Eu on my mindIl sogno europeo della Georgia si scontra con quello imperialista di Putin

Finora Tbilisi non ha potuto rafforzare la sua difesa militare per non indispettire la Russia che vuole mantenere la sua influenza nella regione caucasica. Al momento non esiste un vero deterrente contro una nuova invasione di Mosca

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Sedici anni fa, nell’aprile 2008, al vertice dell’Alleanza Atlantica di Bucarest, gli alleati concordarono che la Georgia sarebbe diventata un giorno un membro della Nato, ma non ebbero il coraggio di avviare ufficialmente le pratiche d’ingresso. Tre mesi dopo la Federazione Russa lanciò un’invasione su vasta scala, la prima operazione militare internazionale dell’era Putin, che portò le truppe russe a occupare circa il venti per cento del paese, gelando le aspirazioni atlantiste di Tbilisi. Dall’estate del 2008 a oggi, la storia della Georgia è quella di uno Stato che deve controbilanciare le sue spinte atlantiste ed europeiste con la dura realtà geopolitica della sua collocazione geografica. I tentativi di avvicinamento all’Unione europea e alla Nato non si sono comunque fermati, l’europeismo infatti è, perlomeno a parole, la stella polare di tutte le coalizioni di governo che si sono succedute dal 2008 oggi, ma l’interpretazione su come perseguire l’integrazione europea e soprattutto quale rapporto mantenere con Mosca è variata nel tempo. Prima l’integrazione della Georgia nell’Ue e nella Nato era vista come un unicum, poi il tema della sicurezza militare e dell’integrazione politica hanno iniziato a viaggiare su binari separati.

Il binario politico ha recentemente portato il Paese verso un primo successo, sebbene inizialmente l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022 abbia alimentato una delle più profonde crisi politiche tra Bruxelles e l’attuale governo georgiano. Dopo lo scoppio della guerra, infatti, Tbilisi ha scelto di non aderire al regime delle sanzioni volute dall’Ue, adducendo proprio motivazioni legate alla sicurezza nazionale. Il governo georgiano ha invece scelto la via della moderazione e del dialogo nei confronti di Mosca, suscitando così la rabbia degli alleati impegnati nel sostegno dell’Ucraina. La scelta, stando alla leadership del partito Sogno Georgiano, emanazione del potere finanziario dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, era relativa alla volontà di evitare qualsiasi tipo di escalation nel Paese. L’equilibrio nelle relazioni Tbilisi-Bruxelles è tornato però nel dicembre 2023, quando Bruxelles ha ufficialmente concesso alla Georgia lo status di Paese candidato all’accesso all’Ue trasformando la prospettiva politica di una Georgia in Ue in realtà tangibile. 

Se il binario politico ha segnato dei passi avanti, nessun meccanismo di protezione militare realmente capace di prevenire una nuova invasione russa nel Paese è ancora stato implementato da parte dei suoi partner, né il governo sembra aver avviato una riforma militare per rendere il Paese pronto ad un’evenienza di questo tipo. «A causa della politica del governo della Georgia, che prevede di non irritare la Russia, non sono state apportate modifiche in termini di aumento del bilancio della difesa. Rimane ancora il più basso della regione e inferiore a circa l’1,9 per cento del Prodotto interno lordo (ad esempio il due dell’Azerbaigian), che in dollari americani è circa tre volte inferiore al bilancio dell’Armenia, quattro volte inferiore a quello dell’Azerbaigian», spiega a Linkiesta il generale Vakhtang Kapanadze, capo di stato maggiore generale delle forze armate georgiane dal 2013 al 2016. Dall’invasione russa dell’Ucraina dunque «non sono stati compiuti passi significativi per migliorare nessuno dei parametri dell’efficacia militare (organizzazione, modernizzazione, prontezza e mantenimento). Vengono apportati solo cambiamenti di routine e una piccola quantità di aggiornamenti agli armamenti».

