
Il rapporto con l’Occidente – con chi continua a “depredare” l’Africa di materie prime, riempiendola in cambio di “spazzatura” e mantenendola ai margini della storia – è uno dei temi cardine del suo lavoro. Il rifiuto reinventato, protagonista di tutte le opere, è per Takadiwa la metafora stessa e il simbolo di questa resilienza africana, della rinascita –sempre agognata e mai veramente realizzata –, in seguito all’indipendenza dello Zimbabwe, ottenuta nel 1980 dalla Gran Bretagna.
Dopo alcune mostre nelle principali istituzioni dello Zimbabwe, il successo internazionale è arrivato in Europa grazie alle grandi esposizioni: da Nous sommes tous des lichens presso il Musée d’art contemporain de la Haute di Vienne, a This is Not Africa: Unlearn What You Have Learned presso il Museo ARoS in Danimarca a Chinafrika. Under construction presso il Museum for Contemporary Art di Lipsia.
In una lunga intervista, l’artista ci racconta il senso della sua ricerca, che mette in luce le contraddizioni della nostra società e dell’arte, ancora a trazione prevalentemente occidentale. Ne emerge un punto di vista alternativo e innovativo per riflettere su temi quanto mai attuali quali sostenibilità, pregiudizio e sfruttamento in ogni campo.
Come e perché si diventa artisti in Africa?
Sentivo che l’arte era l’unica cosa che mi dava voce e da giovane adolescente ero già legato ad essa; ero convinto che avrei potuto seguire quella strada. Ho studiato al Harare Polytechnic College in Zimbabwe dal 2006 al 2008, dopo aver passato una selezione grazie ad alcuni disegni che avevo realizzato e conservato per molti anni. Purtroppo, la situazione socioeconomica del mio paese non mi ha permesso di completare gli studi. Il politecnico resta comunque il mio primo approccio formale all’arte: prima avevo solo una passione soprattutto per il disegno e la ceramica.
Cos’ha pensato la sua famiglia di una scelta non facile di diventare un artista?
Vengo da una famiglia molto modesta, che viveva in una piccola città lontana dalle gallerie d’arte e dalle attività creative istituzionali. Ciononostante, la mia passione e l’amore per l’arte sono state una convinzione sufficiente per la mia famiglia, che alla fine mi ha supportato enormemente – quasi ciecamente – trasmettendomi sempre tanta speranza e fiducia.
Qual è il tuo legame con il tuo paese d’origine, dove continui a vivere nonostante il successo internazionale che ti permetterebbe di vivere ovunque?
È molto forte. Il mio lavoro si basa sulla vita quotidiana delle persone dello Zimbabwe. Non solo: lo stesso processo creativo in studio si è consolidato dando vita a una sorta di pratica e gesto comunitario, che parte e vive del coinvolgimento di molte persone. Questo funziona bene a Mbare, dove ho voluto aprire strategicamente il mio studio. Si tratta di un’area vicino a una zona industriale periferica dove i rifiuti sono molti, il che è alla base del mio lavoro.
Come sei arrivato a questo riutilizzo dei materiali di scarto, non solo industriale?
Di necessità virtù. Ho iniziato a utilizzare oggetti abbandonati quando ero ancora studente di arte al Harare Polytechnic College: a causa delle difficoltà economiche di quel periodo, come molti altri studenti, non potevo permettermi di utilizzare i tradizionali materiali artistici e ho finito per trovare materiali alternativi per i lavori che dovevo preparare per il College. Successivamente ho sviluppato un vocabolario attraverso questi materiali.

Cosa racconti quindi ora con questi rifiuti trasformati in arte?
Il mio lavoro serve a innescare diverse conversazioni e preoccupazioni legate alle tematiche dell’ecologia, dell’ambiente e di argomenti caldi come i residui del colonialismo in Africa e su come vengano ancora perpetuati dai governi africani. La maggior parte dei governi africani, attraverso il trasferimento del potere dall’ex amministrazione coloniale, ha infatti ereditato anche il sistema oppressivo e soprattutto manca ancora una reale indipendenza economica. Le lotte quotidiane e i postumi coloniali possono essere facilmente individuati nella spazzatura e nei rifiuti come prova della nostra cultura quotidiana. Il mio lavoro consiste solitamente in un insieme di oggetti di uso comune assemblati per porre domande scomode sulla nostra economia di patchwork e sulla lotta della maggior parte dei governi africani per mantenere anche i resti dei governi e delle infrastrutture coloniali.

Il tuo collezionismo è fatto di tratti occidentali, quel mondo che “critichi” per il colonialismo e lo sfruttamento dell’Africa: come vivi questa ambivalenza?
Come giovane africano, credo che la produzione di conoscenza non sia limitata a una specifica area geografica: un lavoro critico e di qualità può provenire da qualsiasi luogo e gli africani sono potenziali consumatori di prodotti creativi allo stesso modo. Certamente il collezionismo “occidentale” apprezza molto il mio lavoro e anche questo fa parte del mio modo di concepire l’arte, come espressione non solo personale, ma fonte di riflessione sociale oltre che visiva.
Mi piace pensare che il mio lavoro possa contribuire a interrompere il flusso e il rapporto “unilaterale” di potere e merci tra Africa e Occidente. L’Occidente è ancora in una posizione di privilegio e superiorità, quindi è visto come il “distributore”, mentre l’Africa è ancora sempre il destinatario di qualsiasi cosa. Il mio lavoro capovolge questo paradigma e l’Africa diventa per una volta la creatrice di conoscenza. In fondo le mie opere sono una sintesi anche dell’Africa. Fa riflettere che l’ex colonizzatore diventa il destinatario del lavoro: compra un’opera che in realtà consiste in rifiuti raccolti dall’Africa o scarti di ciò che è prodotto per l’occidente.

