Nuova guerra freddaL’Occidente non deve legittimare le elezioni farsa di Putin

L’ex oligarca russo Mikhail Khodorkovsky, imprigionato nel 2003 e poi esiliato nel 2013 dal Cremlino, ha spiegato a giornalisti di diverse testate europee i piani dell’opposizione per isolare il dittatore russo in vista del voto del 15-17 marzo

AP/LaPresse

«Comunque finirà in Ucraina, se il regime di Putin non cadrà, almeno per i prossimi dieci anni ci aspetta una nuova guerra fredda. Ormai la macchina militare industriale dell’occidente e della Russia è stata messa in moto e non si potrà fermare bruscamente, a meno di un cambio di regime». Questa è la previsione di Mikhail Khodorkovsky, ex oligarca russo prima imprigionato e poi esiliato da Vladimir Putin, in un briefing con giornalisti di diverse testate europee, compresa Linkiesta.

Negli anni Novanta, Khodorkovsky ha sfruttato la rapida privatizzazione seguita al collasso dell’Unione Sovietica per acquisire il controllo di Yukos, una delle più grandi compagnie petrolifere della Russia, diventando uno degli uomini più ricchi del Paese. La sua ascesa è stata bruscamente interrotta nel 2003, quando fu arrestato e successivamente condannato per frode e evasione fiscale in quello che molti osservatori internazionali hanno considerato un processo politico. Dopo aver trascorso più di dieci anni in carcere, Khodorkovsky è stato rilasciato nel dicembre 2013 con un decreto di grazia firmato da Putin. Da allora ha vissuto in esilio e si è dedicato a varie iniziative volte a far cadere il regime di Putin attraverso la sua organizzazione Open Russia.  

Ai giornalisti europei, Khodorkovsky ha parlato delle prossime elezioni presidenziali farsa che si terranno in Russia. Una procedura pseudo-democratica manipolata dal regime che ha lo scopo di legittimare il quinto mandato di Putin al potere e la guerra di aggressione che sta conducendo contro l’Ucraina. I risultati del voto sono determinati in anticipo e saranno interamente falsificati in base ai numeri emessi dal Cremlino. Per non rischiare, Putin ha fatto assassinare il suo avversario più temibile, Alexey Navalny. E due giorni fa Leonid Volkov, il più stretto collaboratore di Navalny è stato aggredito a martellate in Lituania davanti al suo appartamento nella periferia nord di Vilnius. 

Mikhail Khodorkovsky | AP/Lapresse

Cosa può fare allora l’Occidente? «Nonostante Putin manifesti un formale disinteresse, in realtà ha sempre cercato di ottenere fotografie che lo ritraessero insieme ai leader dei vari paesi occidentali, allo scopo di ottenere una forma di legittimazione internazionale. I governi democratici devono rifiutarsi di riconoscere la validità delle elezioni di marzo. Se Putin sarà definito illegittimo dalla comunità internazionale, verrà indebolito e ridurrà le sue opportunità di espandere la guerra in altri Paesi. Ma soprattutto aiuterà l’opposizione democratica in Russia». Secondo Khodorkovsky è stato proprio questo il peccato originale dell’Occidente, che fino a pochi anni fa ha legittimato ogni singolo voto manipolato dal Cremlino: «Una delle motivazioni, seppur forse secondaria ma nondimeno influente, che ha spinto Putin a scatenare l’aggressione su vasta scala nel 2022 in Ucraina, è stato il riconoscimento da parte dell’Occidente della sua legittimità politica nelle elezioni del 2018, nonostante queste si fossero tenute anche nei territori annessi, come la Crimea. I Paesi occidentali non devono commettere lo stesso errore».

L’ex oligarca ha rivelato di aver contattato dozzine di importanti politici occidentali che potrebbero riconoscere come illegittimo il voto russo, così come già dichiarato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo, ma servirà molto di più per isolare Putin. La speranza di Khodorkovsky è che la comunità internazionale possa almeno astenersi dal legittimare il processo elettorale.

