La città che vola Non dobbiamo aspettare il 2026 per scoprire le bellezze e le bontà aquilane

Il capoluogo abruzzese è stato proclamato Capitale italiana della Cultura 2026. In attesa dell’attuazione del programma ispirato al multiverso e alle sue diverse dimensioni culturali, approfondiamo quella gastronomica

Chiesa di Santa Maria della Pietà, Calascio, foto di Eleonora su Unsplash

Nel nome, attribuitole dall’imperatore Corrado IV di Svevia, ha un destino di ascesa – nei giochi di parole infantili era “la città che vola più in alto” – ma L’Aquila che, circondata dal massiccio del Gran Sasso e con i suoi oltre settecento metri sul livello del mare, alta lo è davvero (è uno dei capoluoghi più in quota d’Italia), ha realmente ripreso il volo dopo il catastrofico terremoto del 2009, che l’aveva quasi distrutta.

Con testardaggine abruzzese, è stata ricostruita e risistemata e ora, ancora irta di gru, si prepara a diventare, nel 2026, Capitale italiana della Cultura dopo che, nel 2022, quando aveva vinto Procida, si era piazzata tra le dieci finaliste. «È un riconoscimento che aprirà le porte a un futuro di rinascita e prosperità come portavoce del ruolo cruciale che rivestono le aree interne nel contribuire a destagionalizzare e offrire un’esperienza autentica ai visitatori», commenta Alessandra Priante, presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo (Enit) e orgogliosamente aquilana.

L’Aquila è una città ricca di storia, e di storia importante, dalla tomba di Celestino V, il papa del “gran rifiuto” dantesco, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, a quella di San Bernardino da Siena, nella basilica omonima, alla famosissima fontana delle novantanove cannelle, tante quanti i castelli che fondarono la città nel tredicesimo secolo, fino al recente e coloratissimo Auditorium del Parco. Progettato da Renzo Piano dopo il terremoto, raccogliendo il suggerimento di Claudio Abbado, per dare alla cittadinanza uno spazio dove eseguire e ascoltare musica in attesa del ripristino della sala del Forte Spagnolo.

L’intenzione, però, è di non vivere dei pur splendidi fasti del passato ma di guardare avanti ed è espressa nel programma dichiarato vincitore all’unanimità dalla giuria presieduta da Davide Maria Desario, “L’Aquila città multiverso”, che si sviluppa in cinque direzioni conseguenti: multiculturalità, multiriproducibilità, multidisciplinarietà, multinaturalità e multitemporalità.

Al centro temi di un certo peso: salute pubblica e benessere, coesione sociale, creatività e innovazione, sostenibilità socio-ambientale. Con un occhio all’eccellenza accademica e della ricerca scientifica del Gran Sasso Science Institute e dei Laboratori nazionali di fisica nucleare. Una scommessa sulla cultura come volano, anche, per l’economia; pensando a una collaborazione stretta con il territorio e con realtà vicine come Rieti, che ha sostenuto la candidatura abruzzese, e sperando di fare da apripista per altre realtà interne che vivono sfide analoghe. Sottolinea il direttore del progetto, Alessandro Crociata, che ha curato il dossier della candidatura: «L’obiettivo non è di fare una produzione culturale esclusivamente sull’Aquila, ma di distribuirla sul territorio. Alcune delle iniziative nasceranno in città e poi verranno portate nelle aree interne, per percorsi di formazione».

In attesa del calendario degli eventi, L’Aquila, tanto per chi la ricorda integra come per chi l’ha vista in macerie, o non la conosce affatto, è da ri-vedere anche subito. Partendo magari dal Maxxi L’Aquila, la sede distaccata del Maxxi di Roma, il museo di arte contemporanea inaugurato nel giugno del 2021 e ospitato, nel cuore del centro storico, nel settecentesco Palazzo Ardinghelli. Senza trascurare i dintorni, magari facendo tappa a La Villetta Da Maria, un ristorante tipico e molto accogliente ai piedi della funivia del Gran Sasso, e le escursioni nel parco naturale regionale Sirente-Velino, con le suggestive Grotte di Stiffe.

Ricordando poi che l’Abruzzo è una terra di pastorizia e di grande tradizione agricola, regno del tartufo nero, del peperoncino e dello zafferano della Piana di Navelli, e patria di piatti come i maccheroni alla chitarra, una delle tante varietà di pasta casalinga, con le taccozzelle, le fettuccine, le pappardelle, le maltagliate e le volarelle; delle virtù, un’antica ricetta di origine romana a base di carne, verdure, pasta ed erbe di stagione, nata per propiziare la fertilità della terra e l’abbondanza del raccolto estivo, che nel Teramano si prepara per tradizione il 1° maggio, e del parrozzo, il dolce creato per D’Annunzio sulla base di un pane dolce dei pastori e da lui celebrato con un sonetto: «È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…».

Senza dimenticare la pecora alla cottora, i vini tipici, il Trebbiano e il Montepulciano, tra tutti, la varietà dei formaggi, le caciotte, le giuncate e il pecorino, le saporite carni d’agnello e di castrato, la tradizione dei salumi, come il salame aquilano noto anche come soppressata, magrissimo e dalla forma schiacciata, la mortadella di Campotosto, presidio Slow Food , la lonza, la coppa e le salsicce di carne o fegato,  i legumi, le lenticchie di Santo Stefano e i fagioli di Paganica, le minestre come la zuppa di ceci e castagne.

Tra un giro nei vicoli del centro, tra piazzette e stradine su cui si affacciano locali e palazzi storici, capitelli, bifore, timpani e portoni antichi, tra un monumento e un museo, a L’Aquila è d’obbligo passare da via Garibaldi, la strada dei locali e dello street food, per assaggiare gli arrosticini, i caratteristici mini spiedini di carne di pecora cotti alla brace.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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