Il tuo lavoro però non è un semplice ready-made e il rifiuto è spesso reinterpretato da una tecnica quasi tessile, fatta di intrecci e nodi, che richiama fortemente l’arte tradizionale africana, sbaglio?
La tessitura delle tappezzerie e delle ceste fa parte di molte culture africane e il mio lavoro è molto influenzato da queste eredità culturali non solo come processo di fabbricazione e metodo di unire le cose, ma anche come un linguaggio denso ancora da decifrare. Il lavoro sfida deliberatamente l’estetica occidentale e la comprensione dell’arte, ma offre anche un’alternativa. Di nuovo, un punto di vista dall’Africa a tutto il mondo.
Il tuo lavoro si può definire una sintesi tra arte africana e maestri dell’arte contemporanea “occidentale”, che citi esplicitamente nel tuo lavoro. Cosa pensi della relazione tra arte africana e i maestri “occidentali” del passato?
La storia dell’arte era intenzionalmente esclusiva dell’Africa e ha creato una storia unilaterale, ciò rende problematica la questione dei grandi maestri europei. Tuttavia, l’attuale ambiente dell’arte africana contemporanea è pieno di speranza e porta venti positivi, creando un pubblico per una storia alternativa. C’è un pericolo globale nel fatto che l’Europa controlli e determini tutta la narrazione della vita culturale, politica ed economica del pianeta. Ciò premesso, nutro molto rispetto per i grandi maestri europei e per il loro contributo: tutto il passato è parte della nostra vita e dell’arte. Anche la direzione dei materiali trovati che utilizzo oggi è innegabile sia influenzata dai dadaisti come Marcel Duchamp, per non parlare di Picasso, che a sua volta aveva portato nell’arte europea le maschere africane.

Entrando più nello specifico sul tuo lavoro, ci racconti come nasce? Ho l’impressione che il disegno sia una parte centrale, sbaglio?
La questione del disegno per me è cruciale, ma è come il dilemma dell’uovo e della gallina: quale è venuto prima? Non ho una ricetta fissa e prestabilita che si ripete: faccio molta ricerca e pongo domande alle persone della mia comunità. Nel mio studio disegno molto a terra con gessi e cerco di avere forme a grandezza naturale, ma a volte cerco materiali con disegni già pronti. In entrambi i casi vedere materiali porta sempre idee e argomenti di ricerca nella mia testa. Quindi la materia prima – ovvero lo scarto di qualcun altro –, influenza il lavoro stesso, come lo influenza anche chi lavora nella mia squadra.
Il tuo è un lavoro comunitario anche nella fase di realizzazione: ce lo spieghi meglio?
Lavoro con un team nello studio che mi aiuta con la pulizia dei materiali, le preparazioni e la realizzazione delle opere, ma i miei processi di solito iniziano con il primo gruppo di persone, al di fuori dello studio, che cercano i materiali principalmente nei campi aperti di Harare. Alcuni di loro erano senzatetto e sopravvivevano raccogliendo plastica e avanzi per rivenderli. I miei processi di lavoro non partono dall’interno dello studio, ma si diffondono tra molte mani. Molte volte ci sono persone che mi portano materiali che hanno trovato e mi chiedono di incorporarli nei miei lavori. Poi con alcuni arriviamo anche a sperimentare nuovi modi o modi migliori di lavaggio o “tessitura” dei rifiuti. Quindi il dialogo, il confronto e l’aiuto reciproco sono sicuramente parte di quello che racconto con coraggio e orgoglio.

Ci racconti l’opera “Mr Consumer” attualmente esposta presso Kunstuhal KAdE? Mi sembra che sia una sintesi della tua ricerca artistica.
L’opera fa parte della collezione Schulting ed è vero che a oggi è forse quella che mi rappresenta più. L’abbiamo realizzata principalmente con tappi di bottiglie di un detergente per piatti molto utilizzato nell’Africa meridionale. Ovviamente erano scarti, non tappi nuovi presi appositamente per l’opera. “Mr Consumer” parla dell’accumulo e dell’avidità ereditata dai governi africani dall’amministrazione coloniale precedente. I prodotti di uso quotidiano come il sapone per piatti sono infatti spesso considerati un lusso dalle persone delle fattorie in cui sono cresciuto. Perciò utilizzo sempre questa aneddotica nel mio lavoro: le classi e le divisioni sono basate su prodotti e marchi veri, reali, tangibili. Anche a causa dell’Occidente, l’Africa oggi lotta contro la corruzione e l’avidità di chi comanda non per l’amore della gente, ma per le proprie tasche.
