incendi». La tesi del complotto è alimentata dalle date: la prima richiesta di risarcimento della Regione è infatti del 28 Luglio, dopo la prima ondata devastante di incendi.

Questa richiesta è stata poi integrata via via che la Sicilia continuava a bruciare, ad agosto e a settembre, con le ordinanze di sgombero degli immobili danneggiati e il conto dei danni nei vari Comuni. Per il dipartimento della Protezione Civile però è troppo poco per concedere lo stato di crisi. Cocina, nella sua controrelazione, non la pensa così: «Gli scenari di fiamme altissime, le devastazioni alle case e ai capannoni, alle coltivazioni e all’ambiente, le centinaia di auto incendiate e, purtroppo, le vittime sono state ampiamente documentate dai media con immagini forti e servizi eloquenti». Immagini e servizi che sembrano non bastare al governo Meloni.

È chiaro che la partita è politica. Ed è la nuova tornata di uno scontro che va avanti da tempo, tutto interno al centrodestra: dal Ponte sullo Stretto, alle nomine dei manager sulla sanità, fino alla nomina del commissario per la depurazione.

Schifani si sente preso dai turchi, e non a torto. Si ripete un copione già visto: il presidente della Regione che vola a Roma, incontra i ministri (su tutti, Matteo Salvini e Raffaele Fitto) parla con il suo fedele alleato Ignazio La Russa, ottiene garanzie e pacche sulle spalle. Poi torna a Palermo e scopre di essere stato tradito. Solo che Schifani è permaloso già di suo, ed è uno che le stanze della politica che le conosce bene – è stato, ricordiamolo, anche presidente del Senato – e quindi non si limita a incassare, ma reagisce.

La sua mossa, nel caso specifico, è durissima: «Uno Stato – tuona – che nega ai cittadini il risarcimento di un danno di pubblico dominio, subito per colpe o eventi altrui, e lo fa sulla base di cavilli procedurali non applicati prima, non è lo Stato in cui mi riconosco». Schifani, pertanto, convoca la sua maggioranza per mettere tutti davanti alle proprie responsabilità, anche i compagni di partito di Musumeci: «Assicuro i siciliani danneggiati dagli incendi estivi che se lo Stato centrale li vorrà abbandonare, non lo farà la Regione da me guidata».

La reazione agita Fratelli d’Italia, preoccupata da possibili ricadute elettorali, i pompieri (è il caso di dirlo) si mettono al lavoro, e il ministro Nello Musumeci, annuncia un incontro per mercoledì per cercare una via d’uscita. Però insiste: «Il rigore delle norme della Protezione Civile e la carenza della documentazione della Regione Siciliana ci mettono in difficoltà».

A ben guardare, infatti, c’è davvero un problema tecnico: molti Comuni non hanno messo nero su bianco i danni subiti, non hanno prodotto documentazione. E nelle carte della Regione ci sono molte carenze. Vero è, ad esempio, che la prima documentazione risale a luglio, ma dalla Protezione Civile osservano che già ad agosto fu segnalata che quella documentazione era carente. E a guardare le carte ci sono errori macroscopici. Ad esempio, notano gli uffici ministeriali: «I Comuni in cui si sono verificati danni, citati nella relazione, non coincidono con quelli enumerati nella richiesta di stato di calamità». I casi di sgombero «sono limitati a pochi nuclei familiari» e ancora «non sono stati mostrati lavori realizzati per la pubblica incolumità».

Nel mezzo, ci sono però i siciliani, soprattutto quelli che hanno subito danni, che in questo pasticcio politico-burocratico rischiano di non avere diritto ad alcun risarcimento. La stima, dicevamo, è di centocinquanta milioni di euro. La Regione aveva inserito la misera quota di trecentomila euro, che sono diventate, nella Finanziaria in approvazione in queste ore, 2,7 milioni. Sempre troppo poco. Regione e governo litigano, i cittadini aspettano, e va a finire che metteranno davvero quel cartello: «Non è successo niente». Arrangiatevi.

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