Bollette salateL’impatto della siccità sul costo dell’acqua per uso domestico

Le misure emergenziali per combattere la siccità rendono la risorsa idrica più costosa per i cittadini poveri, anche perché i ricchi possono permettersi di ridurre i propri consumi in modo flessibile. La crisi climatica è sempre moltiplicatrice di disuguaglianze

Siccità a Careiro da Várzea, comune brasiliano dello Stato dell’Amazonas (AP Photo/LaPresse, ph. Edmar Barros)

La siccità degli ultimi anni, contraddistinta da una coda molto lunga, sta innescando una serie di gravi conseguenze sulle economie dei Paesi più colpiti. Tra queste c’è un aumento dei costi dell’acqua potabile. L’accesso alle risorse idriche è riconosciuto dalle Nazioni unite come un diritto umano fondamentale, indispensabile per garantire tutti gli altri diritti. Tuttavia, i dati sull’accesso all’acqua per uso domestico indicano che, con ogni probabilità, l’obiettivo stabilito dall’Agenda Onu per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2030 non sarà raggiunto tramite le attuali strategie proposte e implementate. 

Questo a causa di diversi fattori, tra cui i cambiamenti climatici, la crescita e la distribuzione demografica, il rapido sviluppo urbano, l’inquinamento, la mancanza di infrastrutture e la cattiva gestione delle risorse. In questo contesto, la domanda di acqua non è mai stata così alta, con un aumento particolarmente significativo nell’uso domestico, soprattutto nei Paesi sviluppati. Secondo la National geographic society, il consumo complessivo di acqua, tra uso domestico, agricolo e industriale, è aumentato di otto volte rispetto a un secolo fa. Anche i costi del servizio idrico stanno aumentando significativamente, con previsioni di incremento fino a tre volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni. In Italia, ad esempio, in un decennio i costi dell’acqua per uso domestico sono cresciuti al ritmo dell’un per cento annuo circa (+10 per cento complessivo). Quest’anno l’incremento medio è del tre per cento, con picchi del sei-sette per cento. 

Le zone più colpite
Venerdì scorso, la Tunisia ha comunicato un aumento dei prezzi dell’acqua potabile fino al sedici per cento, in risposta alla persistente siccità che affligge il Paese da ormai cinque anni. Nonostante un recente incremento della piovosità media, i funzionari governativi hanno dichiarato che le dighe tunisine sono attualmente al trentacinque per cento della loro capacità. Secondo una ricerca del World resources institute, il Medio Oriente e il Nord Africa sono tra le regioni globali più colpite dallo stress idrico, con l’ottantatré per cento delle persone esposte a livelli estremamente elevati. Si prevede che questa cifra salirà al cento per cento entro il 2050. Anche lo Zambia, ad esempio, a inizio marzo è stato costretto a dichiarare lo stato di calamità nazionale per la siccità. Il presidente Hakainde Hichilema ha affermato che la carenza di piogge ha devastato il settore agricolo, colpendo più di un milione di famiglie.

La carenza di acqua potabile riguarda anche il sud-ovest dell’India e in particolare la metropoli di Bangalore. Le scarse piogge monsoniche di quest’anno non sono riuscite a ricostituire le falde acquifere esaurite e i bacini idrici del fiume Cauvery, costringendo i residenti a razionare l’uso dell’acqua e a pagare quasi il doppio del prezzo normale per soddisfare le loro necessità quotidiane. Inoltre, la grave carenza idrica di Bangalore – considerata la «Silicon Valley indiana» in quanto sede di moltissime industrie tra cui Microsoft e Walmart – sta rallentando la produzione nelle fabbriche, specie quelle tecnologiche e di abbigliamento, creando danni economici che immancabilmente si riversano sui lavoratori locali.

Il problema, però, non riguarda soltanto le zone più povere del mondo. Anche la Catalogna, in Spagna, è colpita da una siccità che dura da diversi anni, con alcune aree che non vedono precipitazioni copiose dal 2021. L’agricoltura della regione è stata particolarmente colpita, con gravi danni ai raccolti di uva e olive. La situazione è descritta come la peggiore siccità nella storia moderna del Paese, e le autorità stanno attivando fasi di emergenza per gestire la crisi.

Purtroppo neanche il nostro Paese se la passa bene. Secondo la National geographic society, lItalia era già nel 2019 la Nazione europea in cui il gap idrico – che indica la discrepanza tra domanda di acqua e disponibilità idrica – risultava più marcato. L’irrigazione e l’industria sono i settori che presentano la maggiore distanza tra domanda e offerta, anche se quella legata all’uso domestico risulta allo stesso modo elevata. Dopo essere stata colpita, nel 2022, dalla peggiore siccità degli ultimi settant’anni, l’Italia sta affrontando un altro anno segnato da scarse precipitazioni alternate da periodi di piogge intense, non in grado di colmare del tutto il deficit idrico accumulato nel corso dei mesi e delle settimane. 

