C’è del buonoMeno dannoso di quanto immaginiamo

Al di là degli stereotipi e di tanta polemica, il settore zootecnico in Italia vive di pratiche virtuose e positive

Il settore zootecnico è considerato uno dei maggiori settori a impatto negativo per il clima e l’ecosistema di tutta la filiera agricola. Se andiamo ad analizzare da vicino i dati che riguardano il nostro Paese, con piacere scopriamo che in realtà, in un confronto su scala mondiale, l’Italia non ne esce per nulla in svantaggio, anzi. Infatti i dati Ispra rivelano che le emissioni riferite a tutta la zootecnia rappresentano il 5,9 per cento, di cui solo il 3,5 per cento è dovuto alle filiere delle carni, contro il 14,5 per cento su scala mondiale (dati Fao). In Italia, inoltre, si utilizza per la produzione di carne il venticinque per cento d’acqua in meno rispetto alla media mondiale. A livello complessivo l’intero settore delle carni italiano (bovino, avicolo e suino) impiega per l’ottanta-novanta per cento risorse idriche che fanno parte del naturale ciclo idrico e che sono restituite all’ambiente come precipitazioni, mentre solo il dieci-venti per cento dell’acqua calcolata per produrre un chilogrammo di carne viene effettivamente consumata.

Nel mese di gennaio si è svolto a Roma, nella sede di Confagricoltura, il convegno “Carni rosse: economia, salute e società. Una riflessione”, organizzato dall’Accademia Nazionale di Agricoltura. La giornata ha visto la partecipazione di numerosi esperti del settore: professori delle università di Bologna, Cattolica del Sacro Cuore, Sassari e Bari, rappresentanti della Società Italiana di Nutraceutica e della Nutrition Foundation of Italy. Tra questi, Giuseppe Pulina, professore ordinario di etica e sostenibilità degli allevamenti dell’Università di Sassari, ha proposto una approfondita riflessione in merito al ridotto impatto della zootecnia sul riscaldamento globale, sottolineando l’importanza fondamentale di certe categorie di alimenti nella nostra dieta.

«In una dieta equilibrata il contributo delle carni rosse è rilevante e insostituibile. E sull’impatto ambientale dobbiamo ragionare in termini di valore nutritivo o di valore di trasformazione delle proteine vegetali potenzialmente edibili dall’uomo in proteine animali, oppure ancora in terreni potenzialmente utilizzabili con le attività agricole per sostituire le proteine della carne bovina. E così i dati rivelano una realtà completamente differente: considerati i nutrienti indispensabili (gli alimenti di origine animale forniscono il 35 per cento delle proteine e il 55 per cento degli aminoacidi indispensabili all’uomo), gli impatti della carne bovina sono in linea con quelli degli altri prodotti animali e vegetali. Va poi ricordato che oltre il novanta per cento degli alimenti inseriti nel ciclo produttivo del bovino da carne non sono utilizzabili dall’uomo per cui la filiera mostra una efficienza di 0,6 a 1,0 nella valorizzazione delle sostanze azotate vegetali in proteine nobili animali. E infine, i due terzi dei terreni agricoli sono dedicati al pascolamento in quanto non utilizzabili per colture arative se non con gravi rischi ambientali».

Se la prospettiva di consumo di cereali a livello globale è legata principalmente alle dinamiche demografiche, quella dei prodotti di origine animale è correlata alla crescita del reddito, entrambe concentrate nei Paesi in via di sviluppo. Per far fronte a queste esigenze occorrerà produrre di più e ridurre gli impatti sia per unità di prodotto che complessivamente. La via consigliata dalla Fao è quella di colmare il gap produttivo fra i Paesi sviluppati e quelli in via disviluppo e di migliorare il sequestro di carbonio nei suoli e nella vegetazione.

Infine, occorrerà che siano prese in considerazione nuova metriche per il calcolo delle emissioni di metano, il principale gas climalterante delle filiere delle carni: se un settore riduce queste emissioni il loro apporto non è più di segno positivo ma addirittura queste possono contribuire a raffreddare l’atmosfera. In questa situazione si trova la zootecnia europea e quella italiana che negli ultimi trent’anni ha ridotto di oltre il dieci per cento le emissioni di metano e pertanto non ha contribuito al riscaldamento globale come erroneamente è riportato da molte fonti.

Immagine di Jacob Cotton

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