Ottimismo della volontàI talebani sono peggio di prima ma batterli è possibile

Uno dei leader della resistenza afghana spiega perché lottare per il rispetto dei diritti umani (e in particolare quelli delle donne) nel suo Paese vuol dire difendere la democrazia e i valori della libertà in ogni parte del pianeta

AP/Lapresse

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I Talebani hanno preso il potere a Kabul più di un anno fa e i disastri sono già notevoli. La popolazione è malnutrita e addirittura affamata, il Paese non ha un governo ed è in uno stato di totale anarchia. L’Afghanistan è diventato uno Stato paria e un santuario del terrorismo regionale e internazionale. L’economia è in uno stato catastrofico, il sistema sanitario è deplorevole, le donne sono cancellate dalla vita pubblica, il sistema educativo è svalutato e l’istruzione delle ragazze è ridotta a nulla. I terroristi continuano a commettere crimini, uccidendo e perseguitando i cittadini fin nelle loro case. Hanno persino organizzato diversi attacchi contro di me, tutti fortunatamente sventati grazie alle nostre reti e ai nostri uomini di fiducia.

Questi oscurantisti di altri tempi stanno anche saccheggiando le proprietà del popolo afghano, invadendo le case e derubando le aziende in barba a tutte le regole nazionali e ai principi ancestrali, per non parlare del diritto internazionale. Ci sono state palesi operazioni di pulizia etnica a Kabul, Daykundi, Takhar, Faryab, nella periferia di Kandahar e nel distretto di Andarab. Quanti crimini di guerra dovranno essere contati prima che la comunità internazionale accetti finalmente di reagire? Le prove sono lì, inconfutabili, pazientemente raccolte e faticosamente verificate. E c’è il rischio che i Talebani oltrepassino i loro confini e ispirino altri gruppi estremisti regionali e internazionali. La storia è piena di lezioni in questo campo, che dimostrano che quando si stabilisce una base geografica, quando un movimento ottiene una vasta base territoriale, crea degli emulatori. Quando Daesh (lo Stato Islamico, ndr) ha conquistato Raqqa in Siria e poi Mosul in Iraq nel 2014, quell’organizzazione terroristica ha attirato migliaia di estremisti da tutto il mondo, Paesi europei compresi.

Ma la speranza rimane. La speranza di un mondo migliore, la speranza di una comunità di credenti che si liberi degli impostori che impongono l’estremismo e si appropriano indebitamente dei principi e dei valori del Corano. Sono infatti convinto che un giorno le aspirazioni del popolo afghano alla pace e alla democrazia si realizzeranno. È impossibile che a lungo termine prevalga il giogo del terrore e del totalitarismo. La storia lo ha dimostrato in molte occasioni. La Francia ne è un esempio. C’è sempre un punto di svolta nella storia quando la dittatura crolla, e questo accadrà presto in Afghanistan. Il nostro futuro può essere solo la libertà nella democrazia e nella moderazione.

Il popolo afghano e la comunità internazionale sanno ormai che l’esercizio del potere dei Talebani e la loro ideologia sono in totale contraddizione con gli insegnamenti dell’Islam, i cui precetti sacri sono stati da loro distorti per alimentare l’estremismo. I Talebani ci ricordano costantemente che la democrazia è un sistema che proviene dagli infedeli. Tutto ciò è ovviamente falso, poiché la nostra religione ha sempre difeso i diritti più elementari degli esseri umani. Questa interpretazione distorta della dottrina permette ai Talebani di confiscare i diritti del popolo e di imporre un giogo medievale alla popolazione, mentre il voto democratico è sempre stato compatibile con l’Islam ed è addirittura incoraggiato dalla nostra religione.

Sebbene negli ultimi vent’anni il popolo afghano avesse assistito a notevoli sviluppi, in particolare nel campo dell’istruzione, le politiche brutali applicate dal regime dimostrano che i Talebani non hanno cambiato i loro dogmi o i loro obiettivi. Il loro desiderio di instaurare un regime basato su un’interpretazione errata e abusiva dell’Islam rende impossibile l’instaurazione di un sistema politico inclusivo e democratico in quella società diversificata che è l’Afghanistan. Si tratta, infatti, di un gruppo cri – minale che si nasconde dietro un’ipotetica intenzione di tornare alla religione, quando invece il suo scopo è quello di confiscare il potere a proprio vantaggio e di assicurarsi guadagni e privilegi, comprese le royalties del traffico di droga.