Un immobilismo che ha effetti anche nella vita politica del Paese, «l’approccio del governo in carica dal 2012 ad oggi è quello di non inimicarsi Mosca e di abbassare la retorica relativa ai temi del conflitto. È quasi impossibile infatti trovare nel panorama mediatico in Georgia discussioni su del settore della difesa e della sicurezza all’interno del Paese», spiega a Linkiesta Nona Mikhelidze, dell’Istituto Affari Internazionali. Se si guarda ai report dell’attività governativa, tuttavia nel 2023 il governo ha presentato un strategia ribattezzata di «difesa totale» e mirata al «massimo rafforzamento» delle capacità di autodifesa del Paese sulla base delle «esigenze esistenti e tenendo conto dell’assenza di ombrelli di sicurezza internazionali», ha spiegato vice ministro della Difesa Grigol Giorgadze intervistato dalla Tv di Stato.

Commentando le misure progettate dal ministero della Difesa, Giorgadze ha preannunciato «importanti cambiamenti» nel sistema di difesa nazionale nell’ambito del nuovo codice. «I coscritti verranno sottoposti ad un addestramento al combattimento basato sugli standard Nato», ha spiegato Giorgadze sottolineando che il ministero offrirà programmi di formazione di sei, otto e undici mesi per le reclute in base alle loro decisioni di carriera, il programma di addestramento di sei mesi offrirà un addestramento intensivo nelle unità di combattimento, mentre il programma di otto mesi sarà legato alla fornitura di sicurezza per basi, depositi e altre strutture strategiche. Mentre il servizio di undici mesi comporterà l’addestramento per i giovani in posizioni di comando come caporali e sergenti. «Il nostro modello è fondamentalmente il modello finlandese ed estone, che a sua volta deriva dal modello svizzero, e si basa sul principio della difesa totale ovvero addestrare quante più persone possibile», ha spiegato Giorgadze.

Di difesa totale si parla da anni: «In Georgia si è cominciato ufficialmente a parlarne nel 2009. È stato ulteriormente aggiornato a partire dal 2016, ma non è stato sviluppato come un documento a tutti gli effetti. Tra gli stati membri della Nato, solo i Paesi Baltici e la Norvegia hanno questo concetto, con alcune varianti, oltre a Singapore, Finlandia e Svezia che lo avevano prima di aderire alla Nato», chiarisce Kapanadze. «Avendo un budget per la difesa così piccolo, è assolutamente impossibile addestrare una quantità significativa di personale. Va inoltre tenuto presente che il documento di “sicurezza nazionale della Georgia” non è cambiato dal 2011 ed è assolutamente irrilevante oggi».

Gli effetti della guerra in Ucraina non sono l’unico fattore a rendere instabile la regione caucasica. Gli sviluppi del conflitto tra Armenia e Azerbaigian e la crisi del ruolo di Mosca come mediatore ha aumentato la volatilità nel caucaso meridionale spingendo riducendo la capacità di ingerenza diretta del Cremlino nella regione ed aumentando pertanto il rischio che Mosca prepari un ulteriore mossa per rinforzare la presenza nella regione. «La fine della guerra Ucraina-Russia, qualsiasi tipo di fine, potrebbe rappresentare una sfida per la Georgia e la possibilità di una nuova aggressione su larga scala da parte della Russia», suggerisce Kapanadze.

All’instabilità si aggiunge la gestione dei rapporti con le regioni occupate ed un processo di pace, quello avviato in seguito al cessate il fuoco mediato dal presidente francese Nicolas Sarkozy con la Ginevra International Discussions, che ha saputo garantire finora l’assenza di ostilità ma è ormai impantanato da anni e incapace di dare progressi. La regione dell’Abcasia e quella dell’Ossezia meridionale vedono oggi diverse basi militari dell’esercito russo al loro interno con un dispiegamento di un reggimento in entrambe le aree. Il recente annuncio della costruzione di una base navale della marina militare russa a Ochamchira in Abcasia, fa presumere un aumento degli investimenti del ministero della difesa russa nella regione occupata.

