Nel nome, attribuitole dall’imperatore Corrado IV di Svevia, ha un destino di ascesa – nei giochi di parole infantili era “la città che vola più in alto” – ma L’Aquila che, circondata dal massiccio del Gran Sasso e con i suoi oltre settecento metri sul livello del mare, alta lo è davvero (è uno dei capoluoghi più in quota d’Italia), ha realmente ripreso il volo dopo il catastrofico terremoto del 2009, che l’aveva quasi distrutta.
Con testardaggine abruzzese, è stata ricostruita e risistemata e ora, ancora irta di gru, si prepara a diventare, nel 2026, Capitale italiana della Cultura dopo che, nel 2022, quando aveva vinto Procida, si era piazzata tra le dieci finaliste. «È un riconoscimento che aprirà le porte a un futuro di rinascita e prosperità come portavoce del ruolo cruciale che rivestono le aree interne nel contribuire a destagionalizzare e offrire un’esperienza autentica ai visitatori», commenta Alessandra Priante, presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo (Enit) e orgogliosamente aquilana.
L’Aquila è una città ricca di storia, e di storia importante, dalla tomba di Celestino V, il papa del “gran rifiuto” dantesco, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, a quella di San Bernardino da Siena, nella basilica omonima, alla famosissima fontana delle novantanove cannelle, tante quanti i castelli che fondarono la città nel tredicesimo secolo, fino al recente e coloratissimo Auditorium del Parco. Progettato da Renzo Piano dopo il terremoto, raccogliendo il suggerimento di Claudio Abbado, per dare alla cittadinanza uno spazio dove eseguire e ascoltare musica in attesa del ripristino della sala del Forte Spagnolo.
L’intenzione, però, è di non vivere dei pur splendidi fasti del passato ma di guardare avanti ed è espressa nel programma dichiarato vincitore all’unanimità dalla giuria presieduta da Davide Maria Desario, “L’Aquila città multiverso”, che si sviluppa in cinque direzioni conseguenti: multiculturalità, multiriproducibilità, multidisciplinarietà, multinaturalità e multitemporalità.
Al centro temi di un certo peso: salute pubblica e benessere, coesione sociale, creatività e innovazione, sostenibilità socio-ambientale. Con un occhio all’eccellenza accademica e della ricerca scientifica del Gran Sasso Science Institute e dei Laboratori nazionali di fisica nucleare. Una scommessa sulla cultura come volano, anche, per l’economia; pensando a una collaborazione stretta con il territorio e con realtà vicine come Rieti, che ha sostenuto la candidatura abruzzese, e sperando di fare da apripista per altre realtà interne che vivono sfide analoghe. Sottolinea il direttore del progetto, Alessandro Crociata, che ha curato il dossier della candidatura: «L’obiettivo non è di fare una produzione culturale esclusivamente sull’Aquila, ma di distribuirla sul territorio. Alcune delle iniziative nasceranno in città e poi verranno portate nelle aree interne, per percorsi di formazione».
In attesa del calendario degli eventi, L’Aquila, tanto per chi la ricorda integra come per chi l’ha vista in macerie, o non la conosce affatto, è da ri-vedere anche subito. Partendo magari dal Maxxi L’Aquila, la sede distaccata del Maxxi di Roma, il museo di arte contemporanea inaugurato nel giugno del 2021 e ospitato, nel cuore del centro storico, nel settecentesco Palazzo Ardinghelli. Senza trascurare i dintorni, magari facendo tappa a La Villetta Da Maria, un ristorante tipico e molto accogliente ai piedi della funivia del Gran Sasso, e le escursioni nel parco naturale regionale Sirente-Velino, con le suggestive Grotte di Stiffe.
Ricordando poi che l’Abruzzo è una terra di pastorizia e di grande tradizione agricola, regno del tartufo nero, del peperoncino e dello zafferano della Piana di Navelli, e patria di piatti come i maccheroni alla chitarra, una delle tante varietà di pasta casalinga, con le taccozzelle, le fettuccine, le pappardelle, le maltagliate e le volarelle; delle virtù, un’antica ricetta di origine romana a base di carne, verdure, pasta ed erbe di stagione, nata per propiziare la fertilità della terra e l’abbondanza del raccolto estivo, che nel Teramano si prepara per tradizione il 1° maggio, e del parrozzo, il dolce creato per D’Annunzio sulla base di un pane dolce dei pastori e da lui celebrato con un sonetto: «È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…».
Senza dimenticare la pecora alla cottora, i vini tipici, il Trebbiano e il Montepulciano, tra tutti, la varietà dei formaggi, le caciotte, le giuncate e il pecorino, le saporite carni d’agnello e di castrato, la tradizione dei salumi, come il salame aquilano noto anche come soppressata, magrissimo e dalla forma schiacciata, la mortadella di Campotosto, presidio Slow Food , la lonza, la coppa e le salsicce di carne o fegato, i legumi, le lenticchie di Santo Stefano e i fagioli di Paganica, le minestre come la zuppa di ceci e castagne.
Tra un giro nei vicoli del centro, tra piazzette e stradine su cui si affacciano locali e palazzi storici, capitelli, bifore, timpani e portoni antichi, tra un monumento e un museo, a L’Aquila è d’obbligo passare da via Garibaldi, la strada dei locali e dello street food, per assaggiare gli arrosticini, i caratteristici mini spiedini di carne di pecora cotti alla brace.