Gli oppositori alla loro linea politico-religiosa vengono massacrati o, nel migliore dei casi, messi in prigione e i gruppi etnici e religiosi come gli hazara e gli indù non ricevono affatto protezione da attacchi e bombardamenti da parte dei talebani o dei loro scagnozzi e mercenari estremisti, anzi. L’attacco ai fedeli nella moschea di Sayedabad a Kunduz, o nelle moschee di Kabul, Kandahar e Balkh, o il massacro dei bambini hazara nella scuola di Kaaj, sono tutti crimini contro l’umanità commessi dai Talebani.

La sottomissione e la proibizione della razionalità e del pensiero critico sono parte intrinseca del sistema ideologico talebano. In questa oscura nebulosa, i fedeli sono costretti a considerare l’ipotetico e autoproclamato Comandante dei Fedeli, il cosiddetto leader supremo dei Talebani, come l’ombra di Dio sulla Terra. Invece, come abbiamo visto, la questione essenziale è se le azioni di questo gruppo terroristico, volte a imporre le proprie richieste ai cittadini dell’Afghanistan, siano in linea con l’essenza stessa della dottrina musulmana. La coercizione serve a mascherare questo grossolano inganno. È ovvio che l’esercizio del dominio e la santificazione della violenza per garantire un ordine oppressivo non può che portare alla tirannia, a differenza di un sistema basato sulla volontà del popolo. E la tirannia serve solo a generare ogni tipo di corruzione e distruzione all’interno della società. Tra le molte teorie e idee benevole che sono state proposte per arginare il dispotismo nel corso della storia, la democrazia è l’unico modo per garantire la legittimità di un governo assicurando diritti, giustizia e valori democratici. I Talebani condannano il sistema democratico a maggior ragione perché temono il processo elettorale e il verdetto delle urne.

La speranza si trova anche nelle azioni clandestine di donne, madri e insegnanti. Sfidando molti pericoli, si riuniscono, organizzano talvolta delle manifestazioni, sfidano il regime, organizzano incontri segreti e istituiscono apprendistati paralleli per dare alle ragazze un’istruzione degna di questo nome. Nonostante la quasi certezza che il Ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione della Virtù interverrà per disperdere qualsiasi raduno, le donne afghane scendono regolarmente in piazza per protestare contro le restrizioni imposte alle loro libertà. Ammiro la loro azione tanto più che la maggior parte di queste donne ha pochissimi mezzi e spesso è privata di un lavoro a causa dei divieti posti dall’iniquo governo talebano.

Le azioni delle forze di resistenza e quelle della società civile stanno convergendo. Comandanti talebani locali e talebani pentiti si sono uniti al Fronte di resistenza nazionale. Ogni anello della popolazione è importante, nelle città e nelle zone rurali, e crea legami tra militari e civili. A poco a poco stiamo stringendo rapporti, anche clandestini, con personalità di diversi gruppi etnici e religiosi, attivisti a favore delle donne, difensori dei diritti umani, intellettuali, figure politiche, leader di partito ed ex parlamentari. Nel giro di pochi mesi, il volto della resistenza è cambiato completamente con ramificazioni sulla scena internazionale.

Sono molto ottimista sul futuro del mio Paese e sulla missione che mi sono prefissato. Ho la coscienza pulita, perché so di essere in linea con le idee e i principi che ho sempre difeso. Anche nei momenti più difficili, e soprattutto in un momento di decisioni drastiche, non ho mai deviato dalla linea che mi sono dato nei confronti del mio popolo e del mio Paese. Il movimento che sta gradualmente prendendo forma è nato dalla disperazione e ora si muove verso la speranza.