In vista del voto del 15 marzo i diversi esponenti dell’opposizione in esilio cercheranno di coordinarsi compiendo azioni comuni di protesta, in particolare nella scheda elettorale: «Sarebbe un bel segnale scrivere nella scheda di voto “Alexey Navalny” per mandare un messaggio forte al mezzo milione di russi impegnato nelle commissioni elettorali. Anche se il regime nascondesse la notizia tutti ne parlerebbero a casa». Queste possibili azioni comuni, tutte poi da confermare, sono il frutto di un atteggiamento più maturo degli esponenti anti Putin che finora si sono mossi individualmente, compiacendo solo le rispettive comunità. Anche se hanno diverse visioni sul futuro della Russia, tutti condividono la necessità di evitare un nuovo leader accentratore: «Penso che sia molto pericoloso continuare con la tradizione occidentale di cercare un buon zar in Russia. Yulia Navalny, Dmitry Gudkov, Maxim Katz, Garry Kasparov e io concordiamo tutti sul radicale cambiamento di sistema, promuovendo un modello federale e parlamentare».

Guardando al futuro post-elettorale, Khodorkovsky delinea tre obiettivi primari per l’Occidente. Primo, sostenere gli attivisti e i professionisti russi che desiderano lasciare il Paese: «Stalin bloccò l’uscita di persone dall’Urss per evitare una fuga di cervelli». Secondo, combattere la propaganda di Putin con una contro-narrazione che dimostri ai russi la non belligeranza dell’Occidente: «Conosco persone ben istruite che hanno accesso a varie fonti di informazione credere davvero che se Putin non avesse iniziato la guerra, la Nato avrebbe bombardato le città in cui vivevano. Questo è il risultato della macchina propagandistica di Putin: Fermarla vuol dire anche diminuire il numero di coscritti e mercenari». Terzo, bisogna far capire ai russi che esiste un futuro pacifico al di là del conflitto perpetuo proposto dal Cremlino.

Al momento è improbabile che la Russia attacchi un altro Paese dell’Est perché non ha la forza per aprire un secondo fronte oltre quello ucraino. Ma una volta raggiunto un armistizio Putin inizierà un’altra guerra, perché «questo è il suo modo di mantenere il potere. Nella sua carriera politica per quattro volte ha scatenato una guerra con le stesse modalità. I probabili obiettivi potrebbero essere la Moldavia, gli Stati baltici e, naturalmente, anche la Polonia. Finlandia, Svezia e Norvegia, nonostante siano meno a rischio, non possono considerarsi al riparo da pericoli significativi. Parlo di sabotaggi e operazioni orchestrate dagli apparati di intelligence. Purtroppo siamo tornati agli anni Cinquanta e Sessanta. Prima la gente se ne renderà conto, più perdite potranno essere evitate».

Secondo Khodorkovsky si è perso il momentum per una vittoria militare schiacciante a favore dell’Ucraina a causa dei mancati aiuti occidentali. Per aspirare a una pausa nelle ostilità è fondamentale minare la capacità di Putin di proseguire la guerra. Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto attraverso un sostegno internazionale sostanziale di almeno trecento miliardi di dollari fino al 2026. Una tale iniezione di risorse sarebbe un forte deterrente per Putin, spingendolo a considerare seriamente i negoziati per un cessate il fuoco. In caso di una tregua non dovrebbe mancare il sostegno militare all’Ucraina perché la riattaccherà non appena avrà recuperato le proprie perdite: «Senza un aiuto l’Ucraina potrebbe perdere Kharkiv e Odessa, e potrebbe persino permettere a Putin di spingersi fino ai confini con la Moldavia».

Durante la conferenza stampa con i giornalisti di diverse testate europee, Khodorkovsky ha spiegato che le sanzioni occidentali sono insufficienti ed eccessive. Il vero problema è che pur avendo una lista lunga di beni sanzionati, manca un controllo rigoroso sulla loro implementazione, il che permette alla Russia di aggirarle attraverso il commercio con paesi satelliti. La lista poi include un elenco troppo vasto di beni, alcuni dei quali non critici per il proseguimento della guerra, come beni di lusso, gioielli e prodotti fabbricati in paesi terzi come la Cina. «Alcune categorie di beni effettivamente cruciali per l’esercito russo, come il rame, la microelettronica, gli acciai speciali, la cellulosa e vari macchinari, non sono sufficientemente monitorati o inclusi nelle sanzioni». 

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