Il mostro tra noiL’antisemitismo contro Molinari è un triste segno della storia che si ripete

L’episodio della Federico II di Napoli è solo l’ultimo anello di una catena di violenze contro gli ebrei in tutto il mondo. Solo chi è in malafede, o peggio, può sostenere di non vederci razzismo

Lapresse

Vale la pena di aggiungere qualcosa sulla vicenda napoletana di Maurizio Molinari. Non saprei dire, infatti (faccio finta di non saperlo dire), se sia stata pura trascuratezza o franca malafede a confezionare il negazionismo imbastito sul caso delle squadracce universitarie che hanno impedito di parlare al direttore di Repubblica: ma di questo si tratta, netto e ripugnante negazionismo, quando da quei ranghi di teppismo squadrista e dal milieu che in qualche modo li giustifica viene la teoria che no, Molinari non è stato contestato perché è ebreo, ma per le sue posizioni e per la linea che avrebbe imposto al quotidiano che dirige.

Lasciamo pur perdere il fatto che su quel giornale – che evidentemente il mazziere medio della Federico II di Napoli non legge – trovano spazio idee e argomenti di un oltranzismo anti-israeliano e antisionista che non dispiacerebbero a certi rettori dell’inappropriatezza antisemita depending on the context, né ancora alle figliole che nei dintorni del Ghetto strillano “Fuori i sionisti da Roma”. Queste sono considerazioni di aderenza fattuale perfino noiose.

Il punto è l’altro. È che a giustificazione delle leggi razziali non si diceva che gli ebrei erano sotto-uomini: si diceva che erano responsabili di una cospirazione. A caricare gli ebrei sui vagoni piombati non era la spiegazione che si trattava dei discendenti delle scimmie e dei maiali: era la teoria che con le loro pratiche di dominio soggiogavano il mondo, come oggi insegna la consulente delle Nazioni Unite assoldata dal Segretario Generale secondo cui il 7 ottobre non viene dal nulla.

Chiamato a rendere conto del gesto, il nazista che contrassegnava l’azienda del giudeo non diceva che il proprietario era un ratto che portava malattie: diceva che quei commerci strangolavano il popolo tedesco. Il professore che ordinava in due file i propri studenti, ingiungendo che sputassero in faccia al compagno ebreo che passava in mezzo, non spiegava che il bambino era di una razza inferiore: spiegava che apparteneva al popolo che ha ucciso Gesù Cristo.

È tremendo non capire che ciò che è successo a Napoli l’altro giorno e, soprattutto, quel che non isolatamente se ne è detto, è esattamente lo stesso. Non ne è un vagheggiamento abbozzato, un conato di similitudine, un riflesso tenue: è esattamente lo stesso. E soltanto una disperante imbecillità o, appunto, una sconfinata malafede può insistere sul fatto che dopotutto, per quanto spiacevole e deplorevole, la violenza di cui è stato destinatario questa volta Maurizio Molinari si è risolta in una conferenza annullata. Che è come dire che la devastazione del negozio di un ebreo dopotutto si risolve in qualche vetro rotto.

Io sono sicuro che alcuni (pochi, pochissimi) stanno capendo quel che succede. Capiscano che devono fare qualcosa. A cominciare dal presidente della Repubblica che telefona a Molinari e rivolge un monito a quelli che non lasciano parlare “chi la pensa diversamente”. Il mostro non si sconfigge facendo finta che non ci sia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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