Come contrastare il problema
Nel frattempo, la Tunisia sta considerando la desalinizzazione come parte della soluzione alle sue attuali preoccupazioni idriche. Attualmente, circa sedici impianti forniscono solo il sei per cento delle sue riserve di acqua dolce, ma entro il 2030 il Paese mira a soddisfare il trenta per cento del suo fabbisogno idrico attraverso questa tecnologia. Inoltre, sta esplorando il riutilizzo delle acque reflue come risorsa idrica alternativa. Ad esempio, un nuovo impianto inaugurato a Siliana, nella Tunisia settentrionale, lo scorso maggio è in grado di eliminare il novantacinque per cento delle impurità. 

Anche la Spagna corre ai ripari, anticipando soluzioni che potrebbero rivelarsi utili anche in alcune zone del nostro Paese. Qualche giorno fa il governo di Pedro Sanchez e l’amministrazione della Catalogna hanno concordato lo sblocco dei finanziamenti per la realizzazione di due nuovi impianti di dissalazione a Tordera e Foix e il trasferimento di acqua da Sagunto (comunità autonoma Valenciana) a Barcellona su quattro navi, a partire da giugno, «nel caso in cui fosse necessario». 

Chi paga di più?
Come si è visto nei casi appena citati, durante le siccità – soprattutto nelle aree sotto stress idrico – i fornitori d’acqua devono adottare misure per ridurre il consumo o investire in fonti più onerose, aumentando così i costi per i consumatori. Uno studio condotto dal Fletcher Lab dell’Università di Stanford e pubblicato su Nature Water ha evidenziato come queste misure possano colpire in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito, rendendo l’acqua più cara per le categorie vulnerabili dal punto di vista economico.

Secondo i ricercatori, «alcune delle costose tecnologie che spesso prendiamo in considerazione per combattere la siccità potrebbero in realtà danneggiare la sicurezza idrica, rendendo l’acqua inaccessibile per un numero sempre maggiore di persone». La professoressa Sarah Fletcher, co-autrice dello studio, ha sottolineato l’importanza di considerare le risposte comportamentali delle persone durante la siccità per comprendere al meglio il suo impatto sull’accessibilità idrica. Le famiglie ad alto reddito, infatti, possono permettersi di ridurre in modo più flessibile il consumo d’acqua durante la siccità, ottenendo così bollette meno salate; i nuclei meno abbienti, invece, hanno meno margine di manovra per compensare i costi aggiuntivi dei sovrapprezzi. 

Ridurre i consumi
L’acqua è generalmente considerata accessibile quando non supera il due-quattro per cento del reddito familiare. La ricerca dell’Università di Stanford – che studia come le strutture tariffarie e altre tecniche di gestione della siccità influenzano i sistemi sociali – mette in evidenza che anche un lieve aumento del costo della bolletta dell’acqua durante i periodi di siccità sarebbe in grado di mettere in ginocchio vasti strati della popolazione meno abbiente. «Abbiamo un clima in continua evoluzione e un fabbisogno idrico che si modifica rapidamente – conclude Fletcher –, perciò, dobbiamo sviluppare approcci che ci permettano di adattarci con maggiore sicurezza a queste situazioni, rendendo i sistemi idrici affidabili, sempre accessibili e in grado di fornire tutti i servizi di cui abbiamo bisogno. Durante questo processo di adattamento, però, vanno sempre tenute in considerazione le necessità delle comunità più vulnerabili».

Che cosa si può fare di concreto, allora? Tornando al contesto italiano, il rapporto sugli investimenti e le riforme Pnrr per le infrastrutture idriche del ministero delle Infrastrutture fornisce ottime indicazioni in questo senso. Nello studio emerge chiaramente che gli investimenti nelle infrastrutture idriche primarie sono cruciali per garantire che il nostro approvvigionamento di acqua sia in grado di affrontare le sfide climatiche in evoluzione. Ecco perché va superata la politica “dell’emergenza” adottata finora, implementando piuttosto una visione proattiva nei confronti del problema della siccità. Dobbiamo concentrarci sulla prevenzione e sulla robustezza del sistema prima che accadano gli eventi avversi.

Ciò significa non solo intervenire sulla manutenzione delle dighe e dei sistemi di distribuzione, ma anche ridurre le perdite lungo le reti di trasporto dellacqua: in Italia sprechiamo il 36,2 per cento della risorsa idrica immessa nelle tubature, e il sessanta per cento delle infrastrutture è stato messo in posa più di trentanni fa. Infine, è essenziale completare i grandi progetti idrici pendenti, specialmente nel Sud Italia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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