
La guerra di aggressione della Russia in Ucraina è devastante. Dall’inizio dell’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022, secondo i dati ufficiali dell’Onu, sono stati uccisi più di diecimila civili e sono rimaste ferite più di mezzo milione di persone. Inoltre, non conosciamo il numero preciso delle persone uccise a Mariupol (il sindaco della città parla di almeno ventiduemila morti, invece alcuni dicono che potrebbe essere anche cinquantamila). Per non parlare di tutte le vittime che si contano dall’annessione della Crimea da parte della Russia e dalla guerra in regioni di Luhansk e Donetsk, cioè dal 2014.
La mia mente mi dice: «Ok, dimentica questa storia». Ormai questi numeri non fanno più paura, né notizia. Non è con una strategia di comunicazione che arriveranno i risultati sul campo in Ucraina o nuove azioni concrete qui in Italia. Inoltre, anche se questi numeri dovessero ricevere l’attenzione che meritano, in molti casi tale attenzione si tradurrebbe solamente in empatia e solidarietà (che è stata ed è ancora enorme tra la popolazione italiana). Empatia e solidarietà sono importanti, certo, ma non sempre aiutano le persone a riflettere sulle cause della guerra, né inducono a sollecitare azioni qui ed ora in Europa, tantomeno in Ucraina. Oppure, ancora, sebbene molti chiedano azioni concrete, spesso dicono solo di voler «ottenere la pace» o «fermare Vladimir Putin», senza rendersi conto di come questi obiettivi possano essere raggiunti o di come la stessa guerra sia radicata nel profondo imperialismo russo che non è riconducibile al solo Putin.
E quindi, di cosa devo parlare? Devo parlare con gli europei di almeno tre punti fondamentali. In primo luogo, la guerra russa contro l’Ucraina è anche una guerra contro l’Europa e richiede un preciso impegno europeo (“L’Ucraina siamo noi”, come sostiene Christian Rocca). In secondo luogo, la Russia con il suo imperialismo non sparirà dalla mappa geopolitica mondiale, rimarrà una minaccia per l’Europa ancora per molti anni, pertanto è necessario costruire una difesa comune europea e avviare un serio dibattito pubblico sulla questione. Infine, la continuazione della guerra, ossia la guerra ibrida, è già presente qui, in Italia, in Francia, in Germania, in tutte le forme possibili della propaganda russa.
Riconoscendo queste realtà, è necessario adottare misure serie e precise. Oltre l’impegno concreto nell’inviare aiuti militari all’Ucraina, dobbiamo investire nella difesa e essere disposti a sopportare questa spesa. È anche fondamentale avere una risposta per la guerra ibrida che è già entrata in Europa, usando tutti i mezzi possibili, compresa la chiusura dei centri culturali russi, che siano in Italia, in Francia o in Germania.
Fatto il punto su queste tre affermazioni, le parole di Emmanuel Macron che dice «bisogna mettere sul tavolo tutte le opzioni», o quelle di Guido Crosetto che dice «senza difesa non ci sono asili», non devono fare paura alle persone. Queste parole devono semplicemente tradursi in azioni concrete. Questo è un imperativo morale che è molto più facile realizzare, combattendo dal divano, dalla piazza, dall’ufficio, qui in Italia. Perché se non riusciamo a comprendere questi concetti, fra cinque, sette o dieci anni gli europei potrebbero doversi recare al fronte, in trincea, proprio come stanno facendo in questi giorni gli ucraini.
Insomma, ormai siamo arrivati a un punto in cui quei numeri orribili della guerra non fanno più notizia né portano azioni concrete. In più, gli ucraini devono anche competere con le altre guerre per guadagnarsi l’attenzione dell’opinione pubblica. Un articolo sul New York Times diceva: «Sono un’ucraina e mi rifiuto di competere per la vostra attenzione». Ecco, io sono un’ucraina e mi rifiuto di parlare di numeri delle vittime e di empatia; voglio invece parlare di munizioni, di difesa europea e di guerra ibrida russa in Italia e in Europa. L’unico numero che posso citare è che ho almeno quindici amici stretti al fronte, e loro dell’empatia se ne fanno poco: hanno bisogno di munizioni. Tutto qui.