Non lotto solo per la mia valle del Panjshir, non lotto solo per il mio Paese e il mio popolo, ma anche per la sicurezza dell’intera regione e dell’intero pianeta, per un mondo migliore, libero da questa idra estremista che oscura le nostre vite, la nostra terra e le nostre convinzioni. Questa ambizione, a volte pesante da portare come una montagna, non mi spaventa affatto, perché mi sento sostenuto dai patrioti dell’Afghanistan, dai miei aiutanti e consiglieri, da molti leader etnici e religiosi. È un nuovo slancio che sta ispirando il popolo afghano, ma anche altri popoli sottoposti alla stessa tirannia. I Talebani non sono cambiati, anzi sono ancora peggio di prima – nonostante quello che dicono alcuni dei loro propagandisti e persino i Paesi occidentali – perché sono meglio organizzati, più ricchi, meglio consigliati e non taglieranno mai i ponti con al Qaida e altre organizzazioni terroristiche.

La nostra resistenza, che è una lotta di patrioti, mira a creare un vasto movimento democratico e militare e a ricostruire l’unità del Paese, nel rispetto reciproco di tutte le componenti dell’Afghanistan. Molti di coloro che si stanno gradualmente unendo a noi, soprattutto i più giovani, non hanno conosciuto la precedente resistenza ma ne hanno compreso il messaggio e sono pronti a continuare la lotta. Spero sinceramente che la resistenza sia guidata da questa nuova generazione, basata su un programma di governo che rompa con il tribalismo, il clientelismo e tutte le altre forme di corruzione. Il mio obiettivo profondo è far progredire questo movimento per il bene del popolo, per garantire il ritorno della legittimità nel Paese e la fine del regime talebano. Gli ostacoli sono molti.

Si stanno delineando due scenari. Il primo è che i Talebani accettino, sotto la pressione della resistenza armata, politica e civile, di avviare colloqui sul futuro del Paese, sui principi democratici e sul rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani. Finché non si siederanno al tavolo dei negoziati, continueremo a combattere. Devono accettare di organizzare elezioni libere ed eque per garantire la partecipazione del popolo afghano alla determinazione del proprio destino. Questa condizione non è negoziabile. È la mia linea rossa. Le elezioni sono l’unica via per la legittimità politica e nessun altro mezzo di espressione può sostituirle. Il secondo scenario, se il primo fallisce e i Talebani non sono ancora disposti ad accettare un vero processo di pace, è quello di continuare la resistenza fino alla completa liberazione del Paese.

A un certo punto, bisogna saper prendere le armi e rifiutare la follia degli uomini, come fece la Resistenza francese sotto l’occupazione nazista, un impulso a cui all’inizio nessuno credeva e che permise alla Francia di vincere la guerra dopo quattro anni di lotta e grazie al sostegno degli Alleati. A lungo termine, l’obiettivo è quello di ristabilire una pace giusta e duratura in Afghanistan e di mettere in atto un sistema democratico decentralizzato in cui tutti i cittadini godano degli stessi diritti, indipendentemente dalla loro etnia, religione, fedeltà o sesso.

In secondo luogo, dobbiamo riconciliarci con i nostri vicini. L’Afghanistan deve riconquistare il suo posto nel concerto delle nazioni, a livello diplomatico, cooperativo ed economico. Un Afghanistan libero, moderno, democratico e sovrano – in breve, un Paese libero dal terrorismo dei Talebani e dei loro sostenitori – non può che giocare un ruolo positivo nel futuro della regione e del mondo.

Abbiamo perso la nostra indipendenza, la nostra sicurezza, la nostra libertà e i nostri valori, i quattro pilastri di ogni Paese degno di questo nome, e li riconquisteremo, senza risparmiare alcuno sforzo. È vero che questa battaglia richiederà maggiori aiuti umanitari, militari e finanziari da parte della comunità internazionale. Il mondo intero deve rendersi conto che la nostra lotta contro il terrorismo è vitale per l’intera regione e per gran parte del pianeta. E che la resistenza militare, politica e civile è l’unica alternativa alla tirannia dei Talebani.

