WashokuA Tokyo alla mostra che celebra il cibo giapponese

Da dieci anni la cucina tradizionale nipponica è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. E in patria un’esposizione in occasione dell’anniversario racconta tutti gli aspetti di una cultura alimentare dalle molte sfumature

Foto di Kassandre Pedro su Peuls

Non è semplicemente la cucina giapponese. «Washoku è una pratica sociale basata su un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni relative alla produzione, lavorazione, preparazione e consumo di cibo. È associato a un essenziale spirito di rispetto per la natura che è strettamente correlato all’uso sostenibile delle risorse naturali». Così si legge nelle motivazioni in base alle quali l’Unesco ha dichiarato questo insieme di cultura e sapori patrimonio immateriale dell’umanità.

La parola washoku può essere tradotta con “cibo giapponese”, ma il suo significato è in realtà molto più ampio, e tocca aspetti che vanno oltre il semplice atto del nutrirsi, sfiorando la spiritualità e la religione, le ritualità, l’estetica e molto altro. L’armonia racchiusa nel washoku è, secondo alcuni, la radice della longevità giapponese. Insomma, un concetto talmente vasto e articolato da meritare, in questi giorni, una mostra che celebra i dieci anni della sua inclusione tra i patrimoni Unesco.

A Tokyo, fino al 25 febbraio, il National Museum of Nature and Science ospita la mostra “Washoku: Nature and Culture in Japanese Cuisine”. L’esposizione è volta a rappresentare, attraverso un’ampia vetrina di reperti, un concetto di cucina che è sempre più oggetto di attenzione da tutto il mondo.

Nelle diverse sale si possono scoprire gli ingredienti che la natura giapponese regala e che sono la base della cucina di questo Paese: ortaggi (emblematica la serie di repliche di radici tipiche delle diverse regioni), funghi, erbe e piante selvatiche, frutti di mare, pesci, alghe. Si incontrano le tecniche di cucina, in particolare per quanto riguarda i brodi e le fermentazioni che tanta parte hanno nella costruzione del gusto tipico giapponese: si danno spiegazioni sui processi di produzione di sake, soia e miso e si delineano le differenze nei prodotti finali a seconda dei metodi di produzione utilizzati. Si viaggia nel tempo attraverso la storia del washoku, iniziato circa quindicimila anni fa in quell’era preistorica che in Giappone si chiama Jomon. Non manca uno sguardo al futuro del cibo giapponese.

La prospettiva offerta dalla mostra è dichiaratamente scientifica, e prende le mosse dalla grande biodiversità dell’arcipelago giapponese, che vanta tremila tipi di funghi e cento tipi di verdure commestibili in natura e più di 4.700 tipi di pesce, oltre a 1.500 varietà di alghe, di cui la kombu è solo la più famosa.

Ma contiene anche un’esortazione per i Giapponesi stessi a rivalutare la propria cultura alimentare: se nel mondo infatti il washoku è conosciuto per i suoi benefici effetti sulla salute, in patria i pasti sono sempre più occidentalizzati, con un consumo di pane e di altri ingredienti estranei a questa cultura sempre più ampio.

Il decimo anniversario dell’iscrizione all’Unesco è un’occasione per far conoscere al mondo le pieghe di una tradizione millenaria, e per riportare una maggiore attenzione alle tradizioni nello stesso Giappone. Quando parliamo di washoku infatti non ci riferiamo solo al sushi, celebrato e forse abusato a tutte le latitudini, ma a un insieme di piatti preparati con riso e pesce, ovviamente, ma anche con verdure, legumi, erbe, pasta, tofu; il sushi e il sashimi sono presenti, ma accanto a ramen e udon, soba e yakitori, in un elenco in cui compaiono zuppe e preparazioni grigliate, ma anche dolci e bevande (la cerimonia del tè è fondamentale in questo contesto).

Il tema è sicuramente complesso, e anche in Italia, negli anni, sono state dedicate esposizioni alla cultura alimentare giapponese, a Roma come a Torino. E in questi giorni a Genova una mostra celebra la cucina giapponese da una particolare angolazione, quella dei cartoni animati, che tanto hanno contribuito a far entrare i sapori e la cultura nipponica nelle nostre case: fino al 28 gennaio 2024 Palazzo della Meridiana ospita la mostra “Itadakimasu. Piccole storie nascoste nella cucina degli anime”, ideata e prodotta da Vertigo Syndrome.

@Itadakimasu. Piccole storie nascoste nella cucina degli anime, Genova

È attraverso i capolavori del cinema d’animazione firmati da maestri come Hayao Miyazaki, Eiichiro Oda e Masashi Kishimoto che pietanze come il ramen, gli onigiri e i bentō hanno conquistato l’Occidente. Il nome della mostra deve essere pronunciato dai visitatori che si accingono ad esplorare questo mondo attraverso le riproduzioni a grandezza naturale: la formula rituale itadakimasu non è solo un ringraziamento ma un’espressione di gratitudine e riconoscenza verso il cibo e la sua linfa vitale.

«La mostra Itadakimasu – spiega Silvia Casini, che ha curato la mostra insieme a @pranzoakonoha – ha l’obiettivo di sottolineare l’amore che i personaggi degli anime emanano quando sono tra i fornelli o quando degustano un certo piatto. Ogni dettaglio diventa così un pretesto per saldare e trasmettere il forte legame tra cibo e memoria, tra gusto ed emozioni, per apprezzare l’unione familiare o tra amici, restituendo significato alla sacralità dell’esistenza. Ogni pasto è un chiaro segno dell’intima comunione tra società giapponese e arte culinaria, intesa non solo come appagamento dei desideri primari, ma soprattutto come gioia sensoriale».

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