Nel caso dell’Ossezia meridionale l’estensione dei territori occupati arriva sin dentro la provincia di Gori con ramificazione che arrivano a meno di quaranta km in linea d’aria dal centro di Tbilisi, la capitale georgiana, esponendo di fatto uno fianco scoperto ad una possibile nuova invasione. Ma anche questi sono temi gestiti nel silenzio. Secondo Mikhelidze infatti «è raro trovare informazioni sui media nazionali riguardo gli sviluppi di un eventuale dialogo con abcasi o ossetini del sud. Lo stesso canale di dialogo tra gli inviati governativi Karasin-Abashidze, di cui la Georgia ha recentemente sostituito l’inviato, è stato gestito nel silenzio per anni».

La Georgia è stata inoltre colpita da un altro fenomeno conseguente allo scoppio della guerra in Ucraina che ha variato gli equilibri di sicurezza interna, ovvero l’arrivo di oltre un milione di cittadini russi in fuga dalla leva di massa messa in campo dal Cremlino dopo l’inizio delle operazioni belliche. Questo influsso, favorito dal governo in carica che vi ha intravisto un’opportunità economica, ha innalzato la tensione sociale ma anche favorito il possibile l’installazione di nuove cellule di intelligence russa nel Paese accrescendo il rischio di ingerenze nella vita politica interna. Fino ad oggi tuttavia non è chiaro se questo abbia generato un aumento dell’allerta interna per i servizi segrete georgiani, «Naturalmente, l’ingresso di un gran numero di popolazioni russe nel Paese rappresenta una sfida importante. I servizi di sicurezza in Georgia sono così chiusi che non posso dire se hanno adottato delle misure oppure no. In ogni caso sappiamo però che nessun agente russo è stato finora ufficialmente smascherato né espulso», spiega Mikhelidze.

Un ulteriore sfida per l’intelligence georgiana è rappresentata dalla recrudescenza del fenomeno del terrorismo islamico. Alcune delle valli al confine con la Cecenia, come ad esempio la celebre valle di Pankisi, ospita da oltre un secolo popolazioni cecene ed è servita nel primo decennio del nuovo millennio come centro di reclutamento dell’Isis. Diversi dei più celebri comandanti del gruppo terroristico islamico, come Abu Omar Al-Shishani erano infatti di passaporto georgiani e originari della valle di Pankisi. L’enorme sforzo messo in campo dai servizi di sicurezza georgiani, in collaborazione con gli alleati della coalizione internazionale, per l’intercettazione dei circuiti di reclutamento delle milizie islamiche dal 2013 in poi è stato infatti, assieme alla partecipazione alla missione Nato in Afghanistan, uno dei settori di più ampia collaborazione tra i servizi segreti georgiani e gli alleati Nato, su cui si sono formati gran parte dei vertici di oggi dell’esercito e dell’intelligence georgiana.

Davanti a tutte queste sfide però la Georgia non ha un deterrente per evitare una nuova invasione russa. Il dibattito interno sul tema è polarizzato tra una parte della classe politica che crede nella possibilità di un appeasement politico con Mosca e ritiene che la sicurezza nazionale dipenda dal frenare le mosse che possano irritare il Cremlino e una parte invece che ritiene che nessuna garanzia di sicurezza potrai mai essere realmente raggiunta senza l’ingresso del Paese nell’Alleanza Atlantica. La presenza di territori occupati rende però quasi impossibile un’integrazione sul modello classico.

Bisognerà quindi vedere se la volontà di aggirare il problema riscontrata in alcuni alleati nel caso dell’Ucraina, apra una possibilità anche per la Georgia. «L’Ue ad esempio quando guarda all’allargamento si muove sempre in termini regionali non a Paese singolo. Vedremo se la Nato avrà lo stesso approccio, se mai si aprirà una fase di allargamento e se quindi la Georgia potrà in qualche modo rientrare nel pacchetto Ucraina», spiega Mikhelidze. Come sottolineato dall’ambasciatore georgiano presso la Nato, Viktor Dolidze, la Georgia ha bisogno di una «decisione politica» da parte della Nato. «La palla è ormai da anni nel campo degli alleati, mentre noi speriamo solo che questa decisione venga presa il più presto possibile».

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