Alcuni esperti e diplomatici hanno parlato di terrorismo importato in Afghanistan, distinguendo tra talebani locali e gruppi stranieri. È un errore. La motivazione terroristica dei Talebani risiede nell’essenza stessa della loro ideologia e nella distorsione dei precetti del Corano. Le loro tattiche e strategie sono simili a quelle impiegate da al Qaida, Daesh e altri gruppi simili. Quale crimine hanno commesso al Qaida e Daesh che i Talebani non hanno commesso? Per noi i Talebani, da un lato, e al Qaida o Daesh, dall’altro, sono due facce della stessa medaglia. La loro ideologia settaria e i loro obiettivi, in particolare contro la democrazia, la società civile e i diritti delle donne, sono identici, come io e i miei compagni di viaggio abbiamo sempre denunciato.

Tuttavia, i Talebani stanno ricostruendo le loro forze, anche a costo di impoverire il Paese e di costruire una cassa di guerra attraverso il traffico di droga, in totale violazione delle convenzioni internazionali, comprese quelle delle Nazioni Unite. A poco a poco, questo gruppo ha creato un nuovo tipo di regime, un narco-Stato terroristico. I proventi della produzione e dell’esportazione di oppio, metanfetamina ed eroina vengono investiti nell’estremismo armato e nel terrorismo. La storia ha già visto emergere altri narco-Stati e altri Stati terroristici, ma mai entrambe le cose contemporaneamente, con una combinazione di sovversione e di traffico illegale di droga. Se la comunità internazionale non ci aiuta, assisteremo alla rinascita di una gigantesca scuola di estremismo, un santuario del terrorismo internazionale per il reclutamento, l’addestramento e la pianificazione di attentati, più grande persino di un territorio come la Francia. È urgente non ripetere gli errori del passato, è urgente aiutare il popolo afghano nella sua lotta e resistenza per la libertà. Dal settembre 2021, il Fronte di resistenza nazionale dell’Afghanistan ha compiuto progressi, sia dal punto di vista militare sia da quello politico. Oggi è l’unica forza organizzata che sfida giorno e notte il terrorismo.

Il Fronte ha una chiara organizzazione politica e militare, composta da numerosi comitati e consigli che gestiscono gli affari quotidiani della resistenza e ne facilitano l’espansione. Ha dimostrato la sua competenza non solo mantenendo le forze armate sulle montagne dell’Hindu Kush durante il rigido inverno del 2021-2022, ma anche espandendosi da due a dodici province. È riuscito a tenere a bada i Talebani e i loro alleati dall’inizio della nostra offensiva di primavera e, dal momento che non hanno opzioni militari per sopprimerci, il loro morale e la loro motivazione stanno diminuendo ogni giorno di più. A seguito delle perdite sul campo di battaglia, hanno aumentato le atrocità contro i civili. Dal punto di vista politico, il Fronte di resistenza nazionale è riuscito a impedire il riconoscimento e la legittimazione del potere talebano facendo pressione su vari Paesi della regione e sulla comunità internazionale. Oggi i Talebani hanno creato una frattura con il resto del mondo e sono visti come un gruppo paria senza capacità di cambiare. I nostri sforzi ci hanno permesso di includere più personalità e partiti politici all’interno del Fronte. Stiamo anche lavorando per creare un ampio consenso politico con altri gruppi che condividono la stessa lotta. La nostra prima conferenza che riunisce tutte le iniziative che si oppongono ai Talebani si è tenuta nel settembre 2022 a Vienna, in Austria. Il terzo giorno è stata rilasciata una dichiarazione che sottolinea la necessità di una scelta democratica per il futuro dell’Afghanistan. Gli incontri continueranno fino a quando non si raggiungerà un accordo sul futuro del Paese.

Il Fronte di resistenza nazionale sta attualmente lavorando anche alla formazione di un consiglio politico basato sulle trentaquattro province dell’Afghanistan. Ho voluto riunire i rappresentanti di tutti i settori della società afghana, uomini, donne e giovani di tutte le province, di tutte le etnie, di tutte le religioni, di tutti i contesti e di tutti i partiti politici, in esilio nella regione o altrove nel mondo. Abbiamo poi deciso che il Consiglio politico del Fronte nazionale di resistenza sarà il più alto livello decisionale all’interno dell’organizzazione e sceglierà i suoi leader. Il Consiglio politico attuerà anche uno dei nostri principali obiettivi: il pluralismo politico e culturale. Questo organo non appartiene a un particolare gruppo etnico e non sposa le opinioni di un singolo individuo. Deve essere l’espressione di una volontà collettiva, rappresentativa di tutte le componenti nazionali, a partire dal nostro movimento.

