La commedia umana Prontuario a prova di mitomani sulla perduta arte del pettegolezzo

Se proprio volete parlarmi di Kate, William e di altre cose più provinciali, esigo che siate rilevanti. Non voglio più informazioni dalla categoria dei curiosissimi che però non sanno mai niente

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Neanche oggi scriverò il trattato sulla morte della conversazione che da mesi prometto a me stessa e a tutti i conversatori scarsi che incrocio (tantissimi). Mi pare infatti ci sia bisogno, prima del trattato generale, di partire da un’appendice, che chiameremo: l’arte del pettegolezzo.

La seconda metà del 2023, quanto a pettegolezzi, pareva imbattibile. Almeno una delle storie che hanno intrattenuto gli intellettuali (parlandone da vivi) di questo derelitto paese ha le qualità per diventare il romanzo che Balzac avrebbe voluto scrivere, e forse è proprio quella – che naturalmente ora non vi racconterò – la storia grazie alla quale ho capito che urgeva un prontuario sull’arte del pettegolezzo.

È stato quando mi ha telefonato D., che apre ogni telefonata con la domanda «gossip?», domanda che fa sì che io non le racconti mai niente, trovando intollerabili le sciatterie lessicali. Non credo che gli altri con cui parla siano altrettanto severi con la sua scarsissima igiene delle parole, ma qualcosa deve sbagliare anche con loro se, dopo mesi dal suo apice, D. ignorava il più bel pettegolezzo del 2023.

Quella cui appartiene D. è una categoria precisa, che non credo esista in altri settori: esistono appassionati di calcio che non guardino mai le partite? Golosi che mangino solo riso in bianco? Esistono però persone bramose di pettegolezzi che non sanno mai niente.

Il che è un problema: i pettegolezzi, come tutto, sono una valuta. Se non hai mai niente da aggiungere, dopo un po’ le persone smettono di dirti cose. Insomma: meno ne sai, meno ne saprai. La vita funziona come l’algoritmo, che meno ti cuoricinano meno ti fa comparire sui telefoni e quindi meno ti cuoricineranno. Lo sapevano i calendari di Frate Indovino che dicevano alle nostre nonne che pioveva sul bagnato, e l’abbiamo disimparato noi.

B., che è più furba di D., risolve inventando. All’altezza di una delle storie più belle del 2023 – Sempronio che mette incinta una tizia vista tre volte e quindi se ne va di casa – B. raccontava, in toni convincenti e con eloquio ricco di dettagli, di quando la prima moglie di Sempronio era morta, di lui che piangeva in pubblico, della bara portata a spalla in chiesa. Era una storia molto affascinante, finché i suoi interlocutori non la ripetevano a qualcuno che conoscesse Sempronio abbastanza da obiettare: ma la sua prima moglie è vivissima.

L’invenzione non è un tabù, ma bisogna saperla incartare. C., che è bravissimo, premette a ogni implausibile dettaglio di ognuna delle storie con cui il 2024 sta tentando di battere il 2023 che non sarà vero niente ma lui vuole crederci, e in questo modo non si sputtana e fa venir voglia a tutti gli interlocutori di crederci anche loro.

La bionda con improvvisamente molto tempo libero che trova nel telefono del marito una sleppa di tizie sextate negli ultimi mesi, e allora prima caccia lui di casa e poi lei e le sorelle chiamano una per una queste tizie? Non sarà vero ma vogliamo crederci.

Il personaggio litigioso che a una festa si mena col manager del suo ex coconduttore? Non sarà vero ma vogliamo crederci.

L’avvocato del tizio le cui gesta sono finite su tutti i giornali che a tutti i giornali fa causa, sostenendo che non le gesta del suo cliente gli abbiano creato problemi in famiglia, bensì le battutacce degli editorialisti che su quelle gesta si sono accaniti? Non sarà vero ma vogliamo crederci.

