«Patrimonio di pochi intimi»L’accanimento della monocultura turistica dello sci sulle Dolomiti

Nel comprensorio sciistico Dolomiti Superski, il più esteso d’Italia, gli impianti di risalita sono già più di quattrocento. Grazie all’Accordo per lo sviluppo e la coesione, firmato da Giorgia Meloni e Luca Zaia, ne verranno costruiti altri per collegare due Ski Area. Una logica di mercato che non ha più senso di esistere

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Sull’arco alpino ci sono migliaia di impianti di risalita meccanici. Sebbene una piccola parte oggi resti aperta anche in estate, si tratta di infrastrutture realizzate e pensate sostanzialmente per alimentare la monocultura turistica dello sci da discesa. Per essere costruite hanno richiesto movimenti di terra e disboscamenti, ma in molti casi appaiono già tragicamente anacronistiche e immobili, ad altitudini sempre meno compatibili con la neve. 

Nel comprensorio sciistico Dolomiti Superski, il più esteso d’Italia, gli impianti di risalita sono già quattrocentocinquanta. Ma proprio qui da alcuni anni c’è il progetto di costruirne di nuovi, con l’intenzione di spingere il piede sull’acceleratore in vista delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali del 2026 ospitate a Milano e Cortina.

Il collegamento in questione dovrebbe unire la Ski Area del Civetta con la Ski Area Cinque Torri e originariamente «faceva parte di un progetto ancora più ampio, chiamato Dolomiti Carosello, che coinvolgeva anche la zona di Arabba e Sellaronda, con una spesa prevista di cento milioni», ricorda Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista civica Cortina Bene Comune. «In seguito alla forte opposizione da parte del sindaco e di tutta la popolazione di Arabba e Livinallongo, però, quella parte di progetto è stata per il momento accantonata e a quanto pare si sta valutando una soluzione alternativa». 

Del resto del progetto invece si è tornati a parlare con maggiore urgenza dallo scorso novembre, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Regione Veneto Luca Zaia hanno firmato l’Accordo per lo sviluppo e la coesione, finanziato per il periodo 2021-2027 con le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Dei 607,6 milioni di euro complessivi a disposizione del Veneto, 33,5 milioni sono stati destinati alla realizzazione di alcuni bacini idrici per l’innevamento e, appunto, per il collegamento tra la Ski Area del Civetta e la Ski Area Cinque Torri. 

Del progetto definitivo non c’è ancora traccia, inoltre bisognerà attendere la Valutazione dell’impatto ambientale: si può già dire però che i nuovi impianti e le relative piste interessano un’area che, oltre a essere patrimonio Unesco, toccherebbe anche habitat naturali incontaminati e zone protette della Rete Natura 2000.

Impatto ambientale e logiche di mercato
A dispetto della prevedibile scarsità idrica che dovrebbe spingerci ad adottare un approccio diverso nei confronti delle preziose risorse a nostra disposizione, è di molta acqua che si continua ad avere bisogno per produrre la neve artificiale necessaria a sciare con continuità sul novantacinque per cento delle piste di Dolomiti Superski: ecco il motivo della realizzazione dei nuovi bacini idrici. Il senso dei nuovi impianti a fune per collegare i due comprensori sciistici delle Dolomiti già esistenti, invece, è per molte persone assolutamente incomprensibile, oltre che ingiustificabile: «Se facciamo scempio delle Dolomiti e costruiamo impianti dappertutto, non possiamo più parlare di Patrimonio dell’umanità, ma al massimo di patrimonio di pochi intimi che si spartiscono i guadagni», dice De Zanna. 

Già il Piano Neve decennale scaduto nel 2023 (il nuovo è in discussione) dava parere negativo sul collegamento Civetta-Giau per via dei possibili effetti negativi su fauna, flora e sui siti Natura 2000. Ma al di là del valore naturalistico del territorio montano in questione, bisogna dire che le Dolomiti hanno già una delle massime densità di piste da sci al mondo: milleduecento chilometri, di cui circa cinquecento collegati tra loro. «Si è per caso sentita, mi chiedo, una lamentela da parte degli sciatori per mancanza di piste?», si domanda lo scrittore e divulgatore Marco Albino Ferrari nel saggio “Assalto alle Alpi” (Einaudi, 2023). «Oggi si contano molti meno sciatori italiani di vent’anni fa e, al contempo, ci sono a disposizione molte più piste». 

Il senso del progetto dal punto di vista imprenditoriale c’è, ovviamente: ampliare un comprensorio sciistico nel cuore di una delle aree più turistiche e più belle delle Alpi significa renderlo ancora più competitivo rispetto alla concorrenza ed eventualmente alzare i prezzi degli skipass e dei servizi della zona. Ma il punto, ben illustrato dal saggio di Ferrari, è se questa logica di mercato applicata alle Alpi abbia ancora ragione di esistere oggi, con i suoi evidenti costi economici e ambientali e con gli effetti della crisi climatica che bussano insistentemente alla porta delle montagne, quando non l’hanno già sfondata a gamba tesa.

Chi sostiene la realizzazione del nuovo collegamento tra comprensori sciistici immagina in realtà anche un vantaggio ambientale legato alla riduzione del traffico su gomma e quindi dell’inquinamento. Non a caso il progetto è chiamato “Dolomiti No Car”. La tesi è: se puoi prendere la funivia, allora lasci la macchina a casa. È una posizione, questa, che chi si oppone duramente al progetto – ovvero una piccola parte della popolazione locale e varie associazioni, tra cui Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, Wwf e Italia Nostra – ritiene in questo contesto una vera e propria mistificazione. 

I pochi studi disponibili sul tema, condotti sia in Italia sia all’estero in ambienti urbani e non, suggeriscono che i sistemi di trasporto alternativi, funivie incluse, potrebbero contribuire a ridurre l’impatto dei visitatori su alcuni luoghi naturali o il traffico. Il punto però è che dipende tutto dal contesto specifico in cui ci troviamo e anche dalle premesse del progetto. Come notava ad esempio una ricerca italiana che si è concentrata proprio su una zona della Dolomiti, la progettazione e la gestione di un impianto di trasporto alternativo dovrebbero basarsi su «una chiara comprensione dei fattori che influenzano le scelte dei visitatori» e comunque associarsi ad esempio a strategie di disincentivo dell’uso della macchina.

Sulle Alpi in alcune località circoscritte e con particolari caratteristiche un trasporto a fune ad hoc potrebbe forse alleggerire il traffico nel fondovalle: come si è visto in diverse località italiane che hanno già portato avanti una politica analoga a quella di Dolomiti No Car, però, costruire una nuova funivia di certo non comporta automaticamente e ovunque una riduzione delle auto in strada, a maggior ragione se tale impianto di risalita è realizzato soprattutto al servizio degli sciatori. 

Nessun impianto di risalita è un’isola
La Ski Area del Civetta, che comprende le località Alleghe, Selva di Cadore e Val di Zoldo, è il più grande comprensorio del Veneto: ha settantadue chilometri di piste e ventitré impianti di risalita. Il comprensorio sciistico Lagazuói/​5 Torri-Passo Giau/​Passo Falzarego si trova invece a Cortina e conta 20,5 chilometri di piste e otto impianti. Il progetto di cui si discute in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 sarebbe dunque quello realizzare dei nuovi impianti a fune che collegherebbero Alleghe e Cortina. 

«Si salirebbe da Cortina verso le Cinque Torri, poi si andrebbe a Passo Giau e da lì si attraverserebbe la zona archeologica dell’uomo di Mondeval, in un paesaggio totalmente intonso e sotto alcune delle vette più spettacolari della zona. A quel punto possiamo anche dire alla Fondazione Dolomiti Unesco di sciogliersi, perché non avrebbe più senso parlare delle Dolomiti come di un patrimonio naturale dell’umanità», conferma Luigi Casanova, uno dei maggiori esponenti dell’ambientalismo alpino e presidente onorario di Mountain Wilderness Italia.

A destare preoccupazione non sono soltanto i nuovi impianti di risalita in questione, ma tutto ciò che si portano dietro: oltre a spianare nuove piste e a realizzare i già citati bacini idrici per l’innevamento, infatti, probabilmente si andrebbe poi a “urbanizzare” il contesto con punti di appoggio e di ristoro. Proprio sul Passo Giau, tra l’altro, da alcuni anni è già in discussione il progetto di un nuovo hotel 5 stelle luxury, un «intervento edilizio di inaccettabile impatto paesaggistico e ambientale», come hanno detto nel loro appello del 2021 le associazioni Italia nostra, Mountain Wilderness, Wwf, Comitato Peraltrestrade Dolomiti e Gruppo Promotore Parco del Cadore.

Quale turismo per le montagne del futuro?
Cortina «sta viaggiando su due binari inconciliabili», commenta la consigliera De Zanna. «Da lato si vuole creare una località più esclusiva, dall’altro si portano avanti progetti di massificazione turistica. La montagna viene dimenticata quando si tratta degli investimenti e dei servizi che servirebbero veramente alla popolazione e resta invece una terra di conquista, forse l’ultima. Oggi sono più che mai necessarie tutela e vigilanza». 

In parte questo tipo di approccio alla montagna, sempre più simile a uno sfruttamento intensivo, è forse dovuto all’inerzia del “abbiamo sempre fatto così”. Ci si chiede: se oggi viviamo soprattutto o esclusivamente di turismo, che differenza fa un albergo stellato in più, un impianto di risalita in più? Anzi, è tutto di guadagnato. Ha probabilmente un ruolo in questa dinamica anche la competizione tra località: se in un certo comprensorio si investe significativamente in hotel di lusso e impianti, allora perché i vicini dovrebbero autolimitarsi e, apparentemente, rimanere indietro nella gara a chi attira più turisti?

«Le popolazioni della montagna sono convinte che per mantenere un certo sviluppo e per frenare lo spopolamento sia necessario questo tipo di turismo, anche se estremamente aggressivo», commenta Luigi Casanova. «Non siamo più in presenza del montanaro degli anni Settanta che conservava e curava il suo territorio: basta vedere come sono ridotti i boschi e i pascoli delle alte quote». Sebbene siamo nei luoghi che hanno subìto la devastazione della tempesta Vaia e del successivo attacco parassitario, «non c’è alcuna percezione della gravità dei cambiamenti climatici in atto. Una volta che avremo investito solo sul turismo di massa e sul turismo della neve, cosa se ne farà un albergatore se non ci sarà più nessuno capace di prendere un piccone in mano e fare un sentiero? E quando il cambiamento climatico impedirà perfino di produrre neve, cosa rimarrà su questi territori?».

L’alternativa si può immaginare ma, dice Casanova, bisogna mettere in conto «tempi lunghi e investimenti economici molto minori, che quindi la politica non può vendere». Mentre gli impianti di risalita che già esistono, e che non sono pochi, continueranno a funzionare e ad attirare sciatori, finché possibile, la proposta è quella di investire su un turismo leggero e capace di avere cura dei luoghi. «Immaginiamo un’ospitalità diffusa che non si concentra nei grandi alberghi, che investe nei saperi della montagna, nel recupero dell’identità e della storia dei nostri territori e in tutte le potenzialità della filiera del legno e dell’agricoltura. Attraverso dei processi di formazione, dovremmo raccogliere queste conoscenze per formare gli operatori turistici del futuro». 

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