Finché i Talebani non saranno disposti ad accettare le elezioni o la condivisione del potere, rifiuteranno i principi democratici del nostro popolo, negheranno il ruolo delle donne nella società e non rinunceranno alla violenza e al terrorismo, per noi non c’è altra soluzione che prendere le armi.

Come mio padre, non sono un militare e disprezzo la violenza. Né io né mio padre abbiamo mai sviluppato idee espansioniste. La nostra lotta è sempre stata difensiva e considero un mio diritto, un mio dovere di essere umano proteggere la mia casa, il mio popolo e i miei valori quando sono sotto attacco. Mio padre ha sempre voluto negoziare, ma a testa alta e senza tradire i suoi princi – pi. Non scenderò al di sotto di questi limiti, qualunque cosa accada. Nel gennaio 2022, i Talebani mi hanno offerto un posto da ministro, che ho rifiutato, proprio perché l’obiettivo della mia lotta non è la conquista di seggi o di cariche, ma la difesa di una visione del mio Paese che condivido con milioni di cittadini dell’Afghanistan, al di là dei nostri interessi personali.

La lotta può essere lunga o breve, data la fragilità del regime talebano, che si basa sull’ipocrisia, l’inganno e la tirannia. Il Fronte di resistenza nazionale è determinato a liberare l’Afghanistan da questa organizzazione, che non è solo un fenomeno locale, ma un pericolo globale, una minaccia diffusa, una forma oscurantista di criminalità organizzata che le convenzioni delle Nazioni Unite, come quelle di Mérida e di Palermo, farebbero bene a includere nella lista dei gruppi criminali transnazionali o a orientamento transnazionale. Mio padre ha dimostrato per tutta la vita che è possibile combattere da soli, e ha resistito fino alla fine. Questo impegno vale la pena. E le ragioni di questa lotta per la libertà e la giustizia, per una democrazia basata sul pluralismo e per la rinascita di un Islam moderato e razionale, sono ben definite.

Si tratta di ricostruire e reinventare l’Afghanistan. Si tratta di costruire una democrazia che possa diventare un esempio per altri Paesi della comunità musulmana. Lungi dall’essere un’utopia, questo progetto è realistico. È anche, e soprattutto, una questione di visione e di volontà. Voglio costruire un altro Afghanistan, con milioni di giovani patrioti ai quali continuo a ripetere le parole di mio padre: «Bisogna lottare per sopravvivere, perché il diritto di essere liberi non è dato, bisogna lottare per conquistarlo».

Lo spirito di Massoud esiste ancora. Perché il Leone del Panjshir è eterno. Alcuni pensano che l’Afghanistan sia una causa persa. Ma non è solo la nostra causa: è nel cuore del mondo.

Chi dice no ai Talebani dice no al terrorismo. Chiunque si batta per i diritti umani, e in particolare per i diritti delle donne, difende la democrazia e i valori della libertà in ogni parte del pianeta.

Prevenire la diffusione dell’estremismo nell’Islam è una responsabilità notevole per noi musulmani, ma anche per tutti coloro che lottano contro altri tipi di estremismo, come l’islamofobia, per contribuire alla pace nel mondo.

So che la strada da percorrere sarà lunga e piena di insidie se vogliamo sconfiggere il peggior tipo di totalitarismo, quello dell’anima, e difendere i valori universali una volta per tutte.

Anche se le nostre strade sono diverse, il messaggio filosofico e spirituale che mio padre mi ha lasciato è di non arrendersi mai. E non mi sottrarrò mai alla missione che mi attende.

Finché avrò un soffio di vita, lotterò per ripristinare la dignità del mio popolo e restituirgli la libertà e la giustizia a cui ha diritto.

La libertà è più di una lotta, è una ragion d’essere e un modo di vivere.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY

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