Acque affollate Il vero sfruttamento degli oceani rivelato grazie all’intelligenza artificiale

Tre quarti dei pescherecci industriali nel mondo non vengono tracciati pubblicamente e il trenta per cento delle imbarcazioni per il trasporto e l’energia sfugge al monitoraggio. Anche grazie al “deep learning”, però, sarà possibile invertire la tendenza

AP Photo/LaPresse (ph. Robert F. Bukaty)

In un mondo sempre più profondamente interconnesso e monitorato, stupisce che il traffico e lo sfruttamento dei nostri oceani non siano di dominio pubblico. Eppure è così. Lo rivela uno studio condotto dall’organizzazione no-profit Global fishing watch (Gfw) e pubblicato su Nature, che dimostra come tre quarti dei pescherecci industriali nel mondo non vengano tracciati pubblicamente. 

Non solo: anche il trenta per cento delle imbarcazioni per il trasporto e l’energia sfugge al monitoraggio delle acque del pianeta. L’analisi è stata possibile grazie a nuove tecniche di screening basate sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, che hanno finalmente reso possibile un’osservazione oggettiva della recente “evoluzione industriale” dei nostri giganti pelagici.

Collaborando con alcune università statunitensi, Global fishing watch ha analizzato circa due milioni di gigabyte di fotografie satellitari scattate tra il 2017 e il 2021, in modo da individuare con precisione le imbarcazioni nelle acque costiere di tutto il Pianeta. Combinando i dati Gps con questo enorme database di immagini provenienti dall’Agenzia spaziale europea (e da altre realtà), i ricercatori sono riusciti a identificare le entità che in quel periodo non hanno trasmesso la loro posizione. Poi, attraverso appositi modelli di deep learning, hanno stimato quali fossero impegnate in attività di pesca, in base al loro aspetto e ai loro movimenti.

La strumento di mappatura utilizzato per lo studio è disponibile a tutti – si può liberamente consultare a questo link – e «inaugura una nuova era nella gestione e nella trasparenza degli oceani», come dichiarato al Guardian da David Kroodsma, direttore della ricerca e dell’innovazione di Gfw.

La superficie osservata per lo studio rappresenta il quindici per cento degli oceani mondiali, in quell’area dove si svolge circa il settantacinque per cento dell’attività industriale marittima totale. Ma lo screening non si è limitato solo ai pescherecci. Grazie a questa impresa mastodontica sono emersi diversi dati interessanti anche per quanto riguarda la capillarità di strutture per le rinnovabili. L’indagine ha evidenziato infatti la rapida crescita del numero di impianti offshore in mare, con le turbine eoliche che nel 2021 hanno superato il numero di piattaforme petrolifere.

Source: Nature

La stragrande maggioranza dello sviluppo dell’eolico offshore è avvenuto al largo delle coste dell’Europa settentrionale e in Cina (dove è aumentato di nove volte dal 2017, mentre Regno Unito e Germania hanno registrato una crescita rispettivamente del quarantanove e del ventotto per cento). Negli Stati Uniti, viceversa, diverse campagne politiche portate avanti dai repubblicani e dai comitati anti-eolico hanno collegato l’aumento delle morti delle balene al largo con l’imminente sviluppo di tale metodo di produzione di energia pulita, frenandone l’avanzata. 

Questo nonostante l’intervento delle agenzie marittime americane, che hanno smentito qualsiasi correlazione tra i due fenomeni: «La speculazione secondo cui le apparecchiature sonar utilizzate dalle compagnie eoliche per mappare il fondo dell’oceano potrebbero aver danneggiato mortalmente le balene non è provata», ha detto Benjamin Laws della National oceanic and atmospheric administration.

Il tema più rilevante, a ogni modo, resta quello della pesca. Lo studio ha mostrato che, causa pandemia, nel periodo 2017-2021 questa attività è diminuita del dodici per cento a livello globale. Particolarmente significativa è stata la presenza costante di pescherecci “ombra” all’interno di aree marine protette, tra cui in media più di venti a settimana nella Grande Barriera Corallina, il più grande organismo vivente sulla Terra situato al largo della costa del Queensland nell’Australia nord-orientale, e cinque a settimana nelle Isole Galápagos, una delle riserve più monitorate e biologicamente importanti del mondo. Si tratta di attività illegali, che spesso invadono le zone di pesca artigianali o le acque di altri Paesi.

Source: Nature

Ma non c’è da stupirsi in quanto, come già anticipato, i tre quarti delle barche per la pesca industriale nel mondo (che operano principalmente nell’Asia meridionale e in Africa) non possono essere monitorati pubblicamente. Sebbene non tutte le imbarcazioni siano obbligate per legge a trasmettere la propria posizione in mare, quelle assenti dai sistemi di monitoraggio pubblico – le cosiddette “flotte oscure” – rappresentano una sfida per la protezione e la gestione delle risorse marine. 

Negli ultimi anni, i maggiori casi di pesca illegale e di lavoro forzato sono stati commessi da navi che per lo più non utilizzavano dispositivi di identificazione automatica, gli Ais (Automatic identification systems). Questa tecnologia permette di trasmettere elettronicamente informazioni sulla posizione di navi e stazioni di terra nelle vicinanze e da anni è diventata obbligatoria per le navi che superano le trecento tonnellate. In pratica, fa da supplemento alle informazioni fornite dai radar tradizionali, che per le imbarcazioni commerciali rimangono ancora oggi gli strumenti anticollisione principali.

L’Automatic identification system viene sfruttato anche nel campo della sicurezza in mare. Esistono, per esempio, giubbotti provvisti di transponder Ais che permettono di rintracciare lavoratori marittimi caduti in acqua, facilitando enormemente il recupero di persone disperse da parte delle autorità.

I dispositivi di identificazione automatica, così come i nuovi strumenti di screening resi possibili dall’IA, giocheranno un ruolo sempre più centrale nella gestione del traffico degli oceani e nella protezione della biodiversità marina. «Il motivo per cui sono importanti è che il mare è sempre più affollato e sempre più utilizzato e improvvisamente si deve decidere come gestire questo gigantesco bene comune globale», ha spiegato Kroodsma a The Verge. «Non può essere il Far West. Anche se così è stato storicamente».

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