Il pettegolezzo è un mercato di precisione non solo nell’esigere da te valuta non inflazionata (cioè: cose che tu sai e io no), ma anche nella richiesta d’esattezza rispetto alle domande da fare. Credo che molto dipenda dall’essere state portate, da piccine, a vedere “Yentl”, il film in cui il rabbino spiegava a Barbra Streisand che saper fare le domande giuste era molto più importante che avere le risposte.

Mi torna in mente quando, a una cena, una tizia né giovane né sprovveduta, insomma una che non ha scuse per fare domande imbecilli, mi guarda con gran serietà e mi dice: solo tu puoi sapere la verità sulla Middleton. Ma come ti viene in mente? No, davvero, qual è il ragionamento che ti ha condotta a questa frase? «Soncini scommetto che ha la stessa manicure della cugina di William»? «Soncini è proprio appassionatissima di case reali e ricca di fonti a Tatler»?

È interessante che il caso-Middleton venga trattato, dai pettegoli dilettanti, come fosse il caso-Ferragni. Chissà quand’è successo che abbiamo perso la capacità di distinguere tra le vicende di una tizia famosa sulla quale potremo sempre millantare retroscena certissimi – vuoi non avere un cugino che lavori nello studio legale cui s’appoggia, un’amica la babysitter dei cui figli facesse la cameriera al bar sotto gli uffici e che si era trovata a portare i caffè il giorno in cui è arrivato il provvedimento del garante, un lavasecco che ha trovato le prove d’un adulterio nelle tasche d’un vestito e le ha riferite alla cliente successiva, che guarda caso eravamo noi – e i fatti d’una casa reale che chissà se sapranno gli storici tra cent’anni.

Nessuno sa più spettegolare perché, delle linee guida per la conversazione di Grice, tutti ricordano che non bisogna immettere in circolo informazioni false e che non bisogna essere criptici, ma nessuno si prende mai il disturbo di seguire la più importante: siate rilevanti.

Il caso-Middleton ha cambiato schema di gioco prima della foto truccata. A quel punto era già passato da caso sul quale tutti tacevano – i tabloid inglesi perché scottati dal precedente-Diana, noialtri perché non abbastanza piccolo-borghesi da interessarci alle famiglie reali – a vicenda sulla quale tutti speculavano.

Ora che siamo a tre settimane dal suicidio dell’aristocratico che ha dato la stura a tutte le illazioni, ora che ogni foto o video della moglie dell’erede al trono scatena il piccolo detective in noi, ora che io spero solo che quella non abbia qualche malattia grave perché non voglio assistere al senso di colpa collettivo se dopo mesi di ipotesi di corna e altre facezie venisse svelata una brutta cartella clinica, ora ho una sola certezza: se proprio volete parlarmi di questa storia, esigo che siate rilevanti.

No ipotesi che avevo già sentito, no foto già smentite e che mi proponete come nuove, no giornali italiani considerati fonti degne, no insensatezze che non rispettino la cronologia delle pubbliche apparizioni. La più grande mittente di scenari già risaputi e smentiti è la mia amica più interessata alle vicende d’aristocrazia inglese, a riprova d’un dramma sociale: l’esistenza della categoria dei curiosissimi che però non sanno mai niente.

La mia ipotesi preferita, tra quelle con cui alcuni pettegoli meno scarsi di altri mi hanno intrattenuta finora, è che i figli gemelli della presunta amante siano figli di William e siano, essendo più grandi del primogenito ufficiale, i veri eredi al trono.

È l’unica ipotesi che sia riuscita per cinque secondi a farmi interessare al giallo di stagione. Sul quale, per il resto, si spettegola così sciattamente che ora quasi quasi chiamo B., che almeno mi racconta che ha visto l’erede al trono d’Inghilterra portare a spalla, singhiozzando, la bara della moglie. Se la conversazione sulla realtà è noiosa, s’avanzi la leggenda.

 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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