Dolore ineffabileLa cruciale differenza tra Olocausto, Shoah e Hurban

Si usano spesso due parole per descrivere la ferocia nazista contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Ma il vocabolo che deriva dal greco holókauston ha un'ambiguità potenzialmente offensiva poiché suggerisce un sacrificio volontario

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La parola genocidio, di cui questa rubrica si è occupata la scorsa settimana, è storicamente collegata ad altre due in una tragica triade novecentesca che non smette di riecheggiare nel nuovo millennio: queste due parole sono Olocausto e Shoah. Ma a differenza di genocidio, che si è applicato a diversi accadimenti nel Secolo breve e a diversi ancora rischia di doversi applicare in quello corrente, la loro pertinenza è rivendicata in esclusiva dal popolo che le ha sofferte sulla propria pelle: le comunità ebraiche non gradiscono che altri popoli o gruppi etnici perseguitati le prendano in prestito, perché pretendono che Olocausto e Shoah siano riservati per sempre a denominare il “loro” genocidio nella sua inaudita, antonomastica unicità. Semmai possono transigere sul primo dei due termini (beninteso, senza l’iniziale maiuscola), che viene estensivamente utilizzato nel linguaggio comune e che del resto gli stessi ebrei hanno ormai abbandonato in favore del secondo. Ma, appunto, perché la parola Shoah è preferita a Olocausto? Qual è la differenza tra le due?

Di olocausto si parla frequentemente nella Bibbia. Il vocabolo viene dal greco holókauston, composto di hólos (tutto, intero) e káio (brucio), ossia qualcosa che viene interamente bruciato. Presso gli antichi ebrei come presso i greci designava il rito in cui la vittima sacrificale era interamente arsa sull’altare – a differenza di quanto stabilito nella primordiale divisione operata a Mecone da Prometeo, che aveva assegnato agli uomini le parti migliori di un enorme bue, affinché se ne cibassero, e quelle incommestibili ai poveri dèi, con la funesta catena di conseguenze che seguirono (privazione del fuoco, furto del fuoco, creazione della prima donna…). 

L’olocausto è dunque un sacrificio completo (“sacrificio di fuoco dal profumo soave per Jahvé” è l’iterativa espressione formulare), adatto per espiare le colpe e per rendere grazie al Signore ottenendone così la benevolenza; ha inoltre un ruolo importante nel culto pubblico, sottolineato nel libro dei Numeri (28-29), da cui il popolo eletto non è dispensato neppure durante la marcia nel deserto al seguito di Mosè (Esodo, 29, 38-42). Il primo capitolo del Levitico ne prescrive dettagliatamente gli ingredienti e la corretta procedura: l’olocausto può essere di bestiame grosso o minuto (tori, capre, pecore, uccelli), l’animale deve essere maschio e privo di difetti, il sacerdote lo immolerà ponendogli una mano sulla testa, ne spargerà il sangue intorno all’altare, lo scorticherà e farà a pezzi, infine metterà i pezzi sul fuoco, trattenendo per sé soltanto la pelle.

Holocaustum è il termine, derivato dal greco, che compare nella Vulgata latina. Per una singolare coincidenza, tuttavia, il corrispondente ebraico nell’originale della Torah (il nostro Pentateuco) ha una parola quasi omofona, almeno nel primo elemento del composto: olah, dal verbo alah che significa salire, andare su. Come il fumo che dalla vittima sacrificale sale a Dio. Come il fumo che nei Lager nazisti si levava incessante dai camini dei forni crematori, in cui a decine e centinaia di migliaia si dissolvevano nell’aria le vite delle vittime ebree (e sinti, e rom, e omosessuali). Il Camino (con la maiuscola) è la lugubre presenza incombente nelle pagine di Se questo è un uomo di Primo Levi detenuto a Buna-Monowitz (Auschwitz III). Ad Auschwitz “il fumo saliva lento”, nella canzone di Francesco Guccini, “son morto ch’ero bambino / passato per il camino / e adesso sono nel vento”. Per questo, per analogia con i riti sacrificali della Bibbia, fin da quando se ne ebbero le prime notizie, il termine olocausto è sembrato appropriato a significare quel che accadde in Europa durante la Seconda guerra mondiale.

Senonché questo vocabolo, proprio per l’idea di sacrificio offerto alla divinità, conteneva una ambiguità potenzialmente offensiva: i sei milioni di ebrei morti in quegli anni non erano certo un tributo per rendere grazie a Jahvé (in un celebre libretto di Zvi Kolitz pubblicato anonimo nel 1946, Yossl Rakover si rivolge a Dio, si immagina anzi che il protagonista, combattente nell’orrore del ghetto di Varsavia, chiami in causa il Signore per il suo silenzio), né l’espiazione di qualche imprecisata colpa. Il popolo eletto non poteva a lungo andare non ribellarsi alla maledizione che lo consegnava a un destino ineluttabile di vittima sacrificale. E così alla parola olocausto è subentrata poco alla volta quella nuova, adottata dapprima in Israele, dove fin dal 1951 è stata istituita una Giornata del ricordo dello sterminio (Yom ha-Sho’ah), e affermatasi nel resto del mondo soprattutto in seguito al monumentale film-documentario di Claude Lanzmann del 1985: intitolato, appunto, Shoah.

A differenza di Olocausto, che pone l’accento sulle vittime, oggetto dell’azione genocidaria, Shoah rileva l’azione stessa. La parola deriva dalla radice verbale sha’ah che esprime un’idea di distruzione/devastazione – e quindi, dal punto di vista di chi la subisce, disastro, catastrofe, cataclisma, sciagura, rovina, calamità – e che in questo senso è presente in diversi luoghi della Bibbia (emblematicamente in Isaia 47, 11, dove Jahvé preannuncia a Babilonia il castigo divino: “Ti sopraggiungerà la sciagura, che non saprai scongiurare. Piomberà su di te la distruzione, che non potrai evitare. Ti sopraggiungerà all’improvviso la catastrofe, che non avrai previsto”). È degno di nota che alla stessa radice verbale si leghi inoltre il senso secondario di “restare attonito, sbalordito, senza parole, ammutolito”, riflesso soggettivo di quella catastrofe che è stata la Shoah: tanto che in molti casi, per molti anni, i testimoni sopravvissuti hanno scelto il silenzio, immaginando oltretutto che fosse impossibile essere creduti.

Una catastrofe incredibile e indicibile, dunque: forse anche per questo i ragionamenti sul nome più appropriato non sono conclusi. Pure Shoah, infatti, non va bene alle correnti più tradizionaliste della comunità ebraica, che preferiscono parlare di Hurban. Il significato è pressoché identico, dal verbo harav, usato nella Bibbia in riferimento a episodi di rovina e devastazione, tipicamente alla distruzione del primo e del secondo tempio di Gerusalemme: due eventi capitali nella millenaria storia del popolo ebreo, all’origine di altrettante diaspore, la seconda delle quali è stata ricomposta soltanto diciannove secoli dopo con la nascita dello Stato di Israele. Ma proprio la potenza evocativa e le connessioni religiose del verbo che sta alle spalle di hurban fanno di questo sostantivo l’anello lessicale di congiunzione tra quei lontani accadimenti identitari e lo sterminio di massa patito nel Novecento, che diventa così il terzo grande episodio di una vicenda ininterrotta di catastrofi e resilienza. Probabilmente, bisogna riconoscere, sarebbe questo il nome più connotante. Ma ormai per imporlo non basterebbe un nuovo Lanzmann.

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