Felici i mitomaniYasmina Reza, i bigodini di James Brown e l’idiozia della finzione identitaria

La scrittrice francese fa sempre la stessa cosa: ci fa notare quanto siamo imbecilli e pavloviani con una grazia feroce

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Yasmina Reza scrive sempre dello stesso dilemma: sei disposto a essere sgradevole? Sei disposto a dire che il re è nudo, che il quadro è bianco, che la convenzione cui tutti si attengono è una sciocchezza?

A un certo punto di “James Brown si metteva i bigodini”, che è una pièce teatrale comica che ha la qualità che hanno le grandi opere di finzione, quella di spiegare la realtà molto meglio della saggistica, a un certo punto Lionel rievoca il suo grande trauma: le sdraio.

Quella volta che s’intimidì a chiedere le sdraio al bagnino, e la sua famiglia ebbe la giornata al mare rovinata per colpa della sua viltà, che poi è la stessa viltà che gli scatta dal barbiere: «Non faccio altro che ringraziare, trovo il taglio sempre perfetto anche se faccio spavento. Tu spiegami perché dico grazie mille è perfetto quando quello mi ha sbagliato il taglio!».

Reza questa cosa la fa dire a un uomo perché anche a questo serve la letteratura; a spiegare a un secolo di donne vocate a scambiare la mancanza di carattere per femminilità che, appunto, di quello si tratta: mancanza di carattere, non un’esclusiva delle signore.

Probabilmente sapete già che “James Brown ha i bigodini” è una filiazione del più bel romanzo di questo secolo, “Felici i felici”. Segue in clinica psichiatrica Jacob, che già in quel libro era convinto d’essere Céline Dion, e i genitori, Lionel e Pascaline, che vanno a trovarlo.

«Ho detto che ero stanco di sentirlo fare il pagliaccio con l’accento del Québec. Mi ha risposto che, nonostante vivesse in Francia da parecchio tempo, era canadese e non aveva intenzione di rinnegare le proprie origini. Io ho detto, questa storia comincia a non essere più divertente. Ho alzato la voce. Ha risposto che non poteva “questionare” perché doveva avere riguardo per le sue corde vocali». Come si scrive una finzione narrativa sulla più preziosa ridicolaggine del nostro tempo, l’identitarismo? Come si scrive una pièce che il ceto medio riflessivo vada a vedere e applauda senz’accorgersi d’essere oggetto dello sbeffeggiamento? Come si fa a far finta che sia tutto finto, mica iperrealismo?

Così. Con un ragazzo non così banale da percepirsi ragazza, ma persona realmente esistente, cantante di successo, convinto d’essere in procinto di partire per la tournée. Con la psichiatra che lo asseconda e lo chiama Céline: «I nostri pazienti credono che questa sia una beauty farm. Pertanto hanno bisogno di sentirsi al sicuro, cioè accettati per come sono, senza riserve e senza secondi fini». E con un compagno di ricovero, Philippe, che attua l’ultima transizione rimasta inaccettabile, l’ultimo capriccio non ancora scambiato per diritto: è un bianco che pretende d’essere nero.

«A casa di Nelson Mandela, a Soweto, sembrava di essere da mia zia Giselle a Vevron-le-Fanou». Tutte le suscettibilità sono in agguato: la vera Céline Dion ha conosciuto Mandela, quindi Jacob si percepisce come uno che l’ha conosciuto; Philippe si percepisce nero, quindi è un po’ stizzito che quello gli nomini Mandela, la trova una sussiegosa ostentazione di non razzismo, «ci tieni a dirmi che sai che tra i neri ci sono dei grandi uomini».

Ma quella quarta parete che è la finzione identitaria non viene mai violata da chi ci sta dentro: Philippe non dubita mai che Jacob sia Céline, Jacob non dubita per un istante che Philippe sia nero. Non sei quel che sei, non sei quel che i miei occhi vedono: sei quel che dici di essere. In fondo, l’identitarismo è il trionfo delle esportazioni italiane: cosa c’è di più made in Italy della mitomania? Che a svelarcelo con tanto nitore sia una drammaturga francese è forse un caso, o forse il prodotto dell’avere Reza una casa a Venezia, chissà.

Lionel e Pascaline, che si rifiutano d’essere complici e di chiamare il figlio «Céline», sarebbero i sani di mente, ma può una minoranza essere considerata sana di mente? Persino la cameriera li ha traditi, prima del ricovero: «Un giorno la donna delle pulizie è venuta a dirci che Jacob aveva reclamato con tono affabile e garbato un umidificatore per la voce – poco ci mancava che lo trovasse tanto alla mano per una star del suo calibro». Per non parlare della psichiatra, cui viene affidata la geniale intuizione che persino quello delle sorellastre di Cenerentola fosse un problema d’identità marginalizzata e transizioni non riconosciute.

“James Brown ha i bigodini” fa molto ridere, e mi è tornato in mente quando in un teatro londinese debuttò “Arte”, forse la mia preferita tra le sue pièce (in Italia è già da qualche anno Adelphi a pubblicare e ripubblicare tutta Reza, e vorrei tanto sapere quando rimanderanno in libreria l’ormai introvabile libro su Sarkozy: pur di poterlo regalare sono disposta anche a inciampare in decine di pigri articoli su come Sarkozy somigli alla Meloni, a Renzi, a mio cugino l’assessore).

Un giornalista inglese accompagnò Reza alla prima della versione londinese di “Arte”, e ne riportò l’insoddisfazione: dovevano esserci dei problemi con la traduzione, ridevano troppo, mica era una commedia così comica.

Yasmina Reza fa sempre la stessa cosa: ci fa notare quanto siamo imbecilli e pavloviani con una grazia feroce, fa per l’alta borghesia con velleità culturali quel che Paolo Villaggio aveva fatto per gli impiegati. È un Arbasino in prosa secca, quindi più abbordabile dal grande pubblico.

Ho letto “James Brown ha i bigodini” al ritorno dalla mostra di Rothko a Parigi, una mostra che era (lo dico ora che è praticamente finita, per non farmi accusare di disincentivare il turismo culturale) impossibile visitare senza mettersi a ridere, qualora reziane.

Il superio, in caso di abituali consumi reziani, ti osservava beffardo, tu nel ruolo di professoressa democratica che aveva preso un aereo per vedere tele che, a cena, avresti con entusiasmo descritto come possenti, incombenti, e che uso del colore, e l’energia, e il conflitto.

Facendo però fatica a star seria con la faccia, mentre ti chiedevi se i commensali “Arte” l’avessero letto, e sapessero anche loro, come te, che su quella tela non c’era uno straccio di disegno. Dopo “Arte” non è più stato possibile far finta di non sapere che l’arte contemporanea è una truffa per benestanti velleitari; dopo “James Brown”, chissà se riusciremo ancora a star serie con la faccia quando qualcuno c’ingiunge di vedere non quel che è ma quel